Coronavirus, l’Iss: “Gatti, furetti e cani sono vulnerabili. Proteggeteli dai pazienti positivi”

“La diffusione dell’infezione da virus Sars-CoV-2 nell’uomo avviene per contatto interumano. Tuttavia, i gatti, i furetti e, in misura minore, i cani sono suscettibili all’infezione”: a dirlo è il nuovo rapporto tecnico dell’Istituto Superiore di Sanità, un documento in 30 pagine che fa il punto sulle infezioni negli animali e stila le precauzioni a tutela di questi ultimi e di coloro che ne se prendono cura nella pandemia.

Gli animali da compagnia, infatti, “possono essere potenzialmente esposti al virus Sars-CoV-2 in ambito domestico e contrarre l’infezione attraverso il contatto con persone infette. Ciononostante, allo stato attuale, non esistono evidenze che gli animali da compagnia svolgano un ruolo epidemiologico nella diffusione all’uomo del virus” ricorda l’Iss, sottolineando come “il rapporto con gli animali è importante per il nostro benessere in questo periodo di forzato isolamento. Tuttavia per proteggerli è necessario adottare precauzioni per un accudimento sicuro, soprattutto se si è contagiati”.

Come gestire gli animali da compagnia durante l’emergenza Covid

Come spiega Margherita Lopes su Adnkronos, l’ultimo rapporto realizzato dal Gruppo sanità pubblica veterinaria e sicurezza alimentare dell’Iss fa il punto sugli studi più recenti relativi alla suscettibilità di alcune specie animali e offre indicazioni su come migliorare le conoscenze per la gestione degli animali da compagnia nell’attuale contesto epidemico. Fra le raccomandazioni, si legge che “le persone con diagnosi sospetta o confermata di Covid-19 dovrebbero evitare di avere contatti con gli animali presenti nel contesto domestico e non dovrebbero, nei limiti del possibile, occuparsi del loro accudimento. Questo dovrebbe essere assicurato prioritariamente grazie all’aiuto di un familiare o convivente e in caso di necessità, prevedendo il ricorso ad aiuti esterni”.

Gli aiuti esterni “dovrebbero adottare misure di protezione individuali e procedure che permettano di minimizzare il rischio di esposizione diretto (contatto con le persone presenti nel nucleo abitativo) o indiretto (contatto con l’ambiente abitativo). E devono essere informati in anticipo se l’animale di cui si prendono cura appartiene ad un nucleo in cui vivono o hanno vissuto persone con sospetta o confermata Covid-19”, raccomandano i ricercatori.

Coronavirus e animali: i casi accertati

I numeri però finora sono tranquillizzanti: a fronte di “oltre 2,3 milioni di casi di Covid-19 riportati nell’uomo in tutto il mondo sono stati segnalati solo quattro animali (due cani e due gatti) con diagnosi certa per Sars-CoV-2 in condizioni naturali”. Ciononostante, “occorre agire con un principio di precauzione ed evitare che gli animali possano contrarre l’infezione ed eliminare il virus”.

Ma quali sono i casi noti nel mondo di animali infettati? Oltre al volpino di Pomerania di 17 anni, di proprietà di una donna di Hong Kong affetta da Covid-19 e asintomatico (poi morto “per ragioni che, secondo le autorità di Hong Kong, non sembrano legate al coronavirus ma a pregressa patologia renale e cardiaca”), si segnala un pastore tedesco sempre ad Hong Kong, di proprietà di un paziente affetto da Covid-19, che viveva assieme ad un altro cane, risultato negativo ai test.

Sempre ad Hong Kong si è recentemente aggiunta la segnalazione di un gatto positivo che non mostrava segni di malattia. Il 27 marzo, poi presso l’Università di Liegi in Belgio, è stata rilevata la presenza dell’Rna virale nelle feci e nel vomito di un gatto che mostrava sintomatologia respiratoria e gastroenterica. L’animale aveva sviluppato i sintomi a distanza di una settimana dal rientro della sua proprietaria dall’Italia, con diagnosi positiva per Covid-19.

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Infine, il 6 aprile i media statunitensi hanno dato la notizia di una tigre malese di 4 anni, ospitata presso lo zoo del Bronx a New York, positiva per Sars-CoV-2. La tigre mostrava tosse secca e inappetenza e i risultati positivi sono stati confermati dai laboratori veterinari dello United States Department of Agricolture (Usda). Oltre a questa tigre, sono stati rilevati sintomi clinici in un’altra tigre, sorella della prima, due tigri di Amur e tre leoni africani. Lo Usda ha ipotizzato che a contagiare gli animali sia stato un dipendente addetto all’accudimento degli stessi, con infezione asintomatica.

Fonte : Today