La sanità su base regionale ha sabotato la gestione dell’epidemia?

20 sistemi sanitari regionali completamente diversi. 20 governatori che legiferano in modo differente. Pregi e difetti del federalismo all’italiana, che probabilmente non hanno aiutato a reagire nel migliore dei modi durante l’emergenza

Il governatore della Lombardia Attilio Fontana (foto: Pier Marco Tacca/Getty Images)

Contro il nuovo coronavirus, in Lombardia si esce solo con le mascherine. In Campania sono completamente proibiti sport all’aperto e passeggiate, e il governatore Vincenzo De Luca minaccia di chiudere i confini regionali quando il governo deciderà per il graduale ritorno alla normalità. A Roma invece è vietata la vendita di pizza margherita, mentre a livello regionale Nicola Zingaretti pensa già al futuro, con l’introduzione delle vaccinazioni antinfluenzali obbligatorie per gli over 65 dal prossimo settembre. La Penisola, insomma, non è mai stata così divisa, con diritti e libertà degli italiani frammentate in un mare di ordinanze, decreti e linee guida.

Qualcuno ha provato a calcolare il numero di nuove norme emanate dall’inizio dell’emergenza, fermandosi a circa 250 statali, 400 regionali, e oltre 40mila comunali. Il sospetto, ormai piuttosto diffuso, è che questo proliferare di ordinanze e decreti non stia aiutando a gestire al meglio l’attuale emergenza coronavirus. E che il regionalismo sanitario, con l’ampia libertà di manovra organizzativa e fiscale che attualmente viene delegata alle regioni, abbia peggiorato la nostra capacità di risposta all’epidemia. Una forte regia unica a livello centrale avrebbe semplificato le cose? Può darsi, ma si è scelto altrimenti, citando l’autonomia regionale e il sempre presente titolo quinto della Costituzione come impedimenti invalicabili. Anche se, a guardar bene, l’attuale anarchia istituzionale tra livelli di governo sembra più frutto di scelta politica, piuttosto che di ineluttabile dettame costituzionale.

Ma andiamo con ordine. Che le capacità di risposta delle Regioni all’emergenza Covid-19 siano state variabili è abbastanza evidente. Basta guardare le polemiche che negli ultimi giorni hanno investito la Lombardia, un tempo fiore all’occhiello della sanità italiana, e oggi detentrice del triste primato in termini di infezioni e vittime di questa epidemia. Quasi 68mila contagi e più di 12mila 500 decessi, più di metà del totale nazionale, non si spiegano d’altronde solamente con il fatto che la regione è stata tra le prime a essere colpita dal virus. Né dalla forte densità abitativa lombarda, ben superiore, è vero, rispetto a quella di altre zone rosse come Veneto ed Emilia Romagna dove però, con (rispettivamente) poco più di mille e tremila decessi, le conseguenze del virus sono state evidentemente ben più contenute, anche in rapporto al numero di abitanti.

La sanità lombarda si è chiaramente rivelata inadatta ad affrontare una crisi come quella attuale”, spiega a Wired Costantino Troise, presidente nazionale di Anaao Assomed, il più grande sindacato medico italiano. “Si tratta d’altronde di un sistema pensato principalmente per intercettare la mobilità sanitaria dal Centro-Sud e i circa 4 miliardi di euro che frutta ogni anno alle regioni più attrezzate del Nord, incentrato sugli ospedali, su una grande quota di sanità privata e sull’abbandono quasi completo dell’assistenza territoriale. Tutte caratteristiche che non hanno permesso di reagire con la velocità e l’efficienza richiesta allo scoppio dell’epidemia”.

Quello è che ormai chiaro, infatti, è che accentrare i pazienti negli ospedali anche in caso di sintomi lievi ha contribuito a mandare in tilt la sanità lombarda, drenando risorse preziose e aumentando il rischio di trasmissione ospedaliera del virus. “Questa è un’epidemia che si combatte sul territorio, tanto è vero che in Veneto, dove le cure primarie sono ancora sviluppate, i risultati sono stati molto migliori”, continua Troise. “La verità è oggi ci troviamo di fronte a 20 sistemi sanitari che negli ultimi decenni hanno fatto scelte molto differenti e hanno quindi una diversa resilienza di fronte a una crisi di sanità pubblica. Nessuna regione può comunque dirsi pronta ad affrontare l’epidemia, e questo perché il federalismo sanitario unito ai continuo tagli alla sanità degli ultimi anni ha prodotto una grave crisi di personale, in particolare per quanto riguarda i medici specialisti che si rivelerebbero importanti proprio in una situazione di emergenza come quella che stiamo affrontando, ma anche di strutture e di risorse tecnologiche”.

Se ogni regione ha reagito a modo suo ai tagli di budget, quasi ovunque il risultato è stato una diminuzione degli ospedali (oggi siamo tra i paesi europei con il minor numero di posti letto per abitante) che non è coincisa con un parallelo (e indispensabile) potenziamento delle cure primarie e dell’assistenza territoriale. Tra il 2007 e il 2017 sono stati chiusi 200 ospedali, persi circa 45mila posti letto, mandati in pensione senza sostituzione 10mila medici e un numero anche superiore di infermieri. Il sistema insomma era già al collasso prima dell’arrivo del coronavirus: non a caso nonostante la nostra percezione della sanità italiana, in Europa siamo tra i paesi con minore aspettativa di vita in buona salute superati i 65 anni (siamo sotto alla Bulgaria, e forse non è un caso se una malattia che tende a risultare fatale in persona anziane e malandate si stia rivelando così letale nel nostro paese).

Partivamo quindi da una situazione esplosiva, e le scelte fatte, o meglio non fatte, dal governo e dalle regioni quando è stato il momento di prepararsi all’arrivo del virus (in barba a un piano nazionale di preparazione e risposta a una pandemia influenzale aggiornato nel 2016) hanno fatto il resto. “Nessuno si è premunito per tempo di fare scorte di dispositivi sanitari come mascherine e tamponi – continua Troise – e le linee guida arrivate dal ministero si sono frammentate in un fiume di protocolli regionali, provinciali, comunali, o persino dei singoli ospedali. Medici e infermieri sono stati mandati in reparto con semplici mascherine chirurgiche, sono stati negati i tamponi anche al personale sintomatico perché non ci si poteva permettere di rinunciare neanche ai colleghi potenzialmente malati, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: 20mila positivi nel personale sanitario, ognuno dei quali si è trasformato in un malato e purtroppo anche in un untore, che ha contagiato a sua volta altri pazienti contribuendo ad amplificare la portata dell’epidemia. Il coronavirus si è rivelato il colpo di spazzola che ha portato al pettine tutti i nodi della nostra sanità”.

E dire che sulla carta il federalismo dovrebbe essere ben altro: un sistema di governo agile, capace di intercettare le esigenze nazionali e declinarle sulle specifiche caratteristiche dei territori. Peccato che per la sanità italiana quello si è trasformato in quello che Troise definisce un “federalismo d’abbandono”, che prima ha messo in competizione le regioni, abbandonandole a gestire da sole i tagli degli ultimi decenni di cui nessuno voleva prendersi la responsabilità; e poi, di fronte all’emergenza, ha prodotto uno scaricabarile politico tra governo centrale, che ha preferito demandare alle istituzioni locali tutte le scelte impopolari, e sindaci e governatori che hanno accusato la Protezione civile e le istituzioni centrali per la mancanza di mezzi e dispositivi sanitari essenziali. L’epidemia, per sua natura impronosticabile, ha finito per causare una crisi dalle conseguenze ben prevedibili, di cui nessuno sembra però responsabile.

I sistemi decentrati sono per loro natura dei laboratori di politiche”, racconta a Wired Andrea Filippetti, dirigente di ricerca dell’Istituto di studi sui sistemi regionali, federali e sulle autonomie (Issirfa) del Cnr. “In un paese come la Germania 17 stati, i lander, sperimentano politiche sanitarie diverse, e durante l’epidemia hanno dimostrato di saper sfruttare al meglio questa possibilità, adottando le misure che si sono rivelate più efficaci, e modulandole in base alle specifiche esigenze del proprio territorio. La risposta tedesca si è così rivelata più veloce, flessibile ed efficace. In Italia purtroppo è stata la prima volta che il nostro sistema decentrato è stato realmente messo alla prova da un’emergenza, e la cooperazione tra livelli di governo non ha funzionato a dovere. Abbiamo pagato una collaborazione immatura tra stato centrale, regioni e enti locali”.

A prescindere dal giudizio che si vuole riservare alle strategie messe in campo dalle regioni, una cosa è certa: la sanità è materia concorrente tra poteri regionali e stato centrale, e la Costituzione fornisce allo stato il diritto di sostituirsi alle regioni in qualunque momento in caso di “pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica”. È la cosiddetta clausola di supremazia, che permette di arrivare a rimuovere un governatore nel caso in cui il suo operato non sia considerato consono per garantire la sicurezza dei cittadini. Una possibilità estrema che avrebbe permesso una gestione centrale della risposta all’epidemia, e che rende evidente come la sovrapposizione tra livelli di governo non può trasformarsi in una scusa per ritardi ed errori nella gestione dell’emergenza.

Penso comunque che invocare il potere sostitutivo non sarebbe stata la risposta giusta, perché con tutti i limiti emersi nelle scorse settimane è difficile immaginare come avremmo potuto affrontare una sfida così enorme senza le possibilità offerte dall’autonomia regionale”, continua Filippetti. “Il campo in cui invece emergeranno sicuramente dei problemi è quello della sospensione o limitazione dei diritti individuali dei cittadini. In questo senso si è sicuramente verificato uno scontro tra stato e regioni che nei prossimi mesi andrà risolto dalla corte costituzionale: abbiamo visto emanare provvedimenti restrittivi delle libertà atipici rispetto alle prerogative del potere regionale, e il rischio è quello di estendere l’interpretazione dei presupposti per l’esercizio di questo potere a situazioni diverse da quella attuale”. A furia di ordinanze, insomma, i governatori potrebbero finire col prenderci gusto, e iniziare a legiferare su temi come la libertà personale, di circolazione, di iniziativa economica, di libertà religiosa e di esercizio del diritto di difesa, che è bene restino di pertinenza del governo centrale. Un cambiamento, tra i tanti che minacciano la nostra vita quotidiana in seguito all’epidemia di Covid-19, che francamente preferiremmo evitarci.

Fonte : Wired