Elasi e la nuova musica a distanza

La cantautrice che sta facendo dello “studio di registrazione diffuso” la sua cifra stilistica, regala a Wired il video del singolo Continenti. Disponibile da oggi, è il racconto di una coppia che si ama da lontano, nel solco di questi tempi. E da lontano, sempre di più, si suonerà, si tornerà ai concerti

Mentre i cantanti navigati soffrono l’incubo del futuro e tra una diretta Instagram e l’altra s’interrogano sul destino di concerti e festival, c’è un’emergente ardimentosa che sfida il presente. Con un singolo (e un video) il cui tema poetico e musicale è più attuale che mai: la distanza. Elasi, all’anagrafe di Alessandria Elisa Massara, classe 1993, avrebbe voluto mettere sul tavolo una traccia diversa che facesse da volano al suo primo ep, Valanghe, in uscita a maggio per Sugar. E avrebbe preferito essere già in tour, non in quarantena a casa dei genitori. Ma tant’è. E allora, invece, che rimuginare e rimandare all’infinito il brano numero quattro della sua tenera carriera, ha tirato fuori dal cassetto Continenti, un testo di qualche anno fa che sembra scritto oggi. Fin da ora disponibile in digitale, è il racconto di una coppia che si ama da lontano e diventa vittima di videochiamate, interferenze, attese lunghissime. Sono lontani anche la stessa Elasi e il percussionista peruviano Marco Falcon, che ha dato il suo contributo al pezzo. La distanza fisica tra cantautrice e musicista è condicio sine qua non di ogni traccia del progetto, ad “avvicinarli” ci pensa la rete. Se ancora non conoscete questa ragazza, e vi siete persi i suoi primi tre singoli (compreso il tormentone 2019 Si salvi chi può), affrettatevi. Noi intanto l’abbiamo intervistata via Skype.
Continenti è autobiografico?

“Lui stava in Belgio quando io ero a Los Angeles, lui partiva per Singapore quando io tornavo in Italia”.

Quali sono gli aggettivi che vorresti utilizzassero per descrivere questo tuo ultimo lavoro di elettronica ricercata?

“(Beat) etnici, (rime) introspettive, (sentimenti) sinceri. Il ritornello è nato per gioco durante un freestyle di parole con un amico poeta Paolo Cerruto; le strofe, invece, sono frutto di una riflessione più intima”.

Non è un rischio, o un’occasione sprecata, uscire con un singolo ora, seppur pertinente al momento?

“In effetti, non mi è chiaro l’attuale mood delle persone… non mi è chiaro nemmeno il mio. E, forse, non sarà riservata molta attenzione a un’emergente. Però, qualcosa bisogna pur fare. Al posto di un disco che dura un’ora, parto con un ep di cinque tracce. E poi chissà che non arrivi un album vero e proprio”.

Dove l’hai registrato?

“In Italia, però è riduttivo. Valanghe rientra in un progetto più ampio che si chiama Chi e con il quale lo scorso anno ho partecipato al bando Ora!X della Compagnia di San Paolo riservato agli artisti under 30. La mia idea: creare una rete di musicisti ognuno in un angolo diverso del mondo, dal Mali al Perù, da Bali al Giappone. Del resto, basta un semplice software [tipo VST Connect di Steinberg, ndr], che dà la possibilità di registrare in tempo reale collaborando con qualsiasi altro artista, proprio come se fosse nello stesso studio”.

Una specie di studio di registrazione diffuso.

“Esatto. È fondamentale che ciascun componente della band a distanza abbia una connessione robusta. Che poi non è l’unica criticità: bisogna fare i conti con le differenze linguistiche, tanto che alcuni dei musicisti che ho coinvolto si sono presentati con l’interprete per un ping pong di idee via Skype. Aggiungici le differenze culturali: le scale non sono tutte uguali ed è successo che fossi io ad adattarmi e a suonare su quella degli altri”.

Qual è il continente che musicalmente ti influenza di più?

“Pesco un po’ da tutti, tranne l’Antartide. Per esempio, ho appena costruito un pezzo a partire dai canti degli aborigeni”.

Il video di Continenti è molto diverso da quelli coloratissimi e pop di Si salvi chi può e Benessere.

“La base è una performance di danza contemporanea: i movimenti dei ballerini rappresentano i movimenti dei confini – geografici, culturali e linguistici – sempre più fluidi. È montato come un visual, come le clip psichedeliche. L’abbiamo girato una settimana prima del blocco da coronavirus”.

Come stai trascorrendo questo tempo forzatamente a casa?

“Provo a dedicarmi a piccole cose che non ho mai fatto prima”.

Quali cose?

“Pescare dalla libreria di famiglia un volume enciclopedico che è lì da quando sono nata, tipo Storie delle concubine imperiali cinesi, e leggerlo tutto. Oppure, seguire un tutorial su YouTube di danza funky – il mio preferito è Move With Colour –, perché ballare è una forma di meditazione. O, ancora, ascoltare musica lontana: sto utilizzando parecchio la piattaforma Radiooooo, che propone una bella selezione di pezzi da ogni angolo del mondo dal 1900 a oggi: passo dalla Mauritania nel 2000 all’Italia nel 1940 con il Quartetto Cetra”.

Riesci anche a scrivere?

“Parecchio: grazie a quelle piccole cose, nella mia camera rimasta ferma all’adolescenza esco dalla comfort zone, accumulo una buona dose di autobiografico”.

Di chi sono i poster dietro di te?

“Dei Blink 182, dei Beatles, di Kurt Cobain… molti, però, li ho tolti”.

Chi ti piace ora?

“Undercut: complesso e funny allo stesso tempo; Tyler, The Creator per la capacità di destrutturare i pezzi; Kerry Chandler, se ci spostiamo verso il genere house, e Floating Points, se parliamo di elettronica ricercata. Tra le donne: Laura Mvula e i suoi arrangiamenti vocali, Eryka Badu, FKA twigs…”.

Italiani? 

“Qui e ora mi viene in mente Iosonouncane, che non spinge sui social come un matto e nemmeno sulle playlist di Spotify: ok, non è una super star, ma è un artista che ci sarà sempre”.

E tu? Vuoi essere una star o un’artista che ci sarà sempre?

“Io ho capito che fare musica non è solo e soltanto sfondare per diventare famosa, ma anche essere una professionista che riesce a mettere insieme forme d’espressione diverse. Per esempio: in questo preciso momento sto postando sul mio profilo Ig brani abbinati alle opere d’arte”.

Niente talent che bruciano la gavetta per te?

“Non ho mai pensato di parteciparvi”.

Quali strumenti ha a disposizione un emergente per farsi strada verso il paradiso del pop? 

“Capisco che possa suonare strano, ma mi sento un po’ confusa sull’argomento. Spotify? Instagram? I legami con la moda? Non so più che cosa funziona”.

Nel tuo caso che cosa sta funzionando?

“A 13 anni sono entrata in una band di ragazzi: tante cover dei Green Day e dei Guns N’ Roses, fino al giorno in cui ho combattuto la vergogna e ho fatto sentire le mie canzoni, completamente diverse da quelle di oggi. Sei anni così e sette di conservatorio – chitarra classica –, ma un certo punto ho abbandonato: lì mi insegnavano a essere un’esecutrice, non un’interprete e tanto meno un’artista. Ho perso fiducia e mi sono fermata per un po’. Ho cominciato a frequentare l’università: Economia per l’arte alla Bocconi. Mi dicevo: «Divento la manager di qualcun altro. Se mi vengono delle buone idee, gliele passo». Però, non ho mai smesso per davvero di partecipare ai bandi, di presentare progetti con il collettivo che ho fondato ad Alessandria: Gasa, che sta per Giovani alessandrini si attivano – praticamente una factory di artisti locali –, di studiare – ho frequentato l’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini a Roma –, di esibirmi ai live… Fino a quando non sono stata accolta dalla Sugar”.

E dopo l’ep? Come ci rieducheremo al normale straordinario? Bisognerà riscrivere le regole del gioco?

“Dobbiamo inventarci qualcosa. Magari, prendendo spunto da un artista islandese di nome Ragnar Kjartansson che, all’Hangar Bicocca di Milano, ha proposto un’esperienza alternativa al concerto: immaginate nove mega schermi distribuiti in modo da formare un cerchio, ogni schermo ospita un musicista che ha in cuffia gli altri e tutti all’unisono suonano per un’ora abbondante un unico lungo brano alla Sigur Rós; lo spettatore può posizionarsi al centro oppure avvicinarsi a uno degli schermi, stare in piedi o sdraiarsi; il suono è spazializzato e avvolge come in un live. Altrimenti, ci daremo alla realtà virtuale seguendo le orme Björk”. 

Fonte : Wired