La generazione senza maturità

“Rispetto agli altri studenti siamo i più svantaggiati: noi a scuola non torneremo mai più”. I ragazzi di quinta superiore di ogni parte d’Italia ci hanno raccontato cosa significa vivere l’ultimo anno di scuola in tempo di emergenza sanitaria

Un po’ mi rattrista che potrei aver fatto l’ultimo giorno di scuola della mia vita senza neanche sapere che era l’ultimo”. È la surreale situazione che sta vivendo Simone, liceo scientifico Leonardo da Vinci di Treviso, e come lui i 460mila studenti dell’ultimo anno di scuola superiore, che nei prossimi mesi si troveranno davanti a un esame di maturità scardinato dai canoni tradizionali. Il Consiglio dei ministri ha appena dato il via libera al decreto legge sugli esami di stato che tiene conto dell’emergenza coronavirus. Il ministero dell’Istruzione ha fatto sapere che esiste a oggi una doppia possibilità: nel caso in cui si possa rientrare a scuola entro il 18 maggio, ci sarà un esame con commissione interna, dunque semplificato, che articolerà su due prove, la prima preparata dal ministero e la seconda curata dalle commissioni. E infine ci sarà il classico colloquio orale. Al contrario, se non si rientrerà a scuola, è previsto il solo colloquio orale, che a quel punto potrebbe svolgersi online. 

A essere più confusi che mai sono gli studenti che, già disorientati dallo sconvolgimento epocale che la scuola sta affrontando, vivono la tipica preoccupazione dell’esame di stato in una maniera del tutto nuova. Alcuni professori sono spaesati tanto quanto noi, altri invece cercano di avere più piani per essere preparati a tutte le eventualità su come sarà la maturità. Anche io sono spaesato: non so come sarà la mia maturità, non so su quali materie devo focalizzarmi. Un giorno dicono che potremmo fare solo un orale con solo sei materie, un altro ci dicono che l’orale sarà su tutte le materie: oggi che lo scritto si farà; domani che non si farà. Non so bene cosa fare. E allora faccio come prima, studio poco, tendo ad andare al ribasso”, racconta a Wired Federico, studente del liceo linguistico Porta di Monza. 

E chi si trova dall’altra parte della barricata, una docente, non vive certo una situazione più facile. “Questo voler andare a caccia dello scoop per cui ogni giorno spunta una notizia nuova e contraddittoria rispetto a quella del giorno prima è pesante. Questo dire tutto e il contrario di tutto – non si fanno esami; sì, si fanno: commissione interna: commissione esterna: solo una prova; no, più prove – rende i ragazzi incerti, e siamo noi prof a doverli confortare e a dire loro di attendere le notizie ufficiali”, racconta Laura, professoressa di inglese al liceo artistico Catalano di Palermo. E ad oggi l’unica cosa da fare è aspettare le ordinanze del ministero che attueranno il decreto varato dal Consiglio dei ministri alcuni giorni fa. 

Tra le mille sfaccettature che una situazione del genere si porta con sé, questa sensazione di incertezza sulle modalità con cui si svolgerà l’esame di stato è il tratto che più accomuna gli studenti maturandi, da Reggio Calabria a Treviso. 

Ma c’è anche chi, come Fabio, studente del liceo scientifico Nostro-Repaci di Villa San Giovanni (Reggio Calabria), è rassicurato dal fatto che in ogni caso la maturità di quest’anno sarà “semplificata”. “I professori ci stanno rassicurando sul fatto che in un modo o nell’altro sarà facilitata. Potrebbe addirittura essere ‘conveniente’, visto che rispetto agli altri anni dovrebbe esserci una commissione tutta interna, fatta eccezione del presidente, che potrebbe essere eliminata la seconda prova, e che i programmi sono ridotti”, dice Fabio. “I professori stanno cercando di prepararci a tutte le eventualità, sia quelle nuove che all’esame standard”. 

Una lunga notte prima degli esami

L’altro grande denominatore che in questo momento sta accomunando gli studenti è un certo sentimento di tristezza nel vivere in maniera così sottotono gli ultimi mesi di scuola, e l’esame in sé. “L’esame di maturità, per quanto ti possa mettere ansia, è un momento che poi ti porti per tutta la vita. Da questo punto di vista sono triste di non poterlo vivere come tutti: ma dall’altra parte non nego che sono contenta se non mi fanno fare lo scritto di matematica”, riflette Carlotta, del liceo scientifico Avogadro di Roma. Insomma: “Un po’ di sentimenti contrastanti. L’amaro più grande però forse è il fatto che non siamo partiti per il viaggio studio a Berlino, che sarebbe dovuto essere a fine marzo: la catastrofe, il cataclisma. E stavamo già organizzando il viaggio di maturità di quest’estate, menomale che non avevamo ancora preso i biglietti”. 

Sensazione simile a quella che racconta Eleonora, dello scientifico Da Vinci di Salerno: “Non sarà il solito ultimo anno, e non poter vivere gli ultimi mesi di scuola e l’esame di maturità nel modo in cui lo hanno fatto gli altri e che per tutti è un ricordo indelebile, sicuramente ci rattrista un po’, ecco”. 

Il rischio di sminuire un momento così importante nella vita di ogni ragazzo è dietro l’angolo, come spiega Tullia, professoressa di latino e greco al liceo classico paritario Dedalo Istituto Sant’Orsola di Roma. “Al di là della preparazione pratica all’esame, stiamo comunque lavorando sulla serietà della cosa. L’importante è non ridurre questo anno a un anno perso, a una paralisi. È un anno diverso, un anno di riflessione, un anno più lento, ma non va sminuito agli occhi degli studenti. È un periodo prezioso, di sperimentazione, per rimettere in discussione i modelli pedagogici, le modalità e i contenuti stessi. I ragazzi ora sono rattristati dal fatto che la loro maturità ‘vabbè, va così’, e quindi vanno sostenuti nel percepire la serietà della cosa che stanno facendo e l’importanza”.

L’ansia da esame di maturità, coronavirus o meno, è la più classica delle preoccupazioni di un liceale, come spiega Brando, del liceo scientifico Democrito, sempre di Roma, zona Casal Palocco. “L’unica cosa che vogliamo sapere adesso è come si svolgerà l’esame. Tanto, l’ansia ce l’avevamo già da settembre. Se non si faranno gli scritti sarà una svolta. Ma per quanto può essere pesante la scuola a volte, ora pesa di più stare a casa e non vedere i miei compagni”.

Una chiusura imprevista, che nessuno si aspettava, che se davvero le scuole non riapriranno prima della fine dell’anno scolastico nessuno avrà vissuto come avrebbe voluto, come ha riassunto in una frase ancora Brando: “Il fatto di pensare che il giorno in cui hanno chiuso le scuole era l’ultimo mi fa strano”. 

La nostalgia della classe

Se all’inizio la notizia della fine delle lezioni in classe ha destato una gioia inattesa nella stragrande maggioranza degli studenti, felici di potersi prendere una pausa da interrogazioni e compiti in classe, pochi giorni dopo è arrivato lo smarrimento, la nostalgia del contatto umano, della vita quotidiana in classe. 

Quando ci hanno detto che la scuola sarebbe stata chiusa eravamo contenti, ma poi quando abbiamo realizzato che era l’ultimo anno e che non ritorneremo più a scuola, ci è mancata tantissimo”, racconta Carlotta, del liceo scientifico Avogadro di Roma. “Non vediamo l’ora di tornare tra i banchi di scuola e speriamo che si possa rientrare veramente prima della fine dell’anno, almeno qualche giorno. Rispetto a tutti gli altri studenti siamo quelli più svantaggiati, perché noi a scuola non torneremo mai più”. 

Nelle classi i sentimenti sono contrastanti: “Tra i miei compagni ci sono quelli felici che non si vada a scuola e chi non ce la fa più e non vede l’ora di tornare, come me. Comunque credo che se non ci fosse stata neanche l’opportunità di queste lezioni online sarebbe stato ancora peggio”, spiega ancora Carlotta da Roma. 

E a fare una riflessione su questo è Laura, professoressa di inglese di Palermo, colpita da quanto gli studenti stiano capendo che la cosa importante adesso non è solo andare avanti con i programmi, ma anche sentirsi parte di una comunità, fare classe. “Il loro approccio allo studio e alla formazione è cambiato perché ne hanno colto il valore, in un momento in cui era stato messo in pericolo. La didattica online non potrà mai sostituire il contatto reale che si costruisce in classe, ma la scuola deve capirne le potenzialità. E dovremo imparare a essere flessibili: oggi la scuola ha una rigidità che in questi giorni di necessità siamo stati costretti a superare. Siamo pionieri, stiamo aprendo una strada, è tutta una sperimentazione. È stato un cambiamento traumatico, ma già prima si avvertiva l’esigenza di togliere un po’ di polvere”, racconta. 

Che cosa imparerà la scuola italiana da tutto questo?

Quello del nostro paese è un sistema scolastico paludato, ancora troppo legato a modelli tradizionali, e poco pronto ai cambiamenti, come raccontano i molti studenti delle scuole di tutta Italia che hanno dovuto aspettare settimane prima che gli istituti si attrezzassero per la didattica a distanza. 

Da quando hanno chiuso le scuole sono passate due settimane prima che iniziassimo a fare lezione online. Inizialmente ci trovavamo malissimo, i prof non erano abituati a usare le app per le videoconferenze. Ogni professore ne usava una diversa, era un delirio. Alcuni non fanno le videolezioni, ma ci mandano il materiale sui gruppi di WhatsApp senza spiegare niente, e noi non capiamo nulla”, racconta ancora Arianna, la studentessa romana. 

Una modalità, quella a distanza, che se ha degli indubbi pro, ha anche dei contro molto difficili da superare, come ad esempio il gap tecnologico che ancora molte famiglie vivono, o la condivisione forzata degli spazi. “La didattica a distanza non è democratica, secondo me. Uno si deve organizzare come può. Noi siamo quattro figli in casa, ed è un casino fare lezione la mattina”, racconta Rita, che frequenta il liceo classico dell’Accademia dell’Annunziatella, a Napoli. “Io e mia sorella condividiamo la stanza, lei si deve collegare con una scuola nel Regno Unito perché stava facendo l’anno all’estero prima di dover rientrare, ed è complicato. Non è democratica, perché dà per scontato che tutti abbiano una spazio e il materiale adatto per farla, e invece non è così”. 

Molte scuole stanno però cercando di ovviare al problema e coglierne e opportunità, come racconta Irene, dell’Istituto agrario Datini di Prato: “La quarantena è stata l’occasione per ‘tecnologizzare’ scuole che come la mia non erano affatto preparate. Se non ci fosse stata, saremmo rimasti ai tempi della pietra. La scuola ha offerto dei computer in comodato d’uso, ci hanno mandato un sacco di messaggi per venire incontro a chi non aveva disponibilità e alcuni miei compagni ne hanno usufruito”. 

La didattica a distanza funzionerà anche dopo l’emergenza?

Sarà dunque l’inizio di un modo tutto nuovo per vivere la scuola? Le riflessioni in cantiere sono tante, e rese più urgenti che mai dalla situazione emergenziale. Modalità del genere possono sopravvivere anche quando nei prossimi mesi sarà scongiurato il pericolo sanitario e si tornerà alla vita più o meno normale?

Devo dire che questa modalità ci piace molto, e credo che il rendimento sia aumentato. Non solo è perfetta per questo momento complicato, ma secondo me sarebbe efficace anche in situazioni normali. In questo modo si ha la possibilità di suddividere lo studio come viene più comodo e avere più tempo e più motivazione. Mi piace più della modalità standard”, argomenta ancora Fabio, studente calabrese. 

Speriamo che sia l’occasione per incrementare anche queste conoscenze, capire le potenzialità degli strumenti che abbiamo”, spiega Giusy, professoressa di latino e greco al liceo classico di Villa San Giovanni, la cui scuola aveva già avviato sperimentazioni prima dell’emergenza. “Per fortuna la mia scuola era preparata, avevamo già una piattaforma di e-lerning, quindi siamo stati attrezzatissimi fin da subito. Stiamo lavorando molto di più del solito, tra preparazione delle lezioni, videolezioni in sé, correzione dei compiti e tutto il resto, è stato abbastanza complicato. Ma i ragazzi stanno lavorando bene. Le interrogazioni non sono quelle canoniche, faccio domande di ragionamento, la cui risposta non può essere trovata solo abbassando gli occhi sul libro dietro lo schermo”. 

È un pensiero simile a quello di Tullia, docente romana, che è convinta che un’esperienza del genere sarà preziosa per rimettere in discussione l’intero sistema scolastico: “Abbiamo completamente ribaltato le forme di didattica e di organizzazione delle ore a disposizione di una classe. Abbiamo cambiato anche l’obiettivo, lavoriamo molto meno sul nozionismo. Questo teatrino della scuola così non ha più senso. Stiamo lavorando, ora più che mai, sul concetto di rielaborazione del materiale e dei concetti. Il compito diventa confrontare i contenuti e elaborare qualcosa di originale. Fare scuola non significa più solo la versione da tradurre”. 

E i docenti, sono pronti?

Una didattica a distanza e l’uso di strumenti tecnologici più avanzati deve necessariamente tenere conto delle competenze dei docenti, e non tutti sono stati da subito a proprio agio con questo nuovo paradigma. Ma la voglia di fare, dopo il disagio iniziale, sembra esserci. “C’è molta ammirazione da parte nostra verso i professori, che non si erano mai approcciati a una didattica a distanza. Alcuni di loro sono abbastanza anziani, ma comunque mettono a disposizione ore extracurriculari per discutere, per ascoltare i nostri dubbi, avere colloqui e confronti sull’esame e non solo. Stanno facendo tutto il possibile e siamo contenti”, racconta Fabio, dalla Calabria. 

E il disorientamento comune, fa sparire, anche se per poco, la distanza tra professori e studenti, l’eterno – e spesso bonario – conflitto tra ciò che c’è al di qua e al di là della cattedra. “Il loro approccio è stato incerto, come anche il nostro. Ci rendiamo conto che non erano preparati a una situazione del genere, come noi, ma ce la stanno mettendo tutta, anche se non è facilissimo”, dice Eleonora. 

Una sfida che la maggior parte di loro ha colto immediatamente, per non mollare la propria missione educativa, in un momento più delicato che mai. “Molti prof hanno tanta voglia di insegnare, si vede proprio”, dice d’altronde Irene, studentessa di Prato in attesa di capire se anche lei, come tutti noi, potrà cantare quella famosa canzone di Venditti e sentirsi parte di un momento che non ritorna.

Fonte : Wired