Siamo proprio sicuri che questo si chiami smart working?

Replicando a casa lo stesso modello dell’ufficio, continuiamo a usare quell’etichetta: ma “smart working” non significa tradurre le riunioni in videocall, e passata la crisi dovremo sciogliere la confusione

(foto: Thomas Trutschel/Photothek via Getty Images)

Siamo sicuri che questa via di mezzo fra gli arresti domiciliari e la celebre ruota del criceto debba dirsi smart working? Che, cioè, lavorare senza soluzione di continuità, da reperibili in ogni momento, sia davvero la nuova frontiera del lavoro agile, come forse sarebbe meglio chiamarlo? Probabilmente stiamo prendendo una cantonata, condannati a un treno di videochiamate – call, direbbe qualcuno – che non finisce mai, e che forse risultano perfino più moleste delle famose riunioni ormai scolorite nella memoria.

Il lockdown che prosegue ormai da un mese ha ovviamente la sua responsabilità su questo punto: ha condotto a sovrapporre il concetto di smart working con quello, ben più vetusto, di telelavoro. O, in modo più semplice, lavoro da casa. In questo momento è ovviamente difficile separarli, dato che tendono a mescolarsi perché molti degli ingredienti del primo sono impraticabili – viaggi, eventi, alternanza con l’ufficio, relazioni – e dunque gli sottraggono gran parte della sua caratterizzazione. Eppure una questione di fondo dovrebbe rimanere: quella del lavoro per obiettivi contro la mera duplicazione della dimensione d’ufficio anche a casa. Sono due mondi totalmente diversi, e con la loro confusione, passata l’emergenza e ripresa una certa regolarità, ci dovremo confrontare. Perché in molti avranno acquisito un’idea vagamente sballata di smart working: poter fare a casa quel che fai in ufficio. Non è proprio così.

Smart working significa gestione delle persone basata su delega, autonomia e loro responsabilizzazione, di base c’è la fiducia” – ci ha spiegato Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano – “i capi devono imparare non a controllare le persone ma il fatto che raggiungano gli obiettivi. Perciò devono saperli assegnare e verificare che li raggiungano. Inoltre per fare smart working occorre imparare a pianificare bene le attività e non gestire tutto per urgenza, che è facile quando si è in presenza, ma non se si è da remoto”. Al contrario, con l’emergenza Covid-19 “il modo di lavorare, per chi non è già smart, è lo stesso di prima, solo che le persone sono a casa. Quindi tantissime riunioni virtuali di allineamento, nessuna pianificazione e lavoro per urgenza, capi che dicono alle persone esattamente come fare le cose senza dare autonomia”. C’è da scommettere che in molti si ritrovino in questa seconda situazione. Ma che, chissà perché, la stiano appunto chiamando smart working.

Non solo. Nel primo caso “c’è autonomia nella scelta del luogo di lavoro da parte del lavoratore. Non si lavora sempre da casa, ma solo quando lo ritiene più utile in base alle attività da fare”, nel secondo caso “non c’è scelta, il luogo di lavoro è ovviamente la casa”. Ancora diversa è infine la definizione di telelavoro, che pure schiere di sociologi spacciano da almeno un quindicennio come la nuova frontiera dell’impiego. “Il telelavoro è un contratto che prevede che le persone lavorino da casa per la maggior parte del tempo, non necessariamente cambiano le logiche di assegnazione degli obiettivi o lo stile del capo ma la sede di lavoro” – conclude Crespi – “per cui il luogo di lavoro è la casa e deve essere sempre la stessa. Nello smart working, a seconda delle regole della organizzazione, puoi lavorare da casa tua, da un coworking, da casa di tuo cugino”.

Senza dubbio la necessità fa virtù, e la precipitosa decisione di molte aziende di smantellare l’equazione lavoro = presenza fisica in determinati luoghi e orari, sebbene obbligata dall’epidemia, ha un suo merito. Purtroppo però lo smart working non significa tradurre le riunioni in videocall; significa innestare versatilità organizzativa nelle stesse mansioni lavorative, riorganizzate non per quantità ma per qualità e obiettivi, oltre che per accesso agli strumenti di produzione messi a disposizione da un’organizzazione.

Non è un caso che in questa fase si stiano trovando meglio tutte quelle realtà che fin da prima della crisi vivevano secondo una simile logica. Certo, oggi sono impoverite anche loro perché mancano quasi tutti i pezzi che fanno smart il working, per smontare questo anglicismo. E che non sono gli strumenti e i canali digitali che si usano, o almeno non solo quelli, nella misura in cui non basta una classe collegata su Zoom per fare didattica digitale. Lo smart working passa dalla profonda rimodulazione dei tempi, delle libertà di azione e degli standard di giudizio sul lavoro consegnato. Dovremo tornare a chiarirlo, fra qualche tempo. E a chiamarlo nel modo giusto.

Fonte : Wired