La vita ai tempi del coronavirus in Italia

Nota dell’editore: questo articolo è stato pubblicato il 24 marzo. Dati e statistiche sono stati aggiornati il 9 aprile. 

MILANO – Ho la febbre.

È una febbre bassa ma persistente. Sale nel pomeriggio e mi fa star male al mattino, con una violenza che non è proporzionata alla temperatura rilevata. Ho i brividi, mi fanno male i muscoli e ho una preoccupante tosse secca. E mi sento debilitato.

Io e il fotografo Gabriele Galimberti abbiamo lavorato giorno e notte nelle scorse settimane, a Milano. Da quando è scoppiata l’epidemia di COVID-19 in Italia, sul finire di Febbraio, abbiamo documentato ogni giorno dell’emergenza dal punto di vista del suo epicentro, la nostra regione lombarda. Abbiamo visitato obitori e ospedali alla ricerca di storie e immagini in grado di raccontare al resto del mondo quello che sta accadendo qui.

Abbiamo parlato con virologi, addetti stampa degli ospedali, imprenditori cinesi, sorveglianti dei cimiteri. Abbiamo incontrato dipendenti comunali addetti alla sanificazione delle strade. Per fare un report sul virus senza contrarlo o diffonderlo, abbiamo indossato mascherine per parlare con le persone, e siamo rimasti sempre a distanza di sicurezza. Abbiamo utilizzato di frequente igienizzanti e ci siamo lavati le mani ogni volta che potevamo.

Quando abbiamo deciso di concentrare il nostro lavoro sugli effetti della distanza sociale, Gabriele ha fotografato i soggetti dall’esterno delle loro case, e io li ho successivamente intervistati al telefono. In questo modo ci siamo assicurati che nessun germe si diffondesse mentre lavoravamo entro i vincoli di un paese in isolamento. 

In solo un mese, la Lombardia è diventata la zona più colpita dell’intero paese. Nonostante le crescenti misure restrittive per fermare il diffondersi del virus, quest’ultimo non si è fermato. Gli ospedali hanno finito i letti dei reparti di terapia intensiva, e anche l’ossigeno. I medici sono stati colpiti dal virus, e non ci sono mascherine e disinfettanti disponibili. L’Italia ha superato la Cina in termini di paese con il maggior numero di decessi collegati al COVID.

Il mio sfinimento ora va al di là del consueto troppo lavoro, o della sensazione di mancanza di sonno. Sono così esausto che mentre facevo un’intervista, le mie gambe sembravano cedere, e sono andato in un supermercato a comprare della cioccolata, pensando di avere un calo di zuccheri.  

Questi sono i sintomi del coronavirus. Lo so. Li ho letti almeno un centinaio di volte la scorsa settimana. I medici hanno continuato a spiegare i sintomi sin da quando è iniziata la crisi il 21 febbraio. La quarantena a Milano è cominciata due giorni dopo. Io ho compiuto 40 anni quel giorno, e non mi sarei aspettato di trascorrere quella giornata contando gli infetti e i morti. Ma dovevamo contare, e contare, e ricontare di nuovo, ogni sera. Nel frattempo, temevamo per la salute dei nostri stessi familiari e amici.

Devo fare il tampone per sapere con certezza se ho contratto il virus. Il paese intero parla da settimane di tamponi. Dovrebbero fare tutti il tampone? E se sì, perché non si fa? Il fatto di non fare tamponi alle persone significa che forse ci sono in giro persone asintomatiche che possono infettare gli altri? E come, se non facendo i tamponi a tutti, possiamo avere dati affidabili sul numero dei malati, dei morti, e delle persone ricoverate?

Queste sono le grandi domande. La piccola domanda invece è: cosa dovrei fare io, oltre che dire a Gabriele, con il quale ho lavorato per settimane, di starmi lontano, dal momento che lui sta ancora bene? Quanto dovrei essere preoccupato?

C’è un numero per le emergenze, ma in teoria bisogna chiamare solo se si ha la febbre alta. La mia non è così alta. Inoltre il sistema sanitario è al collasso – non dovrebbe essere intasato con richieste inutili che tolgono tempo ed energie a quelli che davvero ne hanno bisogno.

Comunque lo scorso anno ho avuto un grave incidente d’auto, entrambi i miei polmoni sono collassati, e sono stato in terapia sub-intensiva a lungo. Inoltre ho solo un rene. Le mie funzioni vitali corrono un rischio maggiore rispetto alle altre persone. Questo forse mi dà più diritto a chiamare il numero delle emergenze, anche se la mia febbre non è alta? 

Ho deciso di no. Non per altruismo. Per realismo. Piuttosto ho chiamato uno specialista in malattie infettive, il cugino di un amico che è medico, e mi conosce di nome. Gli ho elencato i miei sintomi e gli ho detto dei miei polmoni. Lui mi ha fatto una sola domanda: “Sei stato a Bergamo o a Brescia?”

Bergamo e Brescia, entrambe a circa 90 chilometri da Milano, hanno il numero maggiore di casi e i tassi più alti di mortalità. Nessuno sa perché, ma qualcuno sospetta che non siano stati seguiti negli ospedali i protocolli di sicurezza. I medici e gli infermieri hanno iniziato ad ammalarsi, e così hanno finito per infettare altre persone a una velocità allarmante. Il numero di decessi è così alto che gli obitori non hanno spazio a sufficienza per tutti i corpi. Le bare devono essere accumulate nelle chiese e poi caricate su camion dell’esercito per essere spedite in altre regioni e seppellite.

Rispondo al medico che fortunatamente, no, non sono stato in quei luoghi.

“Molto probabilmente si tratta di COVID”, dice. “Sintomatologia medio-bassa. La febbre ha 48 ore per salire altrimenti resta così a lungo. Se sale, ti prescriverò un trattamento al telefono. Ma devo dirtelo, ho avuto una paziente con febbre molto alta per cinque giorni, e non sono riuscito a mandarle un’ambulanza. Chiamami stasera o domani. Non preoccuparti – ci sono tantissimi casi come il tuo”.

Non sono sicuro che sapere tutto ciò mi faccia sentire meglio, ma lo chiamerò.

Ogni telefonata accresce l’incubo che stiamo vivendo e l’ansia di non sapere quando saremo in grado di tornare alle nostre vite, se mai lo saremo. Molti italiani hanno perso parenti e amici, e molti altri li perderanno nelle prossime settimane. Molti sono stati curati ma sono rimasti traumatizzati – e probabilmente lo saranno per sempre.

Molti non possono essere ricoverati perché non sono abbastanza malati, e sono spaventati, rinchiusi nelle loro case. Molti, specialmente quelli che vivono da soli, porteranno i segni di una reclusione davvero lunga e solitaria. Molti perderanno il lavoro perché la nostra economia sta collassando.

E se non fosse abbastanza, anche se un giorno riuscissimo a far finta di tornare a una sorta di normalità, il virus della paura ci avrà infettati tutti. E quello, lo so per certo, non se ne andrà mai.

Fonte : National Geographic