Per battere il coronavirus serve collaborare, non alzare barriere

La corsa al vaccino ha riacceso le spinte nazionalistiche. Ma questa è una pandemia, non una guerra: la lezione della scienza alla politica è che la cura nascerà dal libero scambio delle ricerche sulla Covid-19

Da una parte c’è la collaborazione della comunità scientifica internazionale che, nell’urgenza di svelare la natura del nuovo coronavirus e trovare una cura per la Covid-19, ha messo da parte persino l’abituale rivalità fra centri di ricerca sempre a caccia di gloria e finanziamenti. Dall’altra ci sono le tentazioni nazionalistiche di Stati Uniti, Cina ed Europa che, in nome di una guerra al nemico invisibile, chiudono confini, bloccano l’esportazione di farmaci, mascherine e attrezzature mediche, blindano i propri laboratori per aggiudicarsi la cura che potrebbe fermare la pandemia. Due mondi agli antipodi, in cui l’ideale della scienza aperta, senza barriere fra nazioni e culture, si scontra con il linguaggio bellicoso del nazionalismo che sembra contagiare le potenze economiche. Due mondi che tuttavia, volenti o nolenti, sono destinati a incontrarsi, perché questa guerra al coronavirus si gioca tutta sul campo di battaglia della scienza e della medicina.

La geopolitica della pandemia

La corsa al vaccino è già diventata il nuovo terreno di competizione fra Stati Uniti, Cina ed Europa. Non è solo una questione di prestigio: davanti a una minaccia globale per la salute e l’economia, disporre di una cura diventa una questione di sicurezza nazionale. E poiché in caso di successo per produrre abbastanza dosi vaccinali servirà tempo, arrivare per primi vorrà dire avere il controllo sulle forniture, assicurarsi le prime dosi e accrescere il potere di influenza sulle altre nazioni. Se gli Stati Uniti riusciranno a battere sul tempo la Cina e l’Europa, come promette Donald Trump, il suo America first assumerà tutta un’altra sfumatura. Del resto, basta pensare a cosa accadde durante la pandemia di H1N1 nel 2009, quando il governo di Canberra impedì alla società australiana che riuscì a sviluppare il primo vaccino monodose di procedere all’esportazione finché non venne soddisfatta la domanda interna.

In Cina, d’altro canto, la ricerca più promettente è condotta da ricercatori affiliati all’Accademia di scienze mediche militari, che sta già reclutando i volontari per gli studi clinici. Mentre in Europa è bastata la notizia che Trump stesse cercando di accaparrarsi la CureVac, un’azienda tedesca che lavora al vaccino, perché la Commissione Europea stanziasse altri 85 milioni di dollari a favore dell’azienda, già sostenuta da un consorzio europeo per i vaccini. “È una società europea e volevamo tenerla in Europa. Era molto importante erogare il finanziamento necessario ed è quel che abbiamo fatto”, ha detto Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea.

Del resto, non è una novità che il progresso medico offra vantaggi strategici: basti pensare al ruolo avuto dalla penicillina, il primo antibiotico, durante la seconda guerra mondiale. Niente a confronto di quel che potrebbe significare il monopolio della cura per la Covid-19, capace di ridisegnare la geopolitica del dopo-pandemia. Ecco perché c’è un serio rischio che la ricerca biomedica possa subire la pressione delle politiche nazionalistiche. “La scienza è dell’umanità in tempo di pace, della patria in tempo di guerra”, come disse Fritz Haber, premio Nobel per la chimica nel 1918 e inventore di alcuni dei più micidiali gas tossici usati nella prima guerra mondiale come arma di distruzione di massa.

La scienza aperta

Dai tempi di Haber, tuttavia, la scienza è molto cambiata. Più che al genio di un manipolo di cervelloni che lavorano nel segreto dei loro laboratori, somiglia a un’impresa collettiva dove un incessante scambio di informazioni e competenze fra scienziati di ogni parte del mondo è ormai la norma. Applicare l’etichetta Made in China o Made in Usa ai risultati della scienza non è mai stato tanto complicato come oggi, scrive il New York Times. E questo vale anche per la ricerca sulla Covid-19: mai prima d’ora così tanti esperti di tanti Paesi hanno unito le forze per trovare soluzione a un singolo problema. La competizione non è certo scomparsa: fa ancora parte del gioco, ma è passata in secondo piano nell’urgenza di affrontare questa minaccia globale.

Secondo la rivista Science, il coronavirus avrebbe addirittura stimolato una nuova cultura della ricerca e rivoluzionato la comunicazione fra gli scienziati, favorendo la cooperazione e consentendo agli studi di progredire più in fretta rispetto a qualsiasi epidemia del passato. Persino la consuetudine di non diffondere i risultati delle ricerche prima della pubblicazione su una rivista con peer review – una procedura nata per garantire la qualità degli studi, che tuttavia oggi appare sempre più inefficiente e anacronistica – è stata surclassata dalla condivisione delle bozze preliminari sui server di medRxiv e bioRxiv, due archivi online che offrono il libero accesso ai pre-print. Oggi ricevono una media di 10 articoli al giorno sul coronavirus. È un sistema che talvolta crea qualche confusione, ma accelera enormemente lo scambio di dati e informazioni: quel che prima richiedeva mesi per essere condiviso e validato dalla comunità scientifica, oggi si compie in meno di 48 ore.

Nonostante l’approccio patriottico e muscolare esibito dal presidente Xi Jinping, anche i ricercatori cinesi hanno dato grande impulso alla collaborazione internazionale, pubblicando la prima sequenza genetica del nuovo coronavirus isolato a Wuhan sulle banche dati Gisaid e GenBank, liberamente accessibili. Da allora sono state identificate e condivise centinaia di sequenze genetiche del virus e sono stati avviati oltre 200 studi clinici in stretta cooperazione fra ospedali e laboratori di tutto il mondo.

Sebbene il discorso politico sia ormai infarcito di slogan belligeranti, per il momento le spinte nazionalistiche non hanno fermato la collaborazione internazionale nella corsa al vaccino. Il timore, però, è che non appena arriveranno i primi segnali di qualche ricerca davvero promettente, le aziende coinvolte vengano nazionalizzate, con il rischio concreto di intralciare la ricerca e avvelenare i rapporti internazionali. Faremmo il gioco del coronavirus, che ha già dimostrato di non temere né barriere geografiche, né tantomeno confini tracciati solo sulle mappe degli umani. Poiché è ormai chiaro che potremo fermare il contagio, non resta che rallentarne la diffusione in attesa di una cura o un vaccino sicuro ed efficace. Si dice che nelle guerre ci siano sempre vincitori e vinti. Questa però non è una guerra, è una pandemia. Stavolta abbiamo bisogno di collaborare come specie e non solo come clan. Perché l’unico modo per non darla vinta al coronavirus è trovare una cura più in fretta possibile e renderla accessibile a tutti, in modo equo. Ecco quel che la politica può imparare dalla ricerca scientifica.

Fonte : Wired