Coronavirus, chi ripartirà per primo e tutti i motivi per cui la fase 2 sarà “al rallentatore”

Le tute protettive dei membri della Protezione Civile vengono disinfettate. Ponte San Pietro, vicino a Bergamo. Ansa/FilippoVenezia

Sarà secondo molti esperti solo un’indagine epidemiologica, con modalità ancora da stabilire, a dare indicazioni realistiche su quanta strada abbia percorso in Italia il coronavirus, il Sars-Cov2, da gennaio a oggi. Per una vera e propria fase 2, con l’allentamento significativo delle restrizioni, non è pensabile avere fretta perché non abbiamo il vero quadro della situazione. Gli scienziati in questi giorni hanno a più voci spiegato che la curva epidemica ancora non è arrivata al punto giusto. Non si parla quindi di tornare alla normalità, ma di riaprire solo e soltanto alcune attività. Prima le aziende, poi i cittadini: la via è segnata. Il primo step sarà questo, riguarderebbe aziende in grado di garantire tutte le condizioni di sicurezza e probabilmente solo in settori ben definiti, come quelle operative nel campo del supporto alla filiera alimentare e farmaceutica, alcune aziende meccaniche, ma anche qualche negozio che vende prodotti per il tempo libero o forniture per gli uffici. Ma non ci sono certezze. A lungo, forse per mesi, non sarà comunque permesso sostare in gruppo per strada o negli spazi verdi, e gli ingressi nei negozi e nei supermercati saranno sempre scaglionati. In fondo alla lista ristoranti, bar e pub, dove si gioca gran parte della vita sociale degli italiani. Bisognerà poi essere preparati a richiudere le zone in cui ripartiranno i focolai (è possibile che ci saranno focolai, perché il virus non scomparirà), con protocolli snelli e di immediata applicazione.

Nessun “liberi tutti”, quindi. Sì, c’è un rallentamento dei contagi ma il numero dei nuovi casi resta abbastanza significativo, e il numero dei decessi quotidiani in Italia è molto alto. Oltre a sottostimare il reale numero di contagiati, i numeri ufficiali presentano poi anche altri problemi. Ci sono regioni come la Lombardia, ad esempio, che mettono insieme guariti e dimessi. Ma dimessi non significa guariti, chi viene dimesso può ancora essere “attivo” e contagioso. E poi i dati che vengono resi noti ogni 24 ore uniscono i risultati dei tamponi fatti in giorni diversi. Che cosa comporta? Ciò fa sì che i numeri del bollettino giornaliero si riferiscano anche a persone che hanno fatto il tampone giorni precedenti. Difficile dire se quella di cui parliamo ogni giorno alle 18 sia quindi la situazione di ieri o del giorno precedente, e capire se nel frattempo la situazione sia cambiata ulteriormente. Tra qualche giorno, realisticamente la prossima settimana, capiremo se siamo vicini ad un miglioramento sostanziale della situazione o no.

Che servano “tempo e gradualità” lo ripete in tutte le occasioni anche il ministro della Salute, Roberto Speranza. A Dimartedì su La7 ha detto che “la fase due sarà necessaria ma con il virus dovremo convivere. Bisognerà organizzare un modello produttivo e anche organizzativo sanitario diversi basati sulla gradualità. E’ chiaro che dovremo investire sui Covid hospital e superare il modello dell’ospedale misto, partiremo con una campagna di testing e test sierologici e utilizzare le nuove tecnologie. Lanceremo una app per tracciare i casi positivi. Credo sia prematuro dare date. È chiaro che partiremo da alcune attività produttive e poi con la massima gradualità e intelligenza apriremo altre attività”.  Sull’emergenza coronavirus, ci si illude se si pensa che “la fase 2 è ‘liberi tutti, andate a fare i picnic sul prato'”. Lo ha chiarito il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, a ‘Porta a Porta’ su Rai Uno.

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E’ ancora presto per allentare le restrizioni anche secondo Walter Ricciardi, ordinario di Igiene alla Cattolica e nel comitato esecutivo dell’Oms, consulente del governo per l’emergenza, che in una intervista alla Stampa dice. “Una ripartenza dopo Pasqua? Per quanto riguarda me e gli altri scienziati consulenti del governo occorre più tempo. Ricordiamo che Wuhan ha riaperto dopo tre mesi. Serve la discesa dei positivi, non il rallentamento dell’aumento”. Nella riunione in videoconferenza di ieri a cui hanno partecipato il premier Giuseppe Conte e tutto il comitato tecnico-scientifico, non si sarebbe parlato di una data per procedere all’eventuale avvio della fase 2: il 13 aprile scade il termine delle misure di contenimento, Conte dovrà decidere entro la settimana (l’annuncio probabilmente venerdì o sabato) se modificarle o semplicemente prorogarle di nuovo. La sensazione, diffusa, è che solo dopo il ponte del primo maggio si inizierà a parlare della fine graduale delle restrizioni che impattano sulla vita quotidiana degli italiani. Con un bilancio, in drammatico e continuo aggiornamento, di oltre 17mila morti ufficiali, non ci sarà nessuno scatto in avanti prima del tempo. Ma l’esecutivo dovrà comunicare il prima possibile a tutti gli italiani quale sarà il cronoprogramma delle prossime settimane – suscettibile di modifiche in corso d’opera, naturalmente – e mettere nero su bianco un’idea e una visione di riapertura. E di futuro.

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Fonte : Today