Nel mondo arabo le rivoluzioni restano in sospeso

07 aprile 2020 12:53

Alle sette di sera di venerdì 27 marzo, appena entrato in vigore il coprifuoco, le forze dell’ordine libanesi hanno fatto irruzione in piazza dei Martiri e in piazza Riad al Solh, nel centro di Beirut, e hanno distrutto le tende dei manifestanti. “L’operazione è stata violenta, ci hanno picchiato e non ci hanno neanche lasciato prendere le nostre cose”, ha raccontato al quotidiano L’Orient-Le Jour Marcelle Rachid, una delle manifestanti che ha dovuto lasciare l’accampamento insieme a un centinaio di altre persone. Solo una decina sono rimaste a dormire nel cosiddetto “uovo”, l’ex teatro diventato il simbolo della contestazione in Libano.

L’emergenza legata alla diffusione del nuovo coronavirus è riuscita a fare quello che le autorità libanesi non erano state in grado di fare negli ultimi mesi: svuotare le piazze del paese, che dal 17 ottobre si erano riempite di persone che protestavano contro la classe politica e le difficoltà economiche. Il Libano non è l’unico paese della regione in cui il movimento di contestazione è stato una vittima collaterale del covid-19.

Nel 2019 e nei primi mesi del 2020 le proteste scoppiate in vari paesi della regione avevano spinto alcuni osservatori a parlare di una seconda primavera araba. A quasi dieci anni di distanza dall’ondata di manifestazioni che aveva sconvolto il Medio Oriente e il Nordafrica, i cittadini sono scesi in piazza in Algeria, Sudan, Libano e Iraq per chiedere un rinnovamento politico, riforme democratiche, il superamento delle divisioni e delle disuguaglianze radicate nella società. Con metodi non violenti, hanno ottenuto risultati importanti.

Un effetto devastante
Due presidenti al potere da decenni, Abdelaziz Bouteflika in Algeria e Omar al Bashir in Sudan, sono stati costretti alle dimissioni. Anche i primi ministri del Libano e dell’Iraq, Saad Hariri e Adel Abdel Mahdi (e il suo successore designato Mohammed Allawi) hanno lasciato i loro incarichi. Ma ora le misure imposte dalle autorità per contenere la diffusione del coronavirus hanno costretto le piazze al silenzio. Cionostante, attivisti e manifestanti cercano modi diversi per mantenere in vita i loro movimenti, in attesa di tornare in strada.

L’attivista libanese Tarek Serhan conferma ad Al Monitor che i gruppi di protesta sperano in una ripresa del movimento nei prossimi mesi: “Stiamo discutendo e valutando i metodi da usare in questo momento”, come incontri e seminari su internet e volontariato all’interno delle comunità.

Il Libano ha dichiarato lo stato di “mobilitazione generale” il 15 marzo. Il 26 marzo le misure d’isolamento della popolazione sono state inasprite ed è stato imposto un coprifuoco tra le sette di sera e le cinque di mattina. I casi di covid-19 confermati sono più di cinquecento e i decessi meno di venti, ma anche qui, come in tutta la regione, si teme che un aumento dei contagi possa avere un effetto devastante su un sistema sanitario fragile. L’epidemia sta mettendo in evidenza le debolezze e i problemi già denunciati dai manifestanti. Come sottolinea ad Al Monitor il consulente finanziario Mike Azar: “Le persone cominciano a capire che la mancanza di pianificazione, che di fondo è una mancanza di responsabilità del sistema politico, ha un effetto diretto sulle loro vite”.

“La rivoluzione tornerà”, promettono gli attivisti iracheni in un video pubblicato il 24 marzo. Con mille contagi, una sessantina di decessi e nessun governo in carica, l’Iraq sta tentando di contenere la diffusione del virus con un coprifuoco in vigore fino all’11 aprile e con la chiusura di tutte le attività. I manifestanti hanno annullato i raduni di massa ma, come raccontano ad Al Araby al Jadid, hanno organizzato un sistema di turni per mantenere una presenza a piazza Tahrir, l’epicentro della protesta nella capitale Baghdad, e negli altri luoghi occupati nei mesi scorsi, per evitare che tornino sotto il controllo delle forze di sicurezza.

Intanto il movimento iracheno è attivo sui social network. Da quando è scoppiata la protesta il 1 ottobre 2019, gli attivisti hanno denunciato la repressione delle forze di sicurezza in cui sono morte almeno cinquecento persone, e hanno dato voce alle loro rivendicazioni: elezioni anticipate, una riforma della legge elettorale, un premier indipendente e la fine della corruzione e della ripartizione degli incarichi politici su base etnica e confessionale. Alcuni attivisti sono impegnati nella lotta contro il nuovo coronavirus. Sul sito del Washington Institute, il giornalista iracheno Azhar al Rubaie scrive che gruppi di manifestanti disinfettano le strade e distribuiscono mascherine e volantini con indicazioni su come proteggersi dal contagio. Inoltre le cliniche temporanee allestite nei mesi scorsi per soccorrere i feriti hanno messo a disposizione guanti e disinfettanti.

Le crepe nel sistema
Anche in Algeria si sono fermati i manifestanti che per più di un anno hanno sfidato gli arresti, la minaccia dell’uso della forza e il brutto tempo per chiedere la fine di un sistema politico considerato corrotto e inefficiente. Venerdì 20 marzo il centro di Algeri era vuoto. “Una scena surreale”, ha scritto Le Point Afrique, “che contrasta con gli ultimi 56 venerdì dal 22 febbraio 2019, data d’inizio dell’Hirak”, come è stato chiamato il movimento popolare che ha portato alla caduta del presidente Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile di un anno fa. Quando il governo ha vietato i raduni pubblici all’inizio di marzo, molti attivisti si sono opposti. Ma mentre i contagi aumentavano, arrivando a sfiorare i 1.500 casi, gli esponenti più in vista del movimento si sono espressi a favore del distanziamento sociale.

In una dichiarazione su Facebook, il gruppo universitario legato all’Hirak Rassemblement estudiantin pour le changement (Rec) ha invitato a sospendere i raduni in modo che “il regime illegittimo non possa usare le manifestazioni per giustificare il proprio fallimento a contenere l’epidemia”. Intanto, però, la repressione contro gli attivisti dell’Hirak e i giornalisti non si ferma, denunciano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Il 24 marzo un tribunale di Algeri ha condannato a un anno di carcere l’esponente dell’opposizione Karim Tabbou, accusato di aver criticato l’esercito e di aver sostenuto le proteste. La stessa pena è stata inflitta il 6 aprile ad Abdelouahab Fersaoui, presidente di Rassemblement actions jeunesse, un’associazione di cittadini molto in vista nel movimento.

In un intervento sul sito del Middle East Institute, la ricercatrice Vish Sakthivel sostiene che la pandemia può essere “un’opportunità politica”. Oltre a sperimentare nuove forme di protesta, come l’attivismo online e gli appuntamenti sui balconi per battere le pentole, i manifestanti dell’Hirak potranno approfittare delle crepe che si apriranno nel sistema sanitario, di governance e di leadership dell’Algeria per articolare nuove rivendicazioni e trovare un ruolo nella politica del paese.

Resta la preoccupazione che i governi approfittino dell’emergenza per rafforzare i sistemi contro cui migliaia di persone si sono battute negli ultimi mesi

In Sudan le ultime proteste si sono tenute il 16 marzo contro la decisione del governo di transizione di rinviare, a causa del nuovo coronavirus, le indagini sull’irruzione della polizia nell’accampamento dei manifestanti del 3 giugno 2019, in cui erano morte cento persone. Tre giorni dopo a Khartoum si è svolta un’altra manifestazione per chiedere la riforma dell’esercito. I casi di covid-19 confermati nel paese sono solo dodici, ma considerata la carenza di test diagnostici i numeri potrebbero essere molti di più. A quasi un anno dalla destituzione del dittatore Omar al Bashir, la risposta del governo alla pandemia “potrebbe essere cruciale per il processo di transizione”, scrive Mohamed Osman, ricercatore di Human rights watch. Con un settore sanitario segnato dalla corruzione, dalla mancanza di fondi e dalla cattiva gestione, “il governo di transizione ha di fronte gravi sfide economiche e politiche che potrebbero compromettere il passaggio al potere civile”.

Bandiere sui tetti
Nelle ultime settimane anche in altri paesi della regione sono state organizzate forme di protesta adatte alle restrizioni imposte dalla pandemia. In Israele 65mila persone hanno partecipato il 21 marzo a una diretta su Facebook per protestare contro la decisione del primo ministro Benjamin Netanyahu di chiudere il parlamento come misura preventiva alla diffusione del virus, e altre 590mila persone l’hanno seguita in streaming.

Il 30 marzo per la prima volta i palestinesi hanno celebrato a distanza la Giornata della terra, in cui commemorano la morte di sei giovani uccisi nel 1976 dalla polizia israeliana mentre protestavano contro l’espropriazione delle terre palestinesi. Le bandiere palestinesi hanno sventolato sui tetti e sui balconi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e l’inno palestinese ha rimbalzato sui social network insieme alle immagini che richiamano il diritto al ritorno dei profughi.

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Per i manifestanti e gli attivisti in Medio Oriente e in Nordafrica, come in altre parti del mondo, la sfida di fronte alle misure di distanziamento sociale è rimanere uniti, motivati e mantenere il controllo sull’operato di chi è al potere. Resta la preoccupazione che i governi possano approfittare dell’emergenza per rafforzare quei sistemi contro cui migliaia di persone si sono battute negli ultimi mesi. Inoltre, come nota Bobby Ghosh su Bloomberg, “i manifestanti sanno che l’attivismo digitale può, nella migliore delle ipotesi, contribuire a mantenere i loro movimenti nella sfera pubblica. Ma nessun sistema politico è stato ancora rovesciato da un movimento online”.

La speranza, quindi, è che scuotendo le fondamenta dei sistemi politici, economici, sanitari e sociali in tutto il mondo, e obbligando a riflettere su concetti come nazionalismo, solidarietà e responsabilizzazione dei cittadini, il nuovo coronavirus possa ridare slancio ai movimenti che chiedono una società più giusta, inclusiva e democratica. E che, passata l’emergenza, i popoli di tanti paesi possano tornare in piazza a finire quello che avevano cominciato, e a gridare per i loro diritti, più forte di prima.

Fonte : Internazionale