Diario di un italiano in quarantena in Cina 

Devo riparare la bicicletta e intendo portarla dal solito shifu che le aggiusta nel cortile della comunità residenziale giusto di fronte alla mia. Scendo, attraverso la strada, gli mollo la bicicletta, cinque minuti in tutto.

Da quando a gennaio sono scattate le misure antiepidemia, mi tocca però fare circa settecento metri per andare dallo stesso riparatore: il cancello più vicino al mio edificio è chiuso e devo passare dall’unico accesso consentito; alla fine attraverso due checkpoint, quello della mia comunità residenziale e quello della sua, dove mi misurano la febbre e controllano il mio lasciapassare.

È una scocciatura minima, ma indica comunque che la normalità a cui la Cina starebbe tornando è ancora del tutto relativa. Resta la cautela, resta la paura che la tanto annunciata seconda ondata epidemica arrivi a schiantare le speranze. E si teme che arrivi dall’estero.

Baricentro spostato
Quando ho cominciato la mia quarantena a Pechino, a fine febbraio, era appena entrata in vigore una norma che imponeva a chiunque arrivasse da aree infette – nel mio caso l’Italia – l’autoisolamento di 14 giorni. Era successo nel giro di 24 ore: ero partito da Milano proprio perché la misura valida fino a quel momento stabiliva che chi fosse stato all’estero per più di due settimane non dovesse fare la quarantena. Invece, mentre nuovi, aggressivi focolai internazionalizzavano la pestilenza – Corea del Sud, Iran, Italia – mentre il baricentro dell’emergenza si spostava da oriente a occidente, cambiavano anche le regole. E così, gli impiegati del condominio mi hanno “suggerito” di autoisolarmi per un paio di settimane, con la consegna di far pervenire loro due volte al giorno la mia temperatura corporea.

Poi, nel giro di un mese, la norma sulla quarantena ha subìto una mutazione genetica che si spera il Sars-CoV-2 non abbia mai e comunque non alla stessa velocità: all’inizio di marzo hanno stabilito che i 14 giorni di isolamento toccassero non solo a chi arrivasse da aree infette, ma a chiunque rientrasse dall’estero, stranieri o cinesi che fossero; qualche giorno dopo è stato deciso che non fosse più possibile farla a casa propria, bensì in luoghi deputati, che a Pechino sono degli hotel nella zona dell’aeroporto internazionale, il tutto a pagamento del quarantinato; infine, il 26 marzo, hanno chiuso la Cina agli stranieri. Subito dopo, è stato deciso che tutte le compagnie aeree cinesi e straniere su tratte internazionali potranno compiere un solo volo settimanale, con aerei pieni solo al 75 per cento della loro capienza. Insomma, la Cina si è chiusa, chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.

Si teme la pestilenza che arriva da occidente, dove i governi reagiscono in ordine sparso e costantemente in ritardo. È paradossale questo aspetto: a gennaio, quando la crisi era solo in Cina, i grandi mezzi d’informazione statunitensi e le loro „dépendance” europee sparavano a zero sui ritardi cinesi imputandoli al “sistema”. Poi la pestilenza è arrivata anche sul bordo occidentale di Eurasia, quindi negli Stati Uniti, e tutti, inesorabilmente, si sono mossi in ritardo, uno dopo l’altro, senza avere per altro nella propria faretra le frecce cinesi: la mobilitazione di massa e il vasto apparato di controllo digitale.

A colpi di propagande
E quindi la propaganda di Pechino ha ribaltato la narrazione secondo quattro linee guida: 1) il virus non si sa bene da dove sia arrivato, ma comunque ci riguarda tutti, quindi aiutiamoci a vicenda; 2) il popolo cinese ha sofferto di più e vi ha dato tempo per prepararvi, se l’avete sprecato è peggio per voi; 3) siamo quelli con più conoscenza del problema, quindi riconosceteci un ruolo guida e stateci a sentire; 4) a ogni modo, vi mandiamo le mascherine, i respiratori e addirittura squadre di medici perché siamo bravi e solidali.

Al che, l’opposta propaganda ha dovuto rincarare la dose sulla Cina che non è sincera e nasconde la verità sul numero degli infetti e dei morti, cercando al tempo stesso di smentire la vulgata della “bontà” cinese: macché buoni, state solo facendovi propaganda a buon mercato e poi ci mandate pure le mascherine difettose.

C’è in ballo una questione di egemonia e questa guerra di propaganda durerà molto più dell’epidemia stessa. Si annunciano tempi interessanti.

In questa situazione, la Cina sta gradualmente aprendo Wuhan e lo Hubei mentre punta il dito verso gli untori che arrivano dall’estero. Con conseguenze poco simpatiche.

Un documento riservato della delegazioni Onu di Pechino denuncia che alcune persone del suo staff sono state insultate dai vicini di casa. Soffuse discriminazioni sono percepibili ovunque. Un parrucchiere di Pechino ha appeso un cartello in cui spiega che non accetterà “amici stranieri e persone con una temperatura superiore ai 37,3 gradi”, ma solo “temporaneamente”, aggiunge. Idem per un noto bar negli hutong, i vicoli della città.

Vita, morte e miracoli dello straniero
Non si sa a che livello siano prese queste decisioni. Sicuramente non al top della leadership, che ha altre cose a cui pensare. Ma il suo messaggio – “il pericolo viene da fuori” – si diffonde come i cerchi sull’acqua a tutti i livelli della burocrazia, dove ogni ufficio lo interpreta a modo suo. Chi impone il cartello “niente stranieri?” L’ufficio di pubblica sicurezza del quartiere, del singolo vicolo o addirittura l’esercente, che preferisce non avere guai e ingraziarsi le autorità? Non è dato saperlo.

Nel mio piccolo, non ho potuto fare a meno di osservare che all’ingresso della comunità residenziale sono l’unico a cui oltre alla misurazione della febbre si richiede sempre anche l’esibizione del lasciapassare che mi è stato dato a fine quarantena. Faccio apposta a non tirarlo fuori mai, perché li aspetto al varco, così come loro aspettano me: “Ce l’hai il churuzheng?” E sono l’unico straniero su migliaia di persone che vivono in questo compound, di me conoscono vita, morte e miracoli. Mi sono fatto l’idea che sia un gioco di mianzi, di “faccia”, tra questi ometti piazzati lì con la fascetta rossa al braccio: una gara a chi è più zelante. Appena finita la quarantena, mi aggiravo per il compound e ho colto la conversazione tra la signora che si occupa di suddividere la spazzatura – in Cina la raccolta differenziata si fa a valle, non a monte – e un uomo che le dava una mano: “Quello straniero, non dovrebbe essere in quarantena?”, le dice lui. “Ma no, lui l’ha già finita”, è stata la risposta. Di me conoscono vita, morte e miracoli.

Secondo i dati ufficiali, però, ben il 90 per cento dei casi di coronavirus importati sono cittadini cinesi di ritorno: il 40 per cento sono studenti all’estero, che riparano in Cina mano a mano che l’emergenza si estende altrove. Si avverte un certo imbarazzo delle autorità su questo punto. Il governo ha sempre promesso protezione non solo a chi ha passaporto cinese, ma anche alle comunità della diaspora. Adesso non li vuole più, i compatrioti sparsi per il mondo. Si cerca quindi di scoraggiare il loro ritorno, limitando drasticamente i voli, che ora costano un occhio della testa.

Ma dato che non si può dire ai figli della patria cinese che è meglio se girano al largo, si ostenta il fatto che con gli stranieri le regole sono ancora più inflessibili.
Intanto, la municipalità di Pechino mi manda un sms che celebra quanto segue: “La capitale ha aperto quattro linee telefoniche di consulenza psicologica gratuite con 60 postazioni per i cinesi d’oltremare, al fine di alleviare lo stress emotivo causato dalla pandemia”.

Ben seicento, tra medici e psicologi delle migliori università di Pechino, sono stati cooptati per offrire consulenza ai cinesi spiaggiati in qualche “landa desolata” e sicuramente pericolosa. Ma l’aiuto è anche concreto: “Il governo di Pechino ha incoraggiato le imprese cittadine a fare donazioni per aiutare i cinesi all’estero con un milione di mascherine, di cui 700mila sono già state inviate in 35 paesi. Inoltre, il governo ha acquistato 200mila confezioni di medicina tradizionale per la prevenzione, di cui 30mila sono già state spedite ai cinesi d’oltremare in sette paesi, tra cui Stati Uniti, Regno Unito e Francia”. Vi pensiamo, eh, ma restatevene là, per cortesia.

Fonte : Internazionale