Coronavirus, l’emergenza in carcere

bolzan_FagnaniIn seguito al decesso di un detenuto di 76 anni ricoverato presso l’Ospedale Sant’Orsola di Bologna e risultato positivo al covid-19 si è riaperto il dibattito sulla situazione carceraria in tempo di pandemia.  Le notizie recenti hanno evidenziato una condizione di oggettiva emergenza che sta mostrando le crepe di un sistema, quello penitenziario, dove da una parte abbiamo assistito a delle vere e proprie “rivolte”, come è accaduto proprio in queste ore nel carcere di Santa Maria Capua Vetere con la protesta innescata dalla notizia di un detenuto siciliano risultato positivo al coronavirus, e dall’altra ancora dimostriamo di non essere completamente in grado di comprendere le necessità che sul piano psicologico anche i detenuti e i loro cari hanno avuto e hanno rispetto alle “rassicurazioni” che molto probabilmente non sono arrivate, o sono arrivate tardivamente.

Il carcere ha rappresentato storicamente un sistema “chiuso”, finalizzato all’ “esclusione” e solo dal 1975 con l’entrata in vigore della Legge n. 354 del 26 luglio sono state introdotte modifiche volte a rendere la pena fattualmente “rieducativa e risocializzante”, ma non è un mistero che molti istituti siano sovraffollati e vi sia una carenza relativamente alla possibilità di un’assistenza adeguata in mancanza di risorse.

L’emergenza sanitaria concomitante alla diffusione capillare del coronavirus, in un ambiente come è quello degli istituti di pena, non poteva essere gestita con l’introduzione di misure che semplicemente “isolavano” i detenuti dai loro affetti attuando restrizioni sui colloqui in quanto questa prescrizione non tiene conto di numerosi aspetti.

I detenuti sono “informati” su ciò che accade all’esterno attraverso i media, ma spesso non hanno strumenti idonei per discriminare relativamente alla qualità di questa informazione, sono coscienti del sovraffollamento e di essere esposti al rischio di contagio in quanto vivono in spazi ristrettissimi dove è impossibile mantenere il distanziamento sociale e hanno comunque contatti “fisici” con i sanitari e con il personale della polizia penitenziaria.

Intorno a questi punti si snoda quindi una riflessione che risulta oggi quantomai opportuna, il timore che abbiamo noi cittadini “liberi” diventa esponenziale in una popolazione come è quella carceraria laddove, nonostante si stia cercando di sfruttare al massimo le strade che l’ordinamento offre per quanto attiene la liberazione anticipata e la detenzione domiciliare, sussitono diverse criticità: prima tra tutte quella relativa alla difficoltà di reperire in tempi idonei un numero adeguato di braccialetti elettronici. 

A fronte di una condizione di frustrazione impossibile da contenere, che genera quindi un’aggressività e una reazione esponenziale massimizzata nell’isolamento sociale, c’è poi da dire che, oltre alle proteste, il vero problema è che le carceri rischiano a tutti gli effetti di diventare delle bombe epidemiologiche.

Di tutto questo discuteremo in diretta su Instagram venerdì 10 aprile alle ore 15.00 con la giornalista Francesca Fagnani che in una delle sue inchieste ha raccontato il coronavirus nel carcere di Voghera.

Potete seguire la diretta sui profili Instagram: @frafagni e @flaminiabolzan 

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Fonte : Roma Today