L’ecatombe silenziosa. Viaggio nelle case di cura della Lombardia rimaste sole contro il virus

Nelle Rsa, ricoveri per anziani non autosufficienti, Covid-19 ha mietuto troppe vittime. E dopo più di un mese e mezzo di ritardi, mancanze e bugie, Regione Lombardia fa finta di nulla: Wired ne ha parlato con operatori socio-sanitari, sigle di settore, politici e semplici cittadini

L’ultima volta che ho visto mia nonna è stato più o meno tre mesi fa, durante le feste invernali: era, come da qualche anno a questa parte, molto sorpresa di vedere i nipoti, tanto da dirsi contrariata all’idea di non essere stata avvertita della visita. Ma parlarle non sarebbe servito a nulla: mia nonna ha 97 anni, e da 4 o 5 soffre di profondi vuoti di memoria che le impediscono di ricordare la sua età, buona parte della sua quotidianità e anche il fatto di trovarsi in una casa di cura – in gergo tecnico Rsa, che sta per residenza sanitaria assistenziale, un ente pubblico o privato introdotto in Italia a metà degli anni ’90 dove personale medico e infermieristico si prende cura in forma continuativa di persone di età avanzata non più autosufficienti: non sono case di riposo, dove entrano solo anziani almeno parzialmente in grado di badare a se stessi, e non sono nemmeno ospedali, i quali invece si rivolgono a pazienti con patologie in fase acuta.

In quel giorno di rendez-vous familiare nessuno poteva immaginare che un virus proveniente dall’altro capo del mondo di lì a poco avrebbe cambiato la vita di tutti; ma sarebbe stato ancora meno ipotizzabile, per me, sapere che a influenzare la possibilità di rivedere mia nonna sarebbe stato un casuale, persino banale dato geografico: Asti, la sede della Rsa in questione, dista una sessantina di chilometri dal confine tra Piemonte e Lombardia.

La “strage degli innocenti

C’è anche da riconoscere – e penso sia un dato oggettivo – che fino ad ora, come Regione Lombardia, le abbiamo azzeccate tutte”. A pronunciare queste parole con tono compiaciuto è stato Pietro Foroni, assessore della regione al Territorio e alla protezione civile, durante l’ottimistica conferenza stampa sul coronavirus del 5 aprile. Foroni ha parlato da politico, ma le scelte della regione a trazione leghista, guidata dagli ormai molto noti volti del presidente Attilio Fontana e dell’assessore alla Sanità Giulio Gallera, sono state davvero così irreprensibili?

Di certo, intendiamoci, un’emergenza epocale di queste proporzioni ha trovato quasi tutti impreparati: le linee guida contrastanti, i ritardi, le mediazioni col governo centrale, i dispositivi di protezione oggetto di dibattito e poi introvabili, i drammi dei reparti ospedalieri sovraccarichi e del personale stremato sono fattori che non si possono ridimensionare. C’è però almeno un ambito in cui Regione Lombardia ha sbagliato più forte degli altri, mettendo in campo e confermando per più di un mese scelte che hanno portato a una tragedia nella tragedia: non preparare adeguatamente le Rsa all’epidemia, addirittura a un certo punto suggerendo di aprirle ai pazienti positivi al virus, e permettere di fatto una letalità molto superiore alla media in queste strutture. Per ricostruire la vicenda e giungere a questa conclusione, Wired ha ascoltato e intervistato esponenti e associazioni del terzo settore, parenti di persone ricoverate nelle Rsa lombarde e persone coinvolte a vario titolo nell’assistenza sanitaria regionale agli anziani (abbiamo raggiunto anche l’ufficio stampa della presidenza della regione prima della pubblicazione, senza ottenere risposta). Ne è emerso qualcosa di sinistramente accostabile a un sacrificio collettivo di ultraottantenni con l’unica colpa di essersi trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato. Se quella contro il coronavirus è davvero una guerra, come amiamo dire, allora gli anziani sono diventati la sua carne da cannone.

In una nota diramata lo scorso 30 marzo insieme a Uneba Lombardia e Ledha (che si occupa di diritti delle persone disabili) il Forum del terzo settore – rappresentante delle sigle che operano nell’associazionismo e nel volontariato solidale – ha parlato di una “strage degli innocenti: “A queste persone una volta contratta la malattia viene negato l’accesso ai pronto soccorso e agli ospedali, lasciandole morire nei loro letti. Muoiono nelle case o nei servizi residenziali, senza poter avere accesso a tutte le cure a cui vengono invece sottoposte le persone che riescono ad essere ricoverate”, si legge nella nota, come anche “sono persone che muoiono nel silenzio: spesso non rientrano neanche nel conteggio dei «decessi per Covid19» perché a loro è stato negato anche il diritto alla diagnosi, prima ancora che al trattamento e alla cura”. Chi sono tutti questi Umberto D. di cui abbiamo smesso di occuparci, e come è stato possibile lasciarli da soli proprio adesso?

La delibera dell’8 marzo di Regione Lombardia

Nel giorno in cui il governo Conte decideva di istituire una prima zona di contenimento in Lombardia e in 14 altre province del nord Italia, l’8 marzo scorso, una delibera della giunta regionale lombarda, la numero XI/2906, chiedeva tra le altre cose alle Agenzie di tutela della salute (Ats) regionali di individuare strutture Rsa per accogliere pazienti positivi al Covid-19 “a bassa intensità assistenziale”, ovvero che non necessitano di cure particolari. Per farlo bastava inserire la disponibilità della struttura in un portale regionale, Priamo, e abituarsi a quelle che più persone intervistate hanno descritto come telefonate in cui un addetto dell’unità di crisi regionale chiedeva se la struttura intendesse prendere in carico uno o più contagiati dal coronavirus.

È stato come accendere un cerino in un pagliaio” ha detto nelle ultime ore Luca Degani, presidente dell’associazione delle case di riposo Uneba Lombardia, parlando al Quotidiano del Sud. “Quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle”. “Folle” perché, ha spiegato Degani stesso a Wired, in caso di inserimento di pazienti Covid in questo tipo di strutture, viste le condizioni degli ospiti che accolgono, “non li si espone al contagio, ma alla morte”.

Il 9 marzo, dopo una replica incredula da parte delle sigle sociosanitarie, abbiamo appreso che il direttore generale dell’assessorato al Welfare della Lombardia Luigi Cajazzo (poi risultato anch’egli positivo al coronavirus) ha diffuso un’email per aggiustare il tiro: nella missiva la regione puntualizzava di aver chiesto “strutture autonome separate” da parte delle Rsa in cui trasferire i pazienti positivi che gli ospedali non possono più accogliere. “È noto che le Rsa della Lombardia sono piene zeppe: che strutture autonome volete che ci siano?”, chiosa però Degani, che spiega che il testo della delibera “manca di qualsiasi piano o prospettiva”, perché “per coinvolgere le Rsa devi costruire una strategia di ospedalizzazione e igienizzazione, mandare infettivologi, ripensarle. L’operatore-tipo delle case di cura non usa guanti, camici o mascherine, perché è una persona professionalmente formata per far sentire l’anziano come fosse a casa sua”. Gli ha fatto eco la presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia Valeria Negrini, raggiunta da Wired: “Le Rsa non sono state messe in grado di accogliere queste persone. Tra fine febbraio e i primi 15 giorni di marzo i Dpi erano davvero introvabili, più di adesso: e servivano più di una mascherina e dei guanti di protezione. Senza contare che nessuno ha pensato di sostenere le strutture con equipe di consulenza, sia per la preparazione delle aree d’isolamento che nella somministrazione di farmaci”.

Dicendo di volersi defilare dalle polemiche politiche, Degani ha detto a Wired che “non pensiamo che l’assessore Giulio Gallera abbia portato il contagio nelle Rsa, come lui sembra aver inteso: il coronavirus è arrivato nelle Rsa come è arrivato ovunque; piuttosto, quel che salta agli occhi è che fino a pochi giorni fa la Lombardia non ha fatto nulla per proteggere le case di cura, ad esempio inviando medici specializzati o diramando linee guida dedicate”. E che settimane sono state? “Fino ad oggi queste strutture non sono state la priorità; ma a me, operatore socio-assistenziale, serve chiarezza per sapere chi mettere in quarantena e come organizzare spazi che non sono pronti ad affrontare la pandemia. E devo farlo con prontezza”. Eppure Regione Lombardia ha risposto soltanto dopo più di un mese di lamentele e preoccupazioni, con la delibera 3018 del 30 marzo – seguita a una videoconferenza con le rappresentanze degli enti gestori del sistema socio sanitario accreditato, cui ha promesso “un nuovo inizio” – dove si parla di “adeguata sensibilizzazione e formazione dei residenti e dei visitatori”, test ai sintomatici e interventi formativi rivolti al personale, mettendo nero su bianco il “divieto di accedere alle strutture a familiari e conoscenti”: alla buonora.

La prima a parlarne sui media della discussa delibera precedente, quella dell’8 marzo, è stata Caterina Acquafredda, direttrice sanitaria della Rsa Villa Antonietta, una struttura che si trova nella periferia ovest di Milano. In un servizio trasmesso da Agorà in questi giorni ha diffuso un appello accorato affinché chi di dovere sottoponga al tampone tutti gli operatori socio-sanitari. Anche su questo versante, tuttavia, dalla regione “non si vedono piani d’azione per fare tamponi in modo sistematico agli operatori, che siano sintomatici o asintomatici”, ha spiegato Acquafredda a Wired, individuando in questa mancanza la pietra d’inciampo di una sostanziale inadeguatezza della reazione del sistema lombardo. “Ci sono gli asintomatici e ci sono i paucisintomatici”, ha sottolineato la direttrice, “e quindi ci sono tanti casi in cui i 37,5 gradi di temperatura corporea indicati dall’ultima delibera regionale non sono abbastanza per individuare i positivi”. Dello stesso avviso è un altro responsabile di una Rsa del lodigiano, che ha preferito rimanere anonimo: “Se non mi fanno testare medici e infermieri – tutti – è inutile che mi facciano testare i pazienti”, ci ha detto. Ritorniamo a quel “test, test, test” raccomandato anche dall’Organizzazione mondiale della sanità: l’unica soluzione per tenere Sars-Cov-2 fuori dalle case di riposo sembra cercare il virus in coloro che le frequentano abitualmente, nessuno escluso.

Inoltre, secondo la direttrice della Rsa milanese Acquafredda, i dispositivi di protezione individuale non sono arrivati o sono arrivati in ritardo, e persino sui test ai pazienti “siamo ancora in alto mare, nonostante qualcosa si muova” dopo l’ultima delibera. Anche per la presidente di Confcooperative Negrini “l’invio è stato scarsissimo, tardivo e insufficiente: e lo è a tutt’oggi. Tutte le strutture si sono dovute arrangiare – con costi ingenti, vista la speculazione che c’è stata subito dopo. Ognuna ha fatto da sé, cercando ogni tipo di contatti per recuperare i dispositivi che servivano, soprattutto grazie alla generosità delle fondazioni di comunità e a quelle bancarie. Ha supplito la società dove è mancata la regione”.

Dal 20 febbraio di Codogno, in provincia di Lodi, sono passati 46 giorni, e dopo i rigori d’inverno il Nord Italia intravede – per chi può ancora vederli – i primi soli freschi di primavera.

(foto: Jeff J Mitchell/Getty Images)

Il caso di Bergamo

Molto attivo sul tema delle case di cura è da tempo anche il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, che ha contribuito a rendere le Rsa uno dei cardini del confronto tra i primi cittadini lombardi e il presidente della regione Fontana. “Sei persino arrivato a indicarci come responsabili di ciò che avviene nelle Rsa”, ha scritto Gori a Fontana lo scorso 3 aprile, “quando sai benissimo che operano perché autorizzate, accreditate, convenzionate e remunerate da Regione Lombardia”, che per inciso foraggia il 30% dei finanziamenti di queste strutture (dati Uneba). In una lettera inviata ai sindaci il 2 aprile il presidente leghista ha spiegato che Regione Lombardia “sin dalle prime avvisaglie” si è mossa “per predisporre una limitazione degli accessi a parenti e visitatori degli ospiti”. Ma secondo Gori, sentito da Wired, è vero il contrario, dato che il 29 febbraio – a quasi 10 giorni dal primo caso di coronavirus in Italia – “i gestori delle Rsa bergamasche hanno chiesto alla regione, attraverso la locale Ats, di poter bloccare gli accessi dei familiari degli ospiti. Tale richiesta è stata rigettata. Nella lettera di risposta del dirigente incaricato dell’Ats di Bergamo, del 29 febbraio, si faceva esplicito riferimento alle indicazioni disposte dal ministero della Salute e dalla direzione generale Welfare della regione”. Soltanto in provincia di Bergamo – e solo al 1o aprile – secondo le associazioni delle case di cura sono morte 600 persone.

Per il sindaco della città fra le più colpite dalla pandemia a ogni latitudine, il ritardo nel disporre la chiusura delle Rsa “è stato un errore, anche se so di gestori che hanno disatteso la disposizione regionale. Sono a conoscenza delle polemiche legate alla delibera regionale dell’8 marzo, ma non so dire quali possano essere state le conseguenze”. In ogni caso, secondo Gori “il virus è probabilmente entrato ben prima nelle Rsa, con le visite dei parenti e in virtù della mancata prescrizione dell’uso di adeguati dispositivi di protezione da parte del personale sanitario”.

E poi i guanti, le mascherine, le protezioni che sono mancate nel momento cruciale: “In molti altri contesti in cui ci si è trovati a trattare pazienti Covid sono mancati i Dpi a protezione del personale sanitario. Nel caso delle Rsa bisognava invece proteggere i pazienti, particolarmente fragili e vulnerabili, dal rischio che il personale medico e infermieristico portasse inconsapevolmente il virus all’interno delle case di riposo. Quando si è iniziato a fare, in molti casi era già troppo tardi”.

Scegliere consapevolmente o meno di sacrificare i vecchi, come direbbe qualcuno con poca delicatezza ma un efficace senso della sintesi, ha avuto effetti molto precisi sul territorio: di quel che è successo ad Alzano e Nembro, due centri della Val Seriana della provincia bergamasca, ha parlato tutto il mondo; meno noto è quanto accaduto a Zogno, che si trova invece in Val Brembana e ha circa 9mila abitanti. Qui il contagio è partito dalla Rsa locale: già il 21 e 22 febbraio i medici del posto avevano notato “un numero anomalo di ospiti con la febbre”, ha ricostruito parlando al Corriere della Sera Mario Belotti, direttore responsabile della struttura, che ha 113 pazienti (tra cui sua madre, che a 101 anni può vantare l’encomiabile primato di aver sconfitto il virus, dato che risulta guarita). I decessi sono stati 29 – di cui 5 soltanto in un giorno, “la sera prima stavano discretamente e la mattina dopo erano morti”, per citare Belotti – e concentrati soprattutto nei primi giorni di marzo. In tutto il mese, i morti a Zogno sono stati 87: per capirci, nello stesso periodo nel 2019 erano morte 6 persone.

Belotti si è mosso in prima persona per rifornire medici e infermieri di mascherine e protezioni, anche perché il 5 aprile scorso il materiale dell’Ats risultava “ricevuto da poco e dunque arrivato con enorme ritardo rispetto ai giorni caldi dell’emergenza. Le visite dei parenti sono state chiuse per decisione personale del direttore, quando ancora le direttive regionali le permettevano.

Solo recentemente, ha spiegato Luca Degani, l’Ats di Bergamo ha iniziato a selezionare alberghi vuoti in zone industriali – quelle che orbitano intorno all’aeroporto di Orio al Serio – e riconvertirli in centri per malati di Covid: è “la cosa piu intelligente vista finora”, secondo il presidente dell’associazione delle case di riposo della Lombardia. Ma dell’onora la faccia del vecchio tramandato dal Levitico non sembra essere rimasto nulla, e nel momento di maggior timore per la nostra vita abbiamo scelto di spazzare la morte altrui sotto al tappeto.

La vita dentro le Rsa nei giorni del contagio

Nella stessa lettera di Fontana del 2 aprile sulle Rsa – definite dal governatore “fonte di preoccupazione per la fragilità degli ospiti” – si parla genericamente di “numerose comunicazioni inviate, per il tramite delle Ats competenti”, che tuttavia non sono sfociate in linee guida per le case per anziani non autosufficienti prima, lo ammette Fontana stesso, della “seduta di giunta del 30 marzo 2020”: dall’inizio del contagio in Lombardia erano passati 39 giorni.

In conferenza stampa il 3 aprile il presidente della regione è arrivato a dichiarare persino che “è tutto sotto controllo: vengono sottoposti a tamponamento tanto i plurisintomatici che i monosintomatici”. Ma chi opera nel settore e i parenti degli anziani raccontano una realtà molto diversa: Fabio, un uomo che preferisce non essere chiamato per cognome, ha la madre attualmente ricoverata in una struttura Rsa della provincia di Milano. Parlando con Wired, ha spiegato che prima del Dpcm di Giuseppe Conte del 1o marzo le visite dei parenti sono andate avanti come nulla fosse, e solo l’iniziativa privata della struttura ha cambiato le cose; inoltre solo il 12 marzo, il giorno seguente l’emissione del protocollo di regolamentazione per il contenimento del virus da parte del Consiglio dei ministri, i pazienti lungodegenti sono stati separati da quelli diurni. Nel mentre, da Regione Lombardia e le sue Ats non è arrivato quasi nulla: “Sia gli operatori sanitari sia gli animatori continuavano a operare in condizioni normali, andando a casa a fine servizio e senza nessuna particolare protezione”, ci ha detto Fabio.

Un paio di settimane fa nella suddetta Rsa del milanese si sono riscontrati i primi due casi di pazienti con febbre e sintomi riconducibili al Covid-19, continua la nostra fonte, e le stesse sono state isolate in una stanza, “ma comunque sullo stesso piano e con gli stessi operatori che agivano coi pazienti sani”: “La Rsa ha confermato che non era autorizzata a fare tamponi, per cui ha effettuato gli isolamenti sulla base di sensazione e di precauzione”, basandosi sul parere di medici non formati per trattare questo tipo di emergenze e personale già ridotto. Finché, purtroppo, 6 giorni fa la madre di Fabio si è ammalata: “Per tentare di fare una diagnosi ci hanno chiesto se potevano fare una lastra a pagamento, da cui hanno diagnosticato una polmonite virale interstiziale”, eppure il medico curante, una dottoressa, “ha confermato di non avere nessuna linea guida” a cui fare riferimento (e ovviamente, dato il modus operandi dei triage della regione, il ricovero non era un’opzione). Soltanto nella tarda mattinata del 6 aprile alla madre di Fabio è stato eseguito il tampone: un’email della struttura datata 2 aprile spiegava che “finalmente, dopo le richieste insistenti degli enti gestori delle Rsa, la delibera 3018 del 30 marzo prevede che vengano effettuati i tamponi agli ospiti con sintomi sospetti. Stiamo sollecitando quindi Ats perché al più presto si attivi e ci comunichi le relative modalità operative”. Sono passati giorni perché la regione battesse un colpo: la madre di Fabio per fortuna ha una condizione di salute gestibile, ma agli altri cosa è successo?

Storie come quella di Fabio sembrano troppo diffuse per essere ascrivibili a sfortunate coincidenze: Giovanni, pensionato che lavora in una casa di cura in provincia di Sondrio, ci ha spiegato che “quando Regione Lombardia non dava indicazioni, noi abbiamo chiuso l’accesso ai parenti a inizio marzo, con una comunicazione del direttore sanitario che ne spiegava le ragioni. In quella fase giungevano notizie telefoniche da colleghi della bergamasca tramite cui siamo venuti a conoscenza di quanto accadeva nelle Rsa. Abbiamo cercato – e trovato – strumenti di protezione per gli operatori: non ne abbiamo ricevuto uno dalla regione”. E poi ancora: “Adesso apprendiamo che si farà quello che si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio”, e nonostante questo “nessuno che, a Roma o a Milano, ammetta che si è sbagliato”.

Al Pio Albergo Trivulzio, nome storico della cura geriatrica milanese dai noti echi tangentopoliani con più di milletrecento ospiti anziani, ha scritto su Repubblica da Gad Lerner, a marzo sono morte 70 persone, ma soltanto in 9 casi il Covid-19 è stato specificato come concausa del decesso nei bollettini ufficiali. Come accadeva nel resto della Lombardia, in via Trivulzio a Milano all’inizio la situazione è stata taciuta o ridimensionata, fino – dice Repubblica – a portare all’allontanamento del geriatra e accademico della Statale Luigi Bergamaschini, reo di aver approvato l’utilizzo delle mascherine tra i suoi sottoposti già dalla fine di febbraio, mentre invece il direttore generale Giuseppe Calicchio, vicino ai vertici di Regione Lombardia, proibiva i trasferimenti degli ammalati nel pronto soccorso della casa di cura. Oggi sette reparti della struttura sono “completamente isolati”.

Mettendo insieme i pezzi del puzzle che abbiamo a disposizione, appare chiaro che Regione Lombardia non solo – come tanti altri – non era pronta, ma ha anche agito in ritardo, con scarsa attenzione per le persone anziane e sbagliando grossolanamente nel merito delle scelte politiche e sanitarie: per usare le parole di Negrini di Federsolidarietà, abbiamo assistito a “una strategia della gestione degli interventi sul territorio che è partita troppo tardi, senza protocolli, senza un disegno strategico e indicazioni puntuali su cosa fare. Si sono concentrati sugli ospedali ma si sono dimenticati di strutturare il territorio perché arrivasse meno gente possibile nelle terapie intensive”. Per Giovanni, l’operatore della zona di Sondrio, “in un primo momento in regione si sono semplicemente dimenticati che le Rsa esistessero, mettendole all’ultimo posto delle priorità per i tamponi”.

Poi è stato troppo tardi. E a pagarne il prezzo più alto sono stati individui già debilitati, spesso soli e quasi sempre fragili, che di fatto la società ha abbandonato a se stessi, con tanti saluti all’universalità del sistema sanitario che quelle stesse generazioni hanno costruito – e, prima ancora, a un barlume di etica della pietà filiale, di concezione per l’anziano che vada oltre quello di una vittima sacrificabile. Fino al 30 marzo, secondo i dati raccolti da un sondaggio – ancora parziale – dell’Istituto superiore di sanità, il 10% degli anziani ricoverati in 70 Rsa lombarde è deceduto in seguito a complicazioni date dal virus o da sintomi associabili al virus: si tratta di 563 persone. Gli istituti accreditati e finanziati da Regione Lombardia sono però 717, cioè dieci volte tanti. Si potrebbe ipotizzare qualche calcolo, meglio se con in mente quella massima ciceroniana contenuta nel De Senectute: “Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno”.

Fonte : Wired