I dilemmi etici sui test per i vaccini

Per fermare la pandemia di Covid-19 che sta mettendo in crisi un paese dopo l’altro, sarebbe importante trovare al più presto un vaccino. Ma la sperimentazione di nuovi vaccini richiede 10-15 anni se si segue l’iter tradizionale che comincia con le colture cellulari per poi passare agli animali e infine agli esseri umani, in tre passaggi. Prima si valuta la sicurezza e l’efficacia in un piccolo gruppo di persone e per ultimo si esegue un test su un ampio campione della popolazione.

Vista la situazione di emergenza, alcuni scienziati propongo una scorciatoia che potrebbe permettere di avere un vaccino contro il Sars-CoV-2 nel giro di un anno. Come spiegato in un articolo pubblicato dal Journal of Infectious Diseases, la terza e ultima fase di sperimentazione sulle persone, che richiede tempi lunghi, potrebbe essere sostituita da una prova su pochi volontari da infettare di proposito con il Sars-CoV-2 per valutare se il vaccino è in grado di bloccare il virus. “Ovviamente”, si legge nell’articolo, “la sfida per i volontari è che l’inoculazione del virus potrebbe causare malattie gravi e, forse, perfino la morte. Tuttavia, accelerando la sperimentazione del vaccino si ridurrebbe l’onere globale della mortalità e morbilità correlate al coronavirus”.

Ceppi meno aggressivi
“Da oltre due secoli si fanno sperimentazioni sugli esseri umani inoculando virus patogeni. Li facciamo abbastanza frequentemente per diverse malattie infettive come le influenze, il tifo, il colera e la malaria”, spiega in un’intervista su Nature Nir Eyal, bioeticista della Rutgers university di New Brunswick, nel New Jersey, e primo autore dell’articolo. “Quello che distingue il nostro protocollo è che pensiamo ci sia un modo per rendere questi studi sorprendentemente sicuri”. Come? Selezionando volontari giovani tra i 18 e i 30 anni che godono di buona salute e magari usando ceppi del virus meno aggressivi, che hanno dato sintomi più lievi o un virus manipolato in laboratorio, per renderlo più debole o del tutto innocuo.

Sui due piatti della bilancia ci sarebbero quindi da un lato i rischi che corrono i volontari e dall’altro i vantaggi per la collettività. Ma la nuova proposta divide la comunità medico-scientifica: alcuni la considera eticamente accettabile, altri no, scrive Science. Per esempio Stanley Plotkin dell’Università della Pennsylvania, inventore dell’attuale vaccino contro la rosolia e leader nel campo dei vaccini, considera che questa sperimentazione accelerata possa essere condotta in modo etico. “Di fronte a un problema terrificante come questo si adottano misure insolite. E dobbiamo ripensare costantemente i nostri preconcetti”.

Preconcetti a parte, resta la questione della sicurezza. Matthew Memoli, immunologo del National institute of allergy and infectious diseases statunitense, che sta sperimentando su alcuni volontari un vaccino antinfluenzale universale, commenta che si conosce ancora troppo poco questo nuovo coronavirus e quello che può causare. “Nel momento in cui si infetta intenzionalmente una persona, si vuole conoscere davvero la malattia, per sapere se quello che si sta facendo è un rischio ragionevole”. Inoltre solleva dubbi sull’effettiva rapidità del protocollo proposto.

A questo proposito, un altro esperto di vaccini, Myron Levine dell’Università del Maryland, considera che l’iter classico di sperimentazione non sarà così lento come si teme, perché i numeri delle nuove infezioni da Covid-19 sono molto alti, e cambiare procedura “non sarebbe etico né accelererebbe davvero quello che dobbiamo fare”. Inoltre i rischi sarebbero più accettabili se fosse già disponibile un farmaco efficace per il Covid-19.

Nonostante le perplessità, Seema Shah, bioeticista della Northwestern university, prova a mettere in equilibrio i piatti della bilancia. Forse l’esperimento potrebbe essere eticamente più accettabile se i volontari fossero persone già “addestrate ad assumersi questi rischi”, come gli operatori sanitari. Sarebbe inoltre prioritario avere un comitato etico permanente che valuti l’eticità degli esperimenti in situazioni di emergenza, perché “l’opinione pubblica non ha familiarità con queste sperimentazioni, che sembrano del tutto controintuitive e contrarie all’idea standard di ciò che medici e ricercatori dovrebbero fare”. Non da ultimo, commenta la bioeticista, se dobbiamo fare un’eccezione dobbiamo farla bene, conoscendo i pericoli prima piuttosto che dopo.

Intanto, molte aziende farmaceutiche e università sono al lavoro per cercare di accelerare i tempi nella ricerca di un vaccino. Negli Stati Uniti, al Kaiser Permanente Washington Health Research Institute di Seattle, è già partita la prima sperimentazione clinica su 45 volontari di un vaccino, chiamato “mRna-1273”, che ha mostrato risultati “promettenti” nei modelli animali.

Fonte : Internazionale