I 5 flop Disney che è arrivato il momento di rivalutare

Se avete amato Legend di Ridley Scott (con Tom Cruise giovanissimo ), se siete impazziti per David Bowie nei panni di Jareth, il re dei Goblin, nell’indimenticabile Labyrinth – Dove tutto è possibile di Jim Henson (l’inventore dei Muppet), non potete prescindere da questo classico ispirato ai libri Le cronache di Prydain di Lloyd Alexander. Il protagonista è Taron, giovane guardiano di porci col sogno di diventare un guerriero e di impossessarsi, un giorno, della leggendaria pentola magica. Tutto cambia quando la maialina-oracolo Ewy viene rapita dal malvagio Re Cornelius, che vuole utilizzarne le capacità per recuperare il pentolone dagli straordinari poteri. Per il ragazzo inizia una fantastica avventura fantasy dal retrogusto horror. Il cartoon, nonostante il plot avvincente, è stato un flop al box office. La causa? Probabilmente, le scene non propriamente adatte ai bambini: dall’esercito di non-morti che si rianimano e si decompongono ai mostri alati dell’inquietante villain re Cornelius. Negli anni, invece, il film è diventato un piccolo cult, anche perché vanta più di un primato: è il primo a utilizzare la tecnica CGI (computer-generated imaginet), è il primo non-musical ed è la prima pellicola che, all’inizio, mostra il logo della Walt Disney Pictures con il castello bianco su sfondo azzurro. Ci sono anche un paio di curiosità interessanti: tra gli art director figura Tim Burton e, a causa dei contenuti ritenuti un po’ forti, Taron e la pentola magica non ha avuto nessuna edizione home video prima del 1998   Il 41esimo classico Disney è zeppo di riferimenti al romanzo Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne e alla storia di Atlantide di Platone. Dalla Washington del 1914 parte la spedizione alla ricerca di Atlantide, la leggendaria città perduta. Il cartoon –  filmato su pellicola 70mm, come non accadeva da Taron e la pentola magica – ricorda, in più di un aspetto, anche la serie anime Nadia – Il mistero della pietra azzurra. Il personaggio principale Milo, tanto per dirne una, è fisicamente simile all’occhialuto Jean del cartone animato firmato da Hideaki Anno, ispirato da un soggetto originale di Hayao Miyazaki. Ma ci sono anche un paio di chicche nerd: la lingua e l’alfabeto atlantideo sono ideati da Marc Okrand, lo stesso a cui si deve la lingua Klingon di Star Trek; per creare la fisionomia dei personaggi, invece, è stato chiamato in causa il fumettista Mike Mignola, papà di un cult del calibro di Hellboy. Il lungometraggio senza lo stile musical, lontano anni luce dalle storie “classiche” Disney, non ha sfondato, anche se ha coperto i costi di produzione. Un peccato perché il filone action avrebbe meritato più chance Ispirato all’Oliver Twist di Charles Dickens, questo film riporta in auge il musical targato Disney. Al centro della storia, che si dipana in una Manhattan di fine anni ’80, c’è il gattino Oliver, “adottato” dalla banda di cani dell’homeless ricettatore Fagin. Inizialmente la pellicola sarebbe dovuta essere la trasposizione di Oliver!, grande successo di Broadway. Successivamente si è pensato a una versione “canina” del protagonista, per poi decidere che sarebbe stato un felino. Nella versione originale di Oliver & Company, due superstar statunitensi del calibro di Billy Joel e Bette Midler prestano le ugole, rispettivamente, all’astuto e coraggioso fox terrier Dodger e alla vanitosa e viziata barboncina Georgette. Una curiosità: tra gli investimenti produttivi, 15 milioni di dollari sono andati al programma computerizzato CAPS, utilizzato per riprodurre grattacieli, taxi, treni, lo scooter di Fagin e il climax della metropolitana. Non sono mancate le polemiche per la presenza, nel film, di moltissimi brand. Una scelta che, secondo la società, è stata necessaria per rendere più realistica la Grande Mela. Inoltre, il buon esito commerciale, convince la Disney a proporre un film d’animazione (cantato) l’anno, iniziando quel Rinascimento che vede, nel celeberrimo La Sirenetta, il primo tassello di un successo destinato a durare nel tempo Uno dei film Disney più sottovalutati, ma anche un durissimo flop al botteghino. Tratto dal romanzo L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, il cartoon ripropone (come già accaduto in Atlantis) un’avventura action dal sapore sci-fi. Il risultato è più che meritevole e non si capisce, quindi, l’insuccesso talmente grande da spingere la Disney a tirare il freno a mano sull’animazione tradizionale. La storia si svolge sull’arido pianeta Montressor, nello spazioporto Crescentia e sulla nave spaziale RLS Legacy, le cui iniziali sono quelle di Robert Louis Stevenson. Intorno alla pellicola, sin dalla fase creativa, si è pensato a molti potenziali progetti, spin-off e addirittura un sequel. Quando a fronte di 140 milioni di dollari spesi, ne ha incassati 38 negli States e 71 nel resto del mondo, Disney ha gettato alle ortiche tutte le operazioni collaterali in via di sviluppo L’ultimo film realizzato con l’animazione tradizionale, tecnica poi ripresa con La principessa e il ranocchio. Sullo sfondo del vecchio West, ha per protagoniste tre simpatiche vacche da latte: la tosta Maggie, la misurata Mrs. Calloway e la sbadata Grace. Il trio ha un obiettivo: catturare un noto ladro di bestiame, incassare la taglia e salvare la loro fattoria dal pignoramento. Il cartoon, con un budget di circa 110 milioni di dollari, ne incassò 50.030.461 in America e 53.921.000 nel resto del pianeta. Non entusiasmante, è vero, ma il progetto è garbato (con humor non greve), con atmosfere rètro che ricordano pietre miliari come Gli Aristogatti, Lilli e il vagabondo, Dumbo e La carica dei 101. Avrebbe meritato di più

Fonte : Wired