Genitori a tempo pieno – La scuola a distanza: tecnologia e tanta voglia di fare comunità

Una rubrica pensata per raccontare l’esperienza di una “madre full time” ai tempi del coronavirus. Oggi parliamo della didattica a distanza, non solo una consegna di compiti a casa ma un ecosistema che si sforza di tenere connesso chi è penalizzato dal digital divide

Tra i molti punti di osservazione privilegiati, attraverso i quali osservare lo stato della società italiana all’epoca del Coronavirus, quello della scuola resta uno dei più interessanti. Soprattutto per chi, come me, è anche genitore di un bambino di 4 anni che ha frequentato con gioia la scuola dell’infanzia da settembre a febbraio.
Quando gli istituti scolastici hanno improvvisamente chiuso le porte (con ordinanze che in una prima fase sembrava avrebbero inciso sulla quotidianità dei bambini per non più di qualche giorno) inevitabilmente, il sentimento dominante è stato lo sconcerto: cosa fare, come fare, come agire – da insegnanti e da genitori –  per conservare la relazione con gli alunni e, soprattutto, per cercare di evitare un blocco improvviso della docenza e dell’apprendimento?

Questa prima fase è stata caratterizzata da un approccio soprattutto formale, una continuità spesso solo apparente, fatta di tanti compiti a casa, poca interazione, poco ascolto.
È questo il momento che più ha pesato sulle spalle dei genitori: erano anche le prime settimane della difficilissima organizzazione familiare in quarantena, ma la scuola – a molti – è sembrata solo pensare a sé stessa.
Avviando le videolezioni indipendentemente dalla quantità di famiglie che avevano a disposizione tablet e connessione, dando per scontata la disponibilità di uno dei genitori di assistere i figli più piccoli nella gestione delle piattaforme, assegnando schede da scaricare senza assicurarsi che a casa vi fosse a disposizione una stampante.
È stata – in quelle settimane – la riproposizione di una certa scuola: quella che non ascolta ma va avanti per la propria strada. Quella scuola responsabile dello scollamento con le famiglie e con gli studenti e che, in questa situazione di emergenza, ha fatto emergere tutta la sua fragilità, la sua inefficacia, la sua assoluta distanza dai bisogni reali.

Ma, dopo il primo sconcerto iniziale, molte voci di insegnanti hanno iniziato a levarsi per segnalare l’inutilità della strada che si era scelto di imboccare.
Erano davvero quelli, i bisogni dei nostri bambini e dei nostri ragazzi: ricevere le consegne, eseguire i compiti, inviare gli esercizi via mail?  Collegarsi ad una videochiamata per imparare le province del Lazio, mentre tutt’intorno venivano cancellate tutte le certezze della quotidianità?
Si è creato a quel punto un ponte, soprattutto ideale, tra i bisogni delle famiglie e la disponibilità di alcuni insegnanti.
Con il coraggio di superare il fossato formale che spesso blocca la scuola in una rappresentazione distante da quella che desidererebbero tutti gli attori che la compongono (insegnanti, genitori e studenti, in primis), questi maestri e professori hanno iniziato a mettere in discussione il dogma del programma.
Ed è qui che è iniziata la terza fase, per tutti quegli studenti e quelle famiglie che hanno la fortuna di avere uno o più insegnanti capaci di trovare – in questo momento di grande difficoltà – le risorse per rispondere davvero ai loro bisogni.

In questi ultimi giorni, i primi coraggiosi hanno fatto proseliti, e si sono moltiplicati i maestri e le maestre che telefonano a casa, anche dal loro numero privato, per parlare con i bambini e sapere come stanno.
Quelli che contattano le associazioni per provare a far avere alle famiglie più bisognose della classe i pacchi alimentari e i buoni spesa.
Gli insegnanti di sostegno che chiamano tutti i giorni i genitori per sapere come va, la quotidianità in casa con un figlio disabile.
I Dirigenti che scrivono bandi per provare ad avere i tablet per le famiglie disconnesse, i professori che a qualsiasi orario scrivono sulle chat i nomi dei ragazzi che non si riescono a intercettare con la didattica a distanza sperando che qualcuno possa metterli in contatto con loro (alcune di queste bellissime storie le raccontava ieri Avvenire, denunciando contemporaneamente l’altissimo numero di ragazzi esclusi dalla DaD).
E poi ci sono tutti quegli insegnanti che hanno lasciato da parte il programma per concentrarsi sulla relazione, sul mantenimento della fiducia, sul contrasto alle depressioni, alla solitudine, alla perdita di senso.

È un ritorno – graditissimo a noi famiglie e preziosissimo per bambini e ragazzi – della scuola costruita sulla relazione e sull’ascolto.
Le piattaforme digitali non agevolano questo tipo di costruzione di rapporto e, a volte, l’unica possibilità reale è quella della vecchia telefonata. Ma è pur vero che da giorni i comitati genitori e i gruppi Whatts App “delle mamme” – vero e proprio terrore, spesso giustificato, di molti insegnanti – sono diventati moltiplicatori della connessione tra la disponibilità del personale della scuola e i bisogni delle famiglie.

Dopo settimane di narrazione profondamente falsa ( quella della “livella” secondo la quale il coronavirus avrebbe messo sullo stesso piano tutte le classi sociali), ora – per chi vuole aprire gli occhi e vedere – sta emergendo la profonda differenza tra chi possiede le risorse per gestire questa epidemia e chi non può farlo.
E la scuola, quando può vantare in organico insegnanti capaci di cogliere questa l’opportunità, può essere il luogo dell’ascolto e delle risposte, attraverso una rete di genitori che spesso non si tira indietro, quando c’è da aiutare un compagno di classe, e grazie alla collaborazione con le molte associazioni attive sui territori.

Nella scuola di mio figlio di 4 anni, a fronte di un’offerta digitale ancora molto lontana dalla qualità che solitamente viene offerta nelle classi (indipendentemente dalla grandissima disponibilità degli insegnanti) sta facendo la differenza proprio questa ricostruzione dei rapporti informali: bonifici di sostegno ad un’associazione di fiducia che porterà i buoni spesa alle famiglie in difficoltà, mutuo supporto burocratico per capire quali aiuti poter chiedere, e chi ne abbia diritto, telefonate personali delle insegnanti che chiedono ai bambini “Come state?”, auguri di compleanno virtuali sul gruppo Whatts App per quei bambini a cui l’emergenza ha cancellato anche la gioia di una festa in casa.
Per i figli tra gli 0 e i 6 anni, la didattica digitale è davvero poca cosa, e bassa è la sua utilità: ma la connessione con una scuola che non riapre le sue porte, settimana dopo settimana, è invece vitale per bambini e adulti.

Sarebbe bellissimo conoscere i dati reali di tutto questo: quanti insegnanti, quanti professori si stanno mettendo in gioco in questa direzione, quanti stanno soffiando sul fuoco benefico della rete di supporto tra famiglie, quanti hanno avuto il coraggio di dire con chiarezza che i compiti, in questo momento, sono davvero la cosa meno importante, quanti stanno costruendo gruppi di lavoro virtuali tra bambini e ragazzi per rinforzare i pre requisiti, quanti si stanno davvero interessando a fornire feedback sul lavoro da casa, per dare un senso alla fatica?
E quanti, ancora, hanno avuto il coraggio di mettersi completamente in gioco, chiamando i genitori dal proprio numero di telefono, occupando il proprio tempo libero, le proprie serate, i propri week end per occuparsi dei più sfortunati recuperando quel ruolo storico del maestro, punto di riferimento della comunità?

Se vogliamo che l’emergenza coronavirus non lasci dietro di sé solo macerie, qualcuno dovrebbe occuparsi di quantificare questi insegnanti, gratificarli, e assegnare loro un ruolo di ricostruzione, a partire da settembre, quando la scuola non potrà riprendere come se niente fosse accaduto, soprattutto perché sappiamo tutti che un’altra epidemia potrebbe capitare di nuovo, in un futuro non poi così remoto.
Qualcuno che, a differenza di quanto ha fatto la Ministra Azzolina ieri sera, abbia il coraggio di ragionare sulla riapertura della scuola come luogo di apprendimento (per tutti, anche per i più piccoli) e non abdicare alle proprie responsabilità, arrivando ad immaginare un prolungamento all’infinito di una didattica a distanza che sta dimostrando tutti i suoi limiti.

La scuola deve tornare a somigliare a tutti quegli insegnanti che in queste settimane, con coraggio, sono stati capaci di modificare – e non annullare – il proprio ruolo sulla base dello stravolgimento degli eventi, facendo un gesto enorme nei confronti dei loro alunni: nessuno come noi genitori in questo momento è in grado di accorgersene e di esserne infinitamente grato.
La scuola è piena di eccellenze, che emergono soprattutto quando la marea travolge la quotidianità sempre uguale a sé stessa: se vogliamo che si possa ipotizzare in tempi il più brevi possibile un ritorno alla normalità, questi meravigliosi ponti di collaborazione tra scuola e famiglia devono diventare finalmente un modello per tutti.

Fonte : Wired