Coronavirus e test sierologico: a che cosa serve e perché la cautela è doverosa

Test per il coronavirus. Foto: Ansa/Epa

Pensare alla fase 2 dell’emergenza coronavirus non può prescindere da una conoscenza ragionevole di quale sia la reale diffusione del contagio: il primo passo a rigor di logica dovrebbe essere quello di capire se una persona è stata contagiata dal coronavirus, se è completamente guarita, se può tornare a uscire di casa senza rischiare di ammalarsi o di trasmettere il nuovo coronavirus agli altri. Passare dalla teoria alla pratica è come sempre più arduo che scrivere sentenze sui social. Si parla molto in queste ore del test sierologico, che rileva l’eventuale presenza di anticorpi; è un tema di strettissima attualità: si tratta di normali esami del sangue. Alcune regioni si sono portate avanti, a partire dal Veneto, ma siamo ancora in una fase di sperimentazione. In Puglia si è partiti dal fare i test sierologici ad alcuni gruppi a più alto rischio, come il personale sanitario di alcuni ospedali, lo stesso in Piemonte e Toscana, e qualche giorno fa è iniziato lo screening di massa a tutto il personale sociosanitario dell’Emilia-Romagna. In altre regioni, come la Sicilia, si seguirà la stessa strada mentre la Lombardia aspetta.

Le indagini nazionali di sieroprevalenza per capire quale percentuale della popolazione abbia contratto il coronavirus senza manifestare sintomi (gli asintomatici) oppure manifestando sintomi lievi (i paucisintomatici) sarebbero senz’altro utili  per conoscere meglio la reale diffusione dell’infezione: lo ha detto pubblicamene anche Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità. 

Ma quanto sono affidabili i test attualmente a disposizione? E’ realistico poi l’obiettivo di farli a tutta la popolazione nell’ottica di un graduale ritorno alla normalità o alla “nuova” normalità che ci aspetta, prima o poi? In commercio ci sono molti kit per la determinazione di anticorpi diretti contro gli antigeni dei virus presenti nel sangue. I test sierologici sono solitamente usati per la ricerca di anticorpi generati dall’organismo in risposta ad un’infezione: la presenza di questi anticorpi indica che il paziente è – o è stato – colpito da un determinato agente patogeno. Sono da tanti anni ritenuti un valido approccio diagnostico sierologico nei confronti di molte infezioni (sia virali che batteriche che parassitarie). Ma nel mezzo di una pandemia causata da un virus ignoto fino a inizio 2020 non c’è nulla di facile.

Coronavirus e test sierologico: pro e contro

Va evidenziato un aspetto importante: fino a tre mesi fa (era il 9 gennaio 2020 quando l’Oms dichiarò che le autorità sanitarie cinesi avevano individuato un nuovo ceppo di coronavirus mai identificato prima nell’uomo) non sapevamo nulla del nuovo coronavirus. Il virus era ignoto alla comunità scientifica. Non ci sono ancora quindi unanimi valutazioni in merito agli aspetti immunologici (tempi di comparsa degli anticorpi e loro evoluzione) e validazioni di sensibilità e specificità dei test in commercio: in sintesi non abbiamo la certezza che i test siano attendibili al cento per cento. L’eliminazione del virus solitamente si accompagna alla comparsa di anticorpi specifici di tipo IgG per il Sars-CoV-2 prodotti dall’organismo. Come spiega però con la massima chiarezza il dottor Erminio Torresani sul sito dell’Istituto Auxologico Italiano, “il coronavirus responsabile dell’infezione Covid-19 appartiene alla famiglia dei beta-coronavirus umani che è comunque geneticamente correlata agli alfa-coronavirus umani, che tutti gli anni sostengono diffusamente sindromi respiratorie (il più delle volte lievi) nella popolazione. La prevalenza di soggetti con anticorpi anti-coronavirus è quindi elevata e c’è il rischio che questi test sierologici rilevino anticorpi generati nel passato contro altri virus della stessa famiglia, causando i cosiddetti falsi positivi”. 

Altro punto: molti dei test sierologici rapidi in commercio sono di tipo qualitativo (positivo o negativo), ma non quantificano con precisione il titolo anticorpale. Quindi un test che non sia estremamente specifico darebbe magari una rischiosa illusione di immunità. E’ importante che i test diano risposte certe sulla quantità degli anticorpi sviluppati per capire quanto davvero una persona sia protetta dal virus: se la positività è molto debole non lo si potrebbe dire con certezza. Il tampone invece è un’altra cosa: è un test molecolare, più lungo e complesso da analizzare, e ha un livello di specificità molto più elevato; ed è più sensibile, è efficace anche all’inizio della malattia. Il test sierologico ha invece il solo scopo di dire se una persona ha superato la malattia, ma non può oggi come oggi sostituire il tampone. Il test sierologico, se l’obiettivo sarà anche contenere nel tempo la diffusione del contagio, dà risposte quando è ormai tardi per isolare il paziente e le persone con cui è stato a contatto. Ha un altro scopo.

Chi ha sviluppato gli anticorpi specifici nel sangue non trasmette un virus e non si ammala nuovamente fino a quando dura l’immunità. Ma su questo punto non possono esserci ancora certezze per il SARS-CoV-2. Non sappiamo se chi è sieropositivo sia immune. Ovviamente la presenza di anticorpi nel sangue sarebbe un evidente segno di protezione, ma non è al momento certo se sia un segnale di protezione totale. Servirà del tempo, servirà il monitoraggio continuo nel corso dei mesi delle persone guarite per saperne di più.

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L’Oms ha censito sul mercato mondiale 200 tipologie di questi test prodotti da varie aziende. Alcuni ospedali italiani, come il San Matteo di Pavia, hanno preso in considerazione un centinaio di test prima di trovarne uno che può essere definito di “grande affidabilità”. Serviranno certezze, o almeno più certezze rispetto a ora su un argomento così delicato. Certezze che per adesso, come abbiamo visto, non ci sono. I test sierologici tra qualche mese saranno utili per avere un dato numerico sulla popolazione che si è infettata e magari ha superato la malattia quasi senza accorgersene. I test anticorpali in questa fase possono essere utili per seguire l’andamento dell’epidemia Ma ci sono tre cose da tener presente. Primo, per testare 60 milioni di persone serve tempo, tanto tempo. Secondo, si potrà procedere con test diffusi solo se si avrà la certezza di un’affidabilità totale. Terzo: che cosa accadrebbe a chi non sviluppa gli anticorpi, fino a quando sarebbe costretto a restare chiuso in casa? Domande non di poco conto. Fare affidamento anche sui test anticorpali, ma non solo su di essi: la risposta potrebbe essere questa, ma serve (e non c’è ancora) una strategia ragionevolmente sicura, ambiziosa, ampia e coordinata per uscire dal lockdown. Non ce n’è traccia al momento nelle scelte e nelle comunicazioni delle istituzioni preposte: restare in casa non basterà.

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Fonte : Today