COVID-19: quali speranze di cura? La parola a Silvio Garattini

Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, è uno dei massimi esperti europei in tema di sviluppo e regolamentazione dei nuovi farmaci. A lui abbiamo quindi chiesto quali siano le realistiche prospettive di una cura efficace e sicura per Covid-19, visto che per un vaccino occorrerà ancora aspettare. (LO SPECIALE – GLI AGGIORNAMENTI – LE TAPPE – LE FOTO SIMBOLO)

Professore, il numero di casi e di vittime di Covid-19 in Italia, come nel resto del mondo, continua a salire. Per cercare di controllare i contagi sappiamo che dobbiamo restare a casa e ridurre i contatti interpersonali. Nella maggior parte dei casi la malattia guarisce da sola, grazie alle difese del nostro sistema immunitario, ma per chi sviluppa forme più gravi, su che medicinali possiamo contare?

Non abbiamo ancora farmaci che possiamo con ragionevole certezza considerare efficaci. Ci sono solo aneddoti, casi di pazienti che sembrano migliorati con un trattamento o con l’altro, ma non c’è nessuna prova solida, ancorata a basi scientifiche, che qualcosa funzioni.

L’unica informazione abbastanza convincente riguarda purtroppo un approccio in cui molti speravano e che invece sembra fallimentare: l’associazione di due antivirali, lopinavir e ritonavir (Kaletra, NDR), normalmente usata contro l’infezione da HIV. In uno studio condotto a Wuhan su 200 pazienti gravi in cui una metà ha ricevuto il farmaco e l’altra metà no, non si è osservato nel primo gruppo nessun beneficio. Il 14% ha anzi dovuto interrompere la cura per gravi effetti collaterali. Non è ancora una conclusione definitiva, ma il dato suggerirebbe per il momento di non usarli, almeno in queste circostanze.

Quali sono invece i prodotti che, pur senza ancora una prova di efficacia, potrebbero rivelarsi utili?

Sono medicinali che in qualche caso, in Cina come in Italia o in altri Paesi, sembrano aver dato qualche risultato, ma per ora solo in casi isolati o in piccoli gruppi di pazienti, senza che fossero confrontati con altri approcci, in studi condotti con una metodologia rigorosa.

C’è il tocilizumab, un farmaco usato contro l’artrite reumatoide, che agisce contro uno dei principali fattori dell’infiammazione, l’interleuchina 6. Si utilizza perché si ritiene che nelle polmoniti da SARS-Cov-2 a un certo punto possa subentrare una reazione infiammatoria troppo violenta da parte dell’organismo, che peggiora l’evoluzione della malattia. Il suo uso in questi casi prende spunto dal suo, pur moderato, effetto nell’asma grave.

Non sappiamo però che valore abbia questa osservazione ai fini del trattamento di Covid-19. Prima di affermare che serve, converrebbe quindi aspettare la fine della sperimentazione decida dall’Agenzia Italiana per il Farmaco (AIFA), che ne metterà a confronto gli effetti di tocilizumab con quelli di pazienti trattati in maniera standard. Si potrà così verificare se il vantaggio è dovuto davvero al medicinale, dal momento che molti pazienti guariscono anche spontaneamente.

Un altro prodotto usato non solo per l’artrite ma anche per altre malattie reumatiche è un farmaco nato come antimalarico, l’idrossiclorochina (Plaquenil, NDR). È stato studiato per Covid-19 soprattutto in Francia e vale la pena verificarne l’efficacia, anche se non bisogna dimenticarne la tossicità, soprattutto cardiovascolare e neurologica. Potrebbe avere un ruolo anche a livello preventivo, per esempio per i familiari di un caso trovato positivo. Talvolta si dà in associazione con azitromicina, un antibiotico, forse per evitare la sovrapposizione di infezioni batteriche a quella virale, ma ripeto, gli effetti collaterali non sono da trascurare.

Tutti questi sono farmaci già presenti sul mercato per la cura di altre malattie. In alcune zone si segnala che le farmacie cominciano a esserne sprovviste, proprio perché i cittadini cercano di procurarseli per tenerli in casa, nell’eventualità di ammalarsi, o addirittura prendono l’idrossiclorochina a scopo preventivo. Questo fenomeno sta creando problemi ai malati reumatici a cui viene a mancare un farmaco per loro essenziale.

Questo è senz’altro un grosso problema. Una soluzione potrebbe essere quella di riservarne la distribuzione agli ospedali, ma oggi non è pensabile che i malati reumatici debbano andare in queste strutture a prendere i medicinali di cui hanno bisogno. Ci vorrebbe un’ordinanza che raccomandi ai farmacisti di non vendere assolutamente questi prodotti senza la ricetta del medico. Nel frattempo è importante richiamare l’attenzione delle persone sul fatto che queste terapie non hanno prove di efficacia, mentre certamente possono provocare effetti collaterali molto gravi, fino all’arresto cardiaco. A mio parere dovrebbero essere usati in caso di Covid-19 solo nell’ambito di studi controllati, a confronto con altri approcci, in modo da poter ottenere informazioni sicure sul rapporto tra rischi e benefici della cura.

Ancora sperimentale, non approvato dalle agenzie di regolazione del farmaco, c’è remdesivir, un antivirale che può essere somministrato solo in ospedale per via endovenosa. Che cosa ne sappiamo per ora?

È stato usato per ebola con risultati inconclusivi. Allo scoppio della pandemia in Cina sono iniziate alcune sperimentazioni e anche in Italia sta per cominciare uno studio controllato in diversi centri ospedalieri, sempre sotto l’egida di AIFA, da cui ci aspettiamo di ottenere i primi risultati in un paio di mesi.

L’importante è che tutti questi studi prevedano un gruppo di pazienti che facciano da controllo, trattati con cure standard di supporto o di sicura efficacia, quando le avremo, perché altrimenti è difficile trarre conclusioni: se anche emergesse un vantaggio con un farmaco, non potremmo sapere se si tratta di un vero beneficio o semplicemente dell’assenza di un possibile danno provocato dagli altri.

Ci sono altre linee di ricerca che ritiene promettenti?

Mi sembra degna di attenzione quella che sta cercando di trovare un rimedio negli anticorpi estratti dal siero delle persone guarite. So che questa strada si sta perseguendo a Pavia, con l’aiuto di un gruppo cinese: si sta provando a identificare gli anticorpi capaci di inattivare il virus e impedirgli di entrare nelle cellule. Una volta individuati, non dovrebbe essere difficile produrli in laboratorio, come anticorpi monoclonali. Intanto, con qualche rischio in più di reazioni anche gravi, si potrebbero ricavare direttamente dal sangue delle persone guarite. In Cina dicono di avere già qualche risultato.

In Olanda poi hanno già quasi messo a punto un anticorpo diretto contro una proteina del virus, ma deve ancora iniziarne la sperimentazione. Anche qualora si rivelasse sicuro ed efficace, non sarà poi facile produrne milioni di dosi.

Molti gruppi stanno studiando proteine capaci di interagire con gli spike, le “punte” con cui il virus interagisce con le cellule, ma queste ricerche, sebbene supportate oggi da nuove potenti tecnologie informatiche, richiedono tempi lunghi.

Serviranno per il futuro, se non riusciremo a fermare la pandemia o se tornerà una nuova ondata.

E sulla messa a punto di un vaccino, a che punto siamo?

Ci stanno lavorando molti gruppi, in tutte le parti del mondo. So che i progetti israeliano e olandese in particolare sono molto avanti. È ragionevole sperare che, a meno di inconvenienti, grazie agli iter accelerati di regolazione che sono consentiti in questi casi, se ne possa avere almeno uno entro la fine dell’anno.

Se l’immunità conferita dall’infezione o dal vaccino stesso non fosse permanente, come qualcuno teme, oppure se il virus mutasse, si porrebbe lo stesso problema dell’influenza, con la necessità di ripetere la vaccinazione. Ma il vaccino sarebbe comunque un punto di partenza a cui si potranno apportare modifiche per renderlo di volta in volta più efficace.

Professore, la sua è stata una vita interamente dedicata alla ricerca per migliorare la salute e la vita delle persone. Qual è la lezione più importante che possiamo trarre da questa crisi drammatica che stiamo vivendo?

Ora tutti guardano con speranza ai ricercatori, perché solo dalla scienza può venire una risposta a questa situazione. È bene però ricordare che la ricerca in Italia è stata ridotta alla miseria. Siamo il fanalino di coda per finanziamenti, abbiamo la metà del numero di ricercatori per mille abitanti rispetto alla media europea, non abbiamo una struttura ricca di centri e attività come Germania, Francia e Regno Unito.

In più, abbiamo ostacoli maggiori degli altri per poter fare sperimentazione animale, che ricordo, è ancora oggi e sempre indispensabile. Per ogni topo che vogliamo utilizzare dobbiamo passare attraverso l’approvazione di quattro comitati e pagare una tassa specifica, mentre per sperimentare sull’uomo basta l’ok di un comitato etico.

Bisogna cambiare strada, subito, e creare le basi che permettano di affrontare problemi come questi con una massa critica sufficiente.

"Il guerriero gentile", la sanità ita...

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Fonte : Sky Tg24