Il sindaco di Pavia, basta scontri col governo ma la smetta con gli annunci

Alle 9 del mattino, alle porte di Palazzo Mezzabarba, sede del Comune di Pavia, c’è già la fila di persone in attesa degli aiuti promessi dal Governo per fare la spesa. Si dovrebbero evitare assembramenti, ma la gente ha troppo bisogno per occuparsene. L’obiettivo è accaparrarsi un buono, perché senza lavoro, neanche quello in nero, non ci sono soldi per andare avanti. Poco può fare la polizia locale, che cerca di mantenere ordine. 

L’ufficio del sindaco e la sala consiliare sono appena un piano sopra, ed è a quella fila di persone che si sono alzate presto per chiedere un aiuto, che le istituzioni devono dare una risposta subito.

“E’ stata data la comunicazione prima ancora che fosse chiaro in che momento e come sarebbero stati erogati i fondi. La gente ha cominciato a chiamare la sera stessa al mio numero di cellulare, che è pubblico, per sapere quando venire ritirare i soldi” racconta il sindaco della città lombarda, Fabrizio Fracassi. Meno di un anno dalla sua elezione e “un ciclone caduto addosso”, da dover gestire in prima linea. 

Secondo Fracassi, leghista della prima ora, “ogni volta che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte compare in tv crea qualche problema di gestione a chi amministra sul territorio, perché non si possono fare gli annunci prima che ci siano i decreti.

Per quanto riguarda gli stessi aiuti alle famiglie sembrava che i fondi fossero pronti per essere ritirati, ma la realtà è che non ci sono ancora: abbiamo dovuto mettere in piedi in quattro e quattr’otto la macchina per poterli rendere fruibili. La stessa cosa vale per il polverone alzato per la passeggiata con i bambini: per chi è responsabile della salute pubblica e della sicurezza di una città diventa un problema. La comunicazione in un momento in cui le persone sono a casa tutto il giorno con la tv accesa diventa sostanza”.

E’ proprio sulle spalle dei sindaci che probabilmente ricadrà la prima reazione economica all’indomani dell’emergenza sanitaria, perché i più deboli verranno a bussare alle porte del Comune. Le risorse stanziate sono sufficienti? 

La prima cosa da precisare è che si tratta di risorse già destinate ai Comuni, che sono state anticipate di un mese e mezzo rispetto a quello che era previsto. Non risolveremo i problemi. Noi come altri comuni li abbiamo convertiti in buoni spesa da 25 euro ciascuno e al momento abbiamo la disponibilità di 150 euro a famiglia più 50 euro per ogni componente. Insomma si potrebbe arrivare a massimo 300 euro per ogni nucleo ed è una tantum: facile capire che si tratta di un minimo aiuto, nulla di più. 
Pensa che il governo dovrebbe ascoltare di più i sindaci? 

Penso di sì, ma in questo momento bisogna davvero lavorare indipendentemente dalla colorazione politica. Non è bello vedere degli scontri politici: bisognerebbe essere come ci chiede la gente: tutti insieme per affrontare un problema. Siamo in un periodo di guerra con un nemico che non vedi che ti può attaccare in qualsiasi momento da qualsiasi parte, addirittura può essere insito dentro un tuo caro e un tuo amico.  

Però tra chi cerca lo scontro c’è anche il leader del suo partito, Matteo Salvini. Che rapporti ha con lui? 

Ho sempre avuto rapporti discreti con tutti, ma non ho mai fatto parte dei cerchi magici, nemmeno quando c’era Umberto Bossi. Ho sempre detto quello che pensavo, e per questo spesso sono stato fuori dai giochi della politica classica. Ne ho anche pagato le conseguenze. Salvini è più giovane di me, ma io lo conosco da sempre: sono entrato in Lega nel 1989. Dal canto mio ho sempre creduto nel territorio: amo la mia città  e anche quando c’è stata l’opportunità di andare a Roma, ho preferito rimanere qui perché Roma ti allontana dai tuoi concittadini. Ognuno ha il suo ruolo. 

La Regione Lombardia è stata criticata per la gestione della crisi coronavirus, per la troppa “ospedalizzazione”, per non aver fatto abbastanza tamponi e per non aver adoperato la cosiddetta “medicina di territorio”. Lei che cosa ne pensa?

Se il ritmo di tamponi da fare al giorno è di 5mila, o al massimo di 6800 con il riconoscimento di alcuni laboratori che è avvenuto negli ultimi giorni e se ti trovi in una regione con 11 milioni di abitanti è difficile poterli fare a tutti. 

Col senno di poi si può pensare che i collegamenti con la Cina andavano chiusi in toto, non solo quelli con volo diretto: è stato come invitare le persone a fare un giro largo per rientrare nel Paese. Inoltre già nel primo decreto si accennava ad un’emergenza che doveva arrivare fino alla fine di luglio. Se la provincia di Lodi è riuscita a isolare il virus, perché non è stato fatto lo stesso nelle valli Bergamasche? Era quello forse il momento di agire con qualcosa di più, ma le Regioni sono state bloccate ancora una volta dal Governo.

Quanto alla medicina territoriale, fino a qualche giorno fa mancavano le mascherine e le tute, ma questa settimane il materiale è arrivato e pare che la superemergenza sia superata.

I sindaci sono il primo filtro tra i cittadini e le istituzioni. In questa situazione ha avuto un momento di scoramento? 

Sono sindaco dalla fine di maggio dell’anno scorso e mi sono trovato dopo pochi mesi questo ciclone addosso. Le cose stavano andando benissimo e invece ora leggo quotidianamente numeri di morti. Alcuni raccontano di persone che conoscevo bene, amici che non ci sono più. Non sono numeri, sono persone emozioni vissute.

Forse il momento più profondo dall’inizio della crisi è stata la Messa del Vescovo nella cripta del Duomo: vi ho partecipato da solo a nome della cittadinanza. Abbiamo fatto benedire una lampada e un cero che rimarrà sempre accesso ed è stato posto davanti all’altare delle spoglie di San Siro, protettore della nostra città.

Quanto si potrà andare avanti secondo Lei con la chiusura totale? Quanto ne risentiranno le città e che cosa ne sarà dopo? 

Mi piacerebbe poter dire di ricominciare domani mattina ma non è possibile. Quando tutto questo finirà dovremo fare i conti con la diminuzione delle entrate anche per il Comune, perché i cantieri sono fermi, e quindi gli oneri di urbanizzazione non vengono incassati; le stesse multe non sono più fatte”. 

“Noi comunque – aggiunge – non ci siamo fermati nella programmazione del dopo: ancora di più in questo momento bisogna pensare al futuro, a quando ne usciremo e cominceremo a vedere la luce fuori dal tunnel. Sono dell’idea che bisogna creare lavoro: con i fondi che abbiamo a disposizione dobbiamo creare cantieri, che significano buste paga e indotto”.

​”Le persone – conclude il primo cittadino di Pavia – dovranno vivere e tornare ad una vita normale. Fino agli anni ’90 Pavia è stata un polo industriale. Con la fine di quell’epoca ci sono ora un milione di metri quadrati di aree dismesse da recuperare per far rinascere la città. Questa è la ricetta per la ripresa, puntare su bellezza, ambiente e innovazione. E’ solo pensando a questo che si riesce a trovare la carica anche per affrontare l’emergenza di oggi”. 

Fonte : Agi