Bloodshot, la recensione del cinecomic con Vin Diesel

A parte il piacere di incassare senza impegno creativo con gli Spider-Man sviluppati dai Marvel Studios e produrre il proprio universo cinematografico fumettistico con personaggi come Venom o Morbius, la Sony Pictures si è accaparrata i diritti di sfruttamento di alcuni eroi dell’etichetta Valiant Universe. Decisa a cavalcare l’onda del successo dei cinecomic, oggi davvero al loro apice massimo, la major ha subito messo in corsia preferenziale il Bloodshot con Vin Diesel, affidando il suo adattamento/sceneggiatura a Jeff Wadlow ed Eric Heisserer (Arrival, Bird Box) e la regia all’esordiente Dave S.F. Wilson, prima “soltanto” supervisore degli effetti speciali di Avengers: Age of Ultron e un paio di videogiochi di Star Wars.

Il personaggio in questione è poi uno dei più amati – se non il più amato – della Valiant, essendo un mix tra Deadpool e Deathstroke pompato però all’eccesso non da sieri o poteri mutanti, bensì da naniti che sostituiscono il sangue nelle sue vene. Morto e poi resuscitato dall’azienda RST, ogni qual volta il protagonista subisce una ferita, questi piccoli esserini tecnologici riparano in men che non si dica i tessuti, rendendo Ray Garrison praticamente indistruttibile. Per questo viene usato come mercenario e arma per uccidere bersagli su commissione, spinto dalla vendetta e senza memoria precisa del suo passato. Inarrestabile e guidato da una rabbia controllata, Bloodshot (che è il nome del progetto con cui è stato creato) è la perfetta risorsa militare da sfruttare a proprio piacimento, almeno finché qualcuno non intervenga a cambiare lo status quo.

Supereroe nel sangue

Che il personaggio di Bloodshot sia una creazione fumettistica valida e apprezzata lo si intuisce anche dal fatto che un autore come Jeff Lemire abbia deciso di sua sponte di modellarlo per un breve periodo a suo artistico piacere. Che potesse funzionare al cinema sotto le mani di Sony Pictures e con un regista esordiente e sconosciuto, invece, era poco sperabile. Forse per questo ammettiamo di essere rimasti piacevolmente sorpresi (anche se non totalmente) da questo cinecomic visivamente e produttivamente vecchia guardia, che sa regalare un’ora e mezza d’intrattenimento a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 aggiornando però stile e caratteristiche tecniche alla scheda del decennio corrente.
Quando si dà in mano un blockbuster da pochi milioni di dollari (nel caso specifico 45) a un esordiente proveniente dalla scena dei VFX si può sperare di avere davanti il nuovo Chad Stahelski o David Leitch, oppure che non risulti totalmente inadatto al compito assegnatogli. Diciamo anche con un certo sollievo che l’operato di Wilson si rivela una discreta via di mezzo tra le due possibilità, avendo certo una chiara visione della costruzione scenica in campo d’azione ma che forse si fida troppo di un uso smodato di effetti speciali, rallenty e CGI. Non ci sono dei veri e propri corpo a corpo in cui si avverte in tonfo sordo dei pugni, le ossa rotte, gli incassi e le risposte, perché è tutto visibilmente costruito.

Da qui a dire che non sia mai funzionale o riuscita, come tattica cinematografica, ce ne vuole, anche perché Wilson sa perfettamente come calibrare il peso dei VFX per regolarlo al flusso della sequenza, rendendo tutto organico, fluido e comprensibile, però non basta. Ci avesse messo più artigianalità e coreografie negli scontri avrebbe dato uno slancio essenziale al prodotto. La sceneggiatura di Heisserer sa comunque dove fare leva per attirare l’attenzione dello spettatore e mascherare alcuni nodi dell’intreccio del racconto, che in fin dei conti è una buona storia d’origini con qualche guizzo che va anche oltre la soglia qualitativa media del film.

Non approfondisce mai davvero con interesse le tematiche che mette in gioco, il più delle volte pretestuose per innescare azione e spettacolo e motivare superficialmente le scelte del protagonista, ma a parte la grande caratura di Arrival, Heisserer non ha mai realmente brillato come sceneggiatore, e qui è forse al suo secondo miglior lavoro di sempre (per dare una misura al calibro della sua penna). Sono invece gestiti bene i tempi comici della spalla Wilfred Wigans (Lemorne Morris), attore capace, divertente e perfettamente inquadrato nella parte, forse il migliore dell’intero gruppo di comprimari, sicuramente meglio di Guy Pearce o Eiza Gonzalez, un po’ troppo freddi e immobili nei loro ruoli.

Vin Diesel veste infine i panni di Garrison miscelando insieme un paio di elementi presi dal suo Dominic Toretto e altri da Xander Cage, confondendo un po’ tutti e tre i ruoli anche a causa dell’immancabile canotta bianca. Quando combatte, spara e corre sa il fatto suo, e in aggiunta ci è sembrato davvero molto affezionato alla parte, grintoso, deciso a fare bene. La Pandemia di Covid-19 ha purtroppo decretato la morte cinematografica del progetto, rendendolo almeno al box office americano un flop e costringendo la produzione a distribuirlo in video on demand a livello internazionale (in Italia lo trovate su Chili ad esempio, così come su Apple TV). Questo significa che le speranza di vedere un sequel sono pari a zero, il che in parte dispiace, perché c’è un grande potenziale inespresso e sprecato. Non vivendo in un mondo fantastico, nessun nanite salverà Bloodshot dall’oblio, anche se questa situazione potrebbe presto renderlo un cult.

Fonte : Everyeye