Coronavirus, allarme violenza contro le donne: “Così aiutiamo le vittime. Per loro stare in casa è un pericolo”

C’è un’emergenza nell’emergenza nella complessità di un periodo scandito dal contatore di morti e contagiati da Covid-19: la violenza contro le donne, problema strutturale della società drammaticamente noto ben prima che il microscopico coronavirus si insinuasse nelle nostre vite, si fa adesso ancora più prepotente nel panorama desolante di una quotidianità stravolta e pretende un argine al dilagare di conseguenze aggravate dalla doverosità dell’isolamento domestico.

Oggi, sulle teste e sul cuore di tante mamme, mogli, compagne, pende il massiccio paradosso per cui il luogo imposto come spazio sicuro per allontanare il rischio di contagio diventi, in concretezza, il baricentro di abusi zittiti dalla paura, di schiaffi da prendere senza urlare, di lividi a cui far fare il normale decorso senza che nessuno se ne accorga.

E questo non va dimenticato, non può essere dimenticato: va affrontato.

In maniera attiva ed energica, la Fondazione Pangea Onlus, forte della rete antiviolenza Reama costruita un anno e mezzo fa, si è attivata in vista dell’emergenza Covid-19 per potenziare i mezzi già a disposizione delle vittime di violenza domestica. Non solo: ponendo la questione anche sul piano politico, insieme all’Associazione Nazionale Telefono Rosa e all’UDI (Unione Donne Italiane), Pangea ha avanzato delle precise richieste alla ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia Elena Bonetti.

Del dialogo intercorso con lei, ma anche di tutte le condizioni che segnano un contesto così delicato, Today ha parlato con Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione Pangea e coordinatrice della rete Reama, che ha delineato il quadro completo di una realtà che fa sentire alle donne di non essere sole.

Di norma il primo consiglio che viene dato alle donne che denunciano la violenza domestica è quello di abbandonare la casa quale luogo di pericolo per scappare dai propri aguzzini, fuga che oggi diventa più complicata alla luce dell’emergenza sanitaria in corso e delle norme in materia di isolamento. Cosa state notando dal vostro punto di vista in questo periodo?

Da quando sono entrate in vigore le norme che impongono l’isolamento in casa per fronteggiare l’emergenza sanitaria, sono diminuite le denunce. Proprio oggi (venerdì 27marzo, ndr) la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha dichiarato la sua preoccupazione riguardo alla flessione del 43% di denunce per maltrattamenti in famiglia. Si aprono nuovi panorami rispetto alla violenza, perché anche dare risposte alle donne che sono chiuse in casa con un uomo violento diventa più complicato. Quella che stiamo affrontando è già una situazione di stress per tutti, figuriamoci per chi è già aggressivo…

Le norme che impongono l’isolamento in casa nel periodo di emergenza sanitaria sono poste a tutela della salute pubblica; la messa in sicurezza delle donne vittime di violenza richiama, invece, la necessità di tutelare la salute individuale. Si potrebbe parlare di un’emergenza nell’emergenza… Come si fa a bilanciare questi due aspetti ugualmente importanti?

Sono questioni di cui bisogna capire la priorità. La violenza sulle donne è un’emergenza di tipo strutturale, fa parte della società e purtroppo è sempre esistita. Ora il problema è che nella situazione attuale diventa un’emergenza anche il doverla affrontare e si corre il rischio di incappare in una vittimizzazione secondaria, dettata proprio dal fatto che la difficoltà e la paura di uscire allo scoperto con la propria richiesta di aiuto permettano il proseguimento della violenza. Io sono sicura che finito questo momento di emergenza ci sarà un boom di richieste di aiuto. Ora tante donne fanno le spalle grosse, ma c’è un limite alle spalle grosse… Bisogna chiedere aiuto quando si rischia la vita.

Come sta proseguendo la sua attività la rete antiviolenza Reama di Fondazione Pangea Onlus?

I centri vicini ai focolai del Covid sono chiusi anche per una questione di sicurezza delle operatrici; gli altri, la maggior parte dei centri in Italia (360 centri antiviolenza e 330 case rifigio) sono chiusi ma funzionanti. I centri antiviolenza, quindi, operano da remoto, per cui possono essere contattati o tramite il 1522 o attraverso il contatto diretto del centro. Noi poi avvertiamo sempre che in caso di pericolo imminente è meglio chiamare subito il 112 che agisce immediatamente. E non è un caso che siano aumentate le telefonate al 112 e siano diminuite quelle al 1522, anche perché molte donne non sanno che il 1522 è un numero di pubblica utilità dedicato a donne vittime di violenza.

Ci sono altri mezzi attraverso cui è possibile chiedere aiuto, oltre alla classica telefonata? L’etere con tutti i suoi mezzi di comunicazione a disposizione avrà un gran ruolo in questo frangente così delicato…  

Certo, attraverso mail, social… Sul sito Reama abbiamo predisposto una pagina con tutti i centri e i loro contatti. E’ importante, però, che le persone non facciano scherzi: anche al 1522, infatti, arrivano richieste di persone che non hanno realmente bisogno di un intervento. Va sottolineato che il 1522 è un numero di pubblica utilità specifico per donne vittime di violenza e stalking, non serve per avere informazioni; che ci sono degli orari per avere un sostegno anche in lingua e che si può anche scrivere via chat così da essere indirizzate al centro antiviolenza o alla casa rifugio più vicine a dove si vive. Il centro antiviolenza o la casa rifugio rispondono telefonicamente oppure attraverso chat e social: ora sta capitando che le donne scrivano o provino a chiamare chiudendosi in bagno, trovando comunque degli escamotage durante la permanenza in casa con il violento. Riuscirci non è semplice, per questo le telefonate sono diminuite con le richieste di aiuto. Quelle che ce la fanno possono avere un sostegno psicologico ed emotivo e, se rischiano la vita, fare richiesta di un posto in una casa rifugio. Lì scatta il piano di emergenza per allontanare la donna dalla casa, fermo restando il 112 da contattare nei casi di assoluta urgenza. Poi nella casa rifugio scatta tutto un percorso dove però, attualmente, non può essere garantito un contatto giornaliero, ma certamente la sicurezza. Quando questo periodo finirà e si tornerà alla normalità, di certo si avrà una presa in carico totale.

(Sotto, l’elenco dei contatti territoriali do sportelli, centri antiviolenza e case rifugio attive della rete antiviolenza Reama di Fondazione Pangea)

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Qual è oggi, con tutte le norme igienico-sanitarie in vigore, la pratica d’intervento adottata nel momento in cui si chiede aiuto al 112 o al 1522?

La polizia interviene subito con tutti i disposizioni sanitari richiesti in questo periodo. Se invece si contatta il 1522 si rimanda la donna al centro di violenza più vicino al luogo in cui si trova in quel momento. Se poi si tratta di una situazione di assoluta emergenza viene inviata a una casa rifugio per la sua messa in sicurezza. Questo perché, se un centro antiviolenza fornisce ascolto, consulto psicologico e legale, la casa rifugio permette di uscire da casa, anche con l’aiuto di forze dell’ordine se necessario, oppure con le proprie operatrici, punto questo per noi delicato per ciò che attiene alla loro sicurezza. Di ciò proprio ieri (giovedì 26 marzo, ndr) abbiamo discusso con il tavolo tecnico e consultivo dell’antiviolenza e la ministra Elena Bonetti.

Già, perché voi come Reama Fondazione Pangea Onlus insieme all’Unione Donne Italiane e all’Associazione Italiana Telefono Rosa avete