L’Italia di Arbasino alla prova della grande pandemia

Godiamo a più non posso della vita anche quando questa è terribile: è il mantra che esce dalla produzione del grande provocatore delle lettere italiane, scomparso da pochi giorni. Ci mancherà, specie ora

Ci ha lasciati in questi giorni piatti, pieni di noia, di paura e di stare a casa, uno degli ultimi raffinati della letteratura italiana: Alberto Arbasino. Scrittore unico capace di mescolare l’alto e il basso come da ottima tradizione postmoderna, con uno sguardo elitario da respiro modernista che non disdegnava di mescolare con la cultura pop, i b-movie, il camp, la commedia caciarona… Ovvero tutti i modi all’italiana di affrontare in modo propulsivo il Secondo dopoguerra dalle nostre parti: influenzato dal mondo intero, ma altrettanto – e orgogliosamente – provinciale. Sua, non a caso, è l’espressione oggi celeberrima di casalinga di Voghera. Così come l’espressione gita a Chiasso, invito per gli ottusi di ogni epoca a sgranchirsi le gambe fuori dai concetti precostituiti respirando nuovi aria fresca. 

Arbasino, cosmopolita provinciale, ha saputo attraversare con sagacia il nostro secondo Novecento, a partire dalla oggi così poco “da bere” Milano (la Milano già capitale illuminista, ma anche quella sprint dei cabaret e dei teatri), dal Boom dei primi anni ’50 fino ai giorni nostri, senza aver paura anche di scudisciare e moraleggiare, sempre con ironia. Ad alcuni il suo stile digressivo, barocco, pieno di citazioni dotte bilanciate da slanci che si direbbero pecorecci e canzonatori può non piacere, ma è la voracità della sua produzione che dovrebbe servirebbe da modello anche oggi: Arbasino romanziere esteta, Arbasino che fu tra i primi a raccontare le difficoltà degli omosessuali italiani (a suo modo), Arbasino cronista e corrispondente dei costumi dall’estero, cantore di un’epoca, quindi tra gli animatori del neo-avanguardista Gruppo 63 – importante snodo culturale per gli anni ’70 e ’80 a venire non solo nella letteratura – ma anche Arbasino conduttore televisivo (condusse la trasmissione Match sulla Rai), e persino Arbasino rapper…

Si potrebbe cominciare da La bella di Lodi, romanzo nato racconto per Il Mondo nel 1960, e pubblicato solo nel 1972, dove la lingua meno complessa di altri libri si alterna all’uso del dialetto, del gergale. Roberta e Franco si conoscono per caso in una spiaggia di Pietrasanta in Versilia, lei giovane e bella imprenditrice di Lodi istruita dal jet set di mezzo mondo – “tra la solita Montenapoleone e l’eterna Portofino lei conosce diversa gente” si legge fin dalle prime pagine – che snobbano un po’ Milano – “Milanin Milanon, comunque, la guardano sempre oramai come una specie di pied-à-terre o di supermarket, considerandola un po’ dall’alto, quando si va giù a far shopping”; lui meccanico dell’Aci provinciale, ragazzotto tipico italiano “bello/brutto” e rozzo che, nel forte magnetismo sessuale che li avvince, sarà in qualche modo da lei plagiato per divenire chissà, dirozzato, un imprenditore automobilistico di un’Italia in vertiginoso sviluppo industriale. Con questo impianto wertmulleriano, l’affaire dei due ha rappresentato per anni quello più vasto: potremmo dire dell’Italia imprenditrice del Nord lombardo, basata su sani principi ma anche su un certo respiro cosmopolita spesso frivolo, e il provincialismo arcadico e violento di ciò che le sta attorno, chissà ancora oggi.

Se La bella di Lodi è uno dei suoi libri più famosi, vuoi per l’adattamento cinematografico di Marco Missiroli, era già arrivato in libreria L’Anonimo lombardo – anch’esso a partire da un racconto lungo pubblicato da Feltrinelli – che raccontava di ben altri amori, quelli di un giovane omosessuale lombardo in un’Italia troppo perbenista. Questo Anonimo lombardo è un romanzo-saggio epistolare difficile da catalogare, che traccia gli sviluppi futuri della produzione di Arbasino: ci sono i suoi padri (Gadda e Parini) implicitamente citati, c’è il fascino per l’opera rappresentato da una mitica prima di Medea di Cherubini con Maria Callas tenuto alla Scala il 10 dicembre 1953 dove il giovane studente neo-classico e romantico ad un tempo s’innamora per colpo di fulmine di Roberto; ci sono Stendhal, Baudelaire, persino il Manzoni (al quale si richiama il titolo) e altre miriadi di citazioni e note dotte, ci sono lettere alla scrittrice Anna Banti e implicite ad altri intellettuali dell’epoca, immerse però nei crucci d’amore che lo stesso anonimo innamorato confessa all’amico Emilio, principale suo pen pal. Così abbiamo di fronte un romanzo eccessivo ed espressionista, “veloce e divertente perché fitto di gesti e ammicchi” come la variabile parlata della Penisola italiana, dai salotti intellettuali alle uscite dei supermarket. Un libro intramato di passioni filologiche ed erotiche assieme, dove l’amore per l’erudizione e l’erotismo si confondono, con tutto il kitsch parodico da melodramma e anticipando il camp di lì a venire. O, per citare una delle passioni arbasiniane: quasi un libretto d’opera riscritto, quelli “pieni di deliri e delizie incredibili e spesso loro malgrado”, e assieme una maschera che calza appieno nel giovane Arbasino dell’epoca, come un autoritratto romantico. 

Dal titolo che oggi potrebbe risultare parecchio provocatorio, tra patriottismi riscoperti su balcone e pessimi xenofobie da piccolo partito, il romanzo Fratelli d’Italia – uscito e rivisto in ben tre edizioni (1963-1967-1991) – è tutto il contrario di quanto ci si possa aspettare: parla sì di una fratellanza, ma compiuta in un on the road scanzonato ed erudito da due giovani gay (Antonio e L’Elefante) che attraversano l’Italia con qualche puntatina all’estero. Il romanzo-monstre e picaresco di Arbasino è come una interminabile conversazione a più voci, seria e faceta ad un tempo, sull’Italia e gli italiani a partire dagli anni ’60, quasi un irriverente road movie meta-letterario dove c’è spazio sia per Vitelloni che per la nuova cultura americana biascicata oramai ovunque, e in cui si potrà trovare un grande insegnamento sull’idea dell’intrattenimento in letteratura: “La finalità del romanzo o del dramma dovrebbe essere prima di tutto il divertimento. Peccato solo che ‘divertimento’ in italiano sia una parola sospetta, che odori tanto di avanspettacolo. Andrebbe usata in senso più alto, più esteso. Come ‘entertainment’, ma ancora più nobile. Fino a comprendere Mozart, Orazio, le Alpi”. 

Come alcuni sanno, Arbasino partecipò alle riunioni della neo-avanguardia del Gruppo 63 – tra i quali ricordiamo Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, ma anche il più in disparte Paolo Volponi – e si avvicinò in quegli anni al mondo del teatro e della poesia sperimentale e off-Broadway. Frutto maturo di questa esperienza è sicuramente il suo SuperEliogabalo uscito a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, e rivisto in ultima edizione nel 1978, in un’Italia di nuovo profondamente cambiata. Il libro è fondamentalmente la riscrittura di una riscrittura (come è stato già scritto) del mito oscuro di Eliogabalo, giovinetto imperatore romano apertamente omosessuale che introdusse nella Roma imperiale il culto del Sol Invictus e che aveva già affascinato per la sua perversione anche Antonine Artaud. Si legge nella quarta del libro: “Un giovanissimo Imperatore romano molto minore, con una famigliaccia molto romana piena di mamme e di debiti, scappa con tutta la troupe a Ostia per un weekend-con-delitto”. Nel romanzo ribelle in versi e frammentario o meglio “romanzo di rivolta a frammenti mobili” si racconta così un’esperienza senza freni che presto si tramuterà in thriller grottesco e irriverente, fatto di orge, nonsense, spirito un po’ dra, gag sboccate e riferimenti al peplum. “«Ma si capisce o si capirà che tutte – o quasi – queste cazzate sono intensamente volute?» si domanda un po’ inquieto l’Imperatore” nel testo.

Di queste ragazzate un po’ elitarie e un po’ kitsch, dagli anni ’50 fino ai giorni più nostri (certo senza delitto), ci ha abituati anche l’Arbasino saggista e narratore delle cronache di viaggio in Italia e altrove, tra costumi, politica, perversioni della morale, della lingua, della società. Tre libri importanti e legati tra loro sono a nostro avviso Parigi O Cara, Paesaggi italiani con zombi e America Amore. Andando in ordine cronologico, nel primo Arbasino ci racconta viaggiando il suo debito nei confronti di Parigi e della cultura francese, andando a intervistare scrittori come Cocteau e Mauriac, mettendosi in dialogo interminabile con Gide o Julien Green e raccontando della sua vita nella capitale francese. In Paesaggi italiani con zombi, uscito nel 1998 e noi già in era berlusconiana, abbiamo invece un Arbasino che scudiscia al suo modo irriverente e “conversatorio” i vizi degli Italiani in piena mutazione antropologica post-televisiva, dove lo spirito italico è fiacco e moribondo nonostante le tifoserie politiche avverse e dove dire “Oggi c’è L’Italia significa, per i più, che stasera gioca la squadra omonima. Preparare le birre e le bandiere…”  e dove rispetto agli anni Cinquanta “ai Grandi Balzi Avanti seguono i Grossi Zompi Indietro”. Così come America Amore, pubblicato più di recente, racconta invece dell’educazione sentimentale stavolta americana di Arbasino stesso, tra incontri memorabili con Capote, Edmund Wilson, Kerouac, West Side Stories, teatro off-off, visite ai luoghi leggendari contraffatti dal consumo di massa come New Orleans, Disneyland, Taos… 

Infine per chi volesse anche approcciare l’Arbasino al passo coi tempi, potrebbe leggersi Rap!, uscito per Feltrinelli, un gran frullatore di banalità e “antichità” all’italiana come direbbe lui stesso, ma che è capace anche di toccare le tematiche terribili di quel 2001 funestato dalla macelleria argentina di Genova e dalla morte di Giuliani. Una specie di mix-tape di poesie in ascolto del presente più affaticato, di uno che sicuramente aveva un certo suo incredibile flow, come si dice in gergo hip hop. 

Fonte : Wired