Il buco dell’ozono sta guarendo grazie al Protocollo di Montreal

L’assottigliamento dello strato di ozono, in particolare quello del cosiddetto “buco dell’ozono”, scoperto nel 1985 e che si forma ogni primavera nell’atmosfera alta sopra sembra essersi arrestato. Almeno stando ad un nuovo studio, pubblicato sulla rivista “Nature” e condotto dai ricercatori dell’Università del Colorado a Boulder.

Il Protocollo di Montreal

Lo strato di ozono, che era arrivato ai minimi storici nel 2019, ora sta meglio. Si tratta di uno schermo fondamentale per l’intercettazione di radiazioni letali per la vita sulla Terra e la sua formazione avviene principalmente presso le più irradiate latitudini tropicali, mentre la circolazione globale tende poi ad accumularlo maggiormente alle alte latitudini e ai poli. Grazie al Protocollo di Montreal, strumento legato al Programma Ambientale delle Nazioni Unite per l’attuazione della Convenzione di Vienna “a favore della protezione dell’ozono stratosferico” ed entrato in vigore nel gennaio 1989 (ratificato da 197 Paesi tra cui anche l’Italia), sono stati stabiliti termini entro cui le Nazioni coinvolte si impegnano a contenere i livelli di produzione e di consumo delle sostanze chimiche dannose per la fascia d’ozono stratosferico. E oggi, questo studio, sembra confermare la bontà del Patto di Montreal.

L’efficacia del Protocollo

“Questo studio si aggiunge alle crescenti prove che dimostrano la profonda efficacia del protocollo di Montreal. Non solo il trattato ha stimolato la guarigione dello strato di ozono, ma sta anche guidando i recenti cambiamenti nei modelli di circolazione dell’aria nell’emisfero meridionale”, ha spiegato Antara Banerjee, autore principale dello studio, secondo il quale appunto, lo strato di ozono è in buone condizioni e questo processo ha effetti a catena sulle correnti d’aria e sui venti che investono tutta la Terra.

Le tesi dei ricercatori

L’esaurimento dell’ozono, spiegano i ricercatori, raffredda l’aria, rafforzando i venti del vortice polare e influenzando i venti fino allo strato più basso dell’atmosfera terrestre. In definitiva, tale processo ha spostato il flusso sulle regioni asciutte, ai margini dei tropici verso il Polo Sud. Precedenti studi hanno collegato queste tendenze di circolazione ai cambiamenti climatici nell’emisfero australe, in particolare per ciò che riguarda le precipitazioni in Sud America, Africa orientale e Australia, e ai cambiamenti delle correnti oceaniche e della salinità dei mari. ll protocollo di Montreal, che ha inteso gradualmente eliminare la produzione di sostanze che distruggono l’ozono come i clorofluorocarburi (CFC), ha cominciato a dare i primi effetti a partire dal 2000 circa, quando le concentrazioni di tali sostanze chimiche nella stratosfera hanno iniziato a diminuire e il buco dell’ozono ha iniziato a ridursi. “La sfida in questo studio era quella di dimostrare la nostra ipotesi, cioè che il recupero dell’ozono stia effettivamente guidando questi cambiamenti della circolazione atmosferica e che non si tratti solo di una coincidenza”, ha detto Banerjee.

Una tecnica statistica

Per dimostrare la loro tesi, i ricercatori hanno utilizzato una tecnica statistica in cui hanno valutato se determinati modelli di variazioni del vento fossero dovuti alla sola variabilità naturale e se le eventuali variazioni potessero essere attribuite all’uomo e alle emissioni di sostanze chimiche. Usando simulazioni al computer, gli esperti hanno prima determinato che quella che è stata definita una “pausa” (“la definiamo così perché le tendenze della circolazione dei venti potrebbero riprendere, rimanere piatte o invertite”, ha affermato Banerjee), osservata nelle tendenze della circolazione non poteva essere spiegata da cambiamenti naturali nei soli venti. Successivamente, hanno isolato gli effetti dell’ozono e dei gas serra, separatamente gli uni dagli altri. Hanno quindi dimostrato che mentre l’aumento delle emissioni di CO2 ha continuato ad espandere la circolazione dei venti verso il polo, solo i cambiamenti nello strato di ozono potrebbero spiegare tale pausa nelle tendenze di circolazione. Prima del 2000, sia l’esaurimento dell’ozono che l’innalzamento dei livelli di CO2 spingevano verso l’alto la circolazione vicino alla superficie della Terra. Dal 2000, la CO2 ha continuato a spingere questa circolazione verso il polo, bilanciando l’effetto opposto legato al recupero dello strato di ozono. “L’identificazione della pausa indotta dall’ozono nelle tendenze di circolazione conferma, per la prima volta, ciò che la comunità scientifica che ha studiato l’ozono ha da tempo previsto”, ha affermato John Fyfe, scienziato di Environment and Climate Change Canada e uno dei coautori dello studio.  

Il buco dell'ozono ai minimi storici ...

Il buco dell'ozono ai minimi storici ...


Fonte : Sky Tg24