Prestiti usurai per rilevare le aziende in crisi: così i calabresi si sono presi la provincia di Roma

Il sistema delle cosche ndranghetiste inserito nel tessuto economico della provincia di Roma. Uno schema semplice, adottato per tre decenni nell’area a nord della Capitale. Così i calabresi avevano allungato i loro tentacoli criminali su aziende agricole, di legnami, zootecniche, del commercio di fiori e piante, ma anche supermercati ed altre reti di imprese estendendo il loro business anche in altre province italiane.

Un sistema consolidato che ha portato i clan della ndrangheta calabrese ad accumulare una incredible quantità di denari e beni immobiliari e societari, con la polizia che nell’ambito della “Operazione Giù le Mani” ha sequestrato beni per oltre 120 milioni di euro, infliggendo un duro colpo alla criminalità organizzata. 

Ma come funzionava il sistema? Semplice, tutti sapevano della presenza dei “calabresi” nei Comuni della provincia: Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Castelnuovo di Porto, Campagnano e Sacrofano, questi i territori dove i tentacoli della ndrangheta avevano riproposto il sistema calabrese della criminalità organizzata. Con disponibilità economiche praticamente illimitate, i calabresi erano “l’ancora di salvezza” degli imprenditori in crisi. 

Un’ancora che però portava all’affondamento della nave imprenditoriale. In pratica le cosche prestavano i soldi a tassi usurai agli imprenditori in crisi che non avevano più credito presso gli istituti bancari e finanziari. La cravatta del prestito a strozzo li portava però a non poter adempiere al pagamento del debito, con successiva cessione a teste di legno delle imprese, molte volte rimaste intestate solo sulla carta agli stessi imprenditori, in realtà oramai dipendenti obbligati della ndrangheta. 

Un sistema che ha portato le cosche ad acquisire patrimoni ed aziende in tutta l’area della provincia nord della città. Così tanto inseriti nel tessuto economico da creare una rete di imprese in grado di aggiudicarsi fondi della Regione Lazio e fondi europei per l’agricoltura. 

VIDEO | Sequestrati beni per 120 milioni di euro. Le immagini

Un esempio chiaro del sistema ha riguardato l’acquisizione di un’azienda di legnami, dopo che il titolare non era più in grado di ripagare il prestito usuraio. L’acquisizione avveniva però in maniera legale, ma con minacce ed intimidazioni. In questo caso con un gioco facile: la diserzione di possibili acquirenti all’asta per l’appalto dell’azienda. Con la gara deserta i vari prestanome delle cosche acquisivano l’azienda al ribasso, non avendo di fatto competitors nell’asta finale. 

Acquisita l’azienda la vendita della legna a tutte le aziende della zona diventata monopolio della cosca. Stesso sistema con quattro allevamenti di bovini, definiti “Limousine” (vista la loro valutazione economica nel mercato zootecnico). Anche in questo caso, acquisite le aziende la vendita della carne e dei loro derivati era esclusività delle cosche ndranghetiste. Centotrenta i capi di bestiame sequestrati. 

In questo ambito gli investigatori della Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Roma hanno fatto scattare il blitz alle prime luci del giorno. Una complessa attività di indagine di natura patrimoniale, tesa all’aggressione dei patrimoni di mafia,con l’esecuzione di un decreto di sequestro di beni, ai fini della confisca, emesso dal Tribunale di Roma – Sezione Misure di Prevenzione nell’ambito del procedimento di prevenzione convenzionalmente denominato “Giù le mani” attivato su proposta del Questore di Roma.

Il maxi sequestro il cui valore è di oltre 120 milioni di euro, è stato adottato nei confronti di Placido Antonio Scriva, nato ad Africo (Reggio Calabaria) l’11 aprile 1966; Domenico Morabito, nato ad Africo (Reggio Calabria) il 9 agosto 1967; Domenico Antonio Mollica, nato a Melito di Porto Salvo (Reggio Calabria) il 10.09.1967; Giuseppe Velonà, nato a Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria) il 28.11.1954 e Salvatore Ligato, nato a Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria) il 23.11.1964, esponenti di vertice del gruppo laziale della pericolosa e temuta ‘ndrina di ‘ndrangheta “Morabito-Mollica-Palamara-Scriva”, originaria di Africo e insediatisi a nord di questa Provincia a partire dagli anni ’80 e già sgominata nell’ambito dell’operazione Fiore Calabro conclusa dalla Squadra Mobile a Roma nel 2015 

Il loro inserimento nella cosca di ‘ndrangheta può definirsi per nascita, atteso che sono figli di indiscussi sodali, unitamente ai quali parteciparono attivamente alla  sanguinosa guerra intestina, combattuta negli anni ‘80/’90 nei comuni reggini di Africo e Bruzzano Zeffirio tra i potenti gruppi degli “Scriva-Palamara-Speranza“,  da una parte, e quello dei “Mollica-Morabito“, dall’altra, tristemente nota come “faida di Motticella”, che determinò l’uccisione di circa cinquanta persone e la chiusura,  da parte degli organismi di vertice della ‘ndrangheta,  della “locale”.

L’approfondita attività investigativa, svolta da personale del Settore Misure di Prevenzione Patrimoniali della Divisione Polizia Anticrimine coordinati dalla dottoressa Angela Altamura, ha ripercorso “la carriera criminale” ed ha analizzato  le posizioni economico-patrimoniali dei proposti, dei rispettivi nuclei familiari e di numerosi terzi, evidenziando una notevole sproporzione tra i beni posseduti, direttamente o per interposti fittizi,  e i redditi dichiarati o l’attività economica svolta ovvero la sussistenza di sufficienti indizi per ritenere che essi siano il frutto di attività illecite o ne costituiscano il reimpiego.

Al fine di segnalare l’importanza di tale misura di prevenzione, si ritiene opportuno sottolineare l’elevatissimo spessore criminale dei cinque proposti, tre dei quali condannati in via definitiva per associazione di tipo mafioso.

Le attività illecite cui si sono dedicati riguardano i più risalenti sequestri di persona a scopo di estorsione, il traffico di stupefacenti e di armi, nonchè i più recenti delitti di estorsione, usura e di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso. 

L’offensività dei proposti deve, inoltre, essere necessariamente valutata anche in relazione ai vincoli parentali tra loro intercorrenti, che ne rafforzano oltremodo la coesione e, di conseguenza, la pericolosità sia sotto il profilo criminale che dell’ordine pubblico economico, avendo costituito un inscindibile unicum.

La pervasività nel tessuto economico ed i rilevanti interessi imprenditoriali sono emersi, oltre che in questo capoluogo, prevalentemente nei centri poco distanti, nell’area della Tiberina e della Flaminia, quali  Rignano Flaminio, Morlupo, Sant’Oreste, Capena, Castelnuovo di Porto, Campagnano e Sacrofano, con investimenti immobiliari in Alghero (Sassari), Rocca di Cambio (L’Aquila), Genova, Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria) e Faleria (Viterbo), inquinando profondamente l’economia legale, anche avvalendosi dell’apporto di specifiche competenze professionali, istituzionali e del sistema bancario.

Sono state accertate pesanti infiltrazioni in molteplici settori produttivi tramite interposti fittizi, tra cui Massimiliano Cinti nipote del noto boss romano e il cassiere della “Banda della Magliana” Enrico Nicoletti .

I settori economici di diretto riferimento sono risultati quelli della distribuzione all’ingrosso di fiori e piante; della vendita di legna da ardere; dell’allevamento di bovini e caprini; bar/ gastronomia e commercio di preziosi e gioielli, mentre attraverso prestanome sono penetrati nel settore della grande distribuzione attraverso supermercati della catena “Carrefour”; in quelli edilizio/immobiliare, della panificazione, della vendita di prodotti ottici e dei centri estetici.

L’indagine condotta ha avuto, altresì, il pregio di individuare nella forma giuridica del contratto di rete di imprese uno strumento idoneo e perfettamente funzionale alla realizzazione degli scopi illeciti dell’organizzazione criminale de quo che, attraverso la Rete di Imprese Morlupo (Roma), si è recentemente aggiudicata l’assegnazione di un finanziamento pubblico di 100 mila euro da parte della Regione Lazio, oggi in sequestro.Oltre a questo la ndrangheta aveva ottenuto fondi per l’agricoltura dalla Comunità Europea. 

In particolare, il provvedimento giudiziario riguarda il seguente compendio patrimoniale, il cui valore, allo stato, può solo approssimativamente indicarsi in oltre 120 milioni di euro, atteso che restano ancora da quantificare le disponibilità finanziarie presenti sugli oltre mille rapporti bancari accertati e gli ulteriori beni che dovessero essere individuati in corso di esecuzione:

173 immobili, ubicati in Roma, Rignano Flaminio; Sant’Oreste; Morlupo; Capena; Castelnuovo di Porto; Campagnano Romano; Riano; Grottaferrata; Faleria (Viterbo); Rocca di Cambio (L’Aquila); Alghero (Sassari); Genova e Bruzzano Zeffirio (Reggio Calabria); 38 quote societarie e ditte individuali; 40 complessi aziendali di cui 7 supermercati siti in Roma, Rignano Flaminio, Capena, Fiano Romano, Morlupo e Castelnuovo di Porto; 4 allevamenti di bovini, bufalini, ovini e cavalli; 38 veicoli tra cui una Ferrari F 131 ADE; 1 contratto di rete di imprese e fondo patrimoniale finanziato dalla Regione Lazio di € 100.000; titoli per l’erogazione di aiuti all’agricoltura finanziati dall’Unione Europea; oltre 1000 rapporti finanziari; gioielli e preziosi  il cui valore deve essere periziato, contenuti in 3 cassette di sicurezza gia’ sottoposti a sequestro preventivo ex art. 321 c.p.p.; assegno circolare di 90.000 euro; dispositivi informatici (personal computer, tablet, telefoni cellulari ecc.) intestati a persone fisiche comunque nella disponibilità diretta o indiretta dei proposti; monete virtuali o criptovalute che dovessero essere individuate; ulteriori beni di valore che nel corso dell’esecuzione dovessero essere trovati nella disponibilità dei proposti.

Infine, una particolare menzione si ritiene di dover riservare all’elemento di assoluta novità in materia di procedimenti di prevenzione, costituito dal disposto sequestro di eventuale moneta virtuale o criptovaluta che dovesse essere individuata nella disponibilità diretta o indiretta dei proposti.

L’esecuzione del provvedimento ha richiesto l’impiego di 250 della Polizia di Stato delle Divisioni e Commissariati di P.S. Sezionali e Distaccati territorialmente competenti per Roma e Provincia, nonché la collaborazione di personale del Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni Lazio, del Reparto Prevenzione Crimine Lazio, del locale Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica, di un’unità cinofila e del Reparto Volo. Inoltre risultano altresì impegnate nell’esecuzione le Divisioni Polizia Anticrimine delle Questure di Viterbo, L’Aquila, Sassari, Reggio Calabria, Genova, Milano, Palermo, Pistoia e Vibo Valentia ed i Commissariati di P.S. di Alghero (Sassari) e Bovalino (Reggio Calabria)

La caratura criminale dei proposti, l’impero imprenditoriale della cosca calabrese, il potere di alterare il mercato economico, consentono di sostenere che le mani della ‘ndrangheda su Roma sono ormai sempre più “ visibili” e che i “pezzi di ‘ndrangheta” presenti nei comuni a nord della capitale sono capaci di replicare pienamente la propria struttura criminale nel territorio dove si sono stabilizzati.

In tale ottica il maxi sequestro costituisce una straordinaria azione di contrasto alla criminalità organizzata e un importante strumento attraverso il quale le aziende sequestrate vengono sottratte al circuito criminale per essere restituite alla collettività. Infatti le attività non saranno chiuse bensì gestite dall’Amministrazione giudiziaria al fine di immetterle in un percorso di legalità.

In merito al sequestro degli immobili a Roma, nell’ambito dell’operazione contro la ‘Ndrangheta lo statement di Carrefour ha quindi precisato: “In riferimento alle notizie circolate oggi in merito al sequestro di 7 supermercati nell’ambito di una operazione mirata contro la ‘ndrangheta a Roma e nel Lazio, Carrefour Italia si dichiara totalmente e completamente estranea. I supermercati oggetto di sequestro sono infatti gestiti da un imprenditore locale terzo, autonomo e indipendente rispetto a Carrefour Italia. L’azienda rimane a disposizione delle autorità inquirenti per un eventuale chiarimento della propria posizione di estraneità“. 

Fonte : Roma Today