L’autoisolamento alla cinese funziona ancora. Anche a Prato

All’inizio dell’emergenza coronavirus la comunità cinese di Prato, la seconda d’Italia, è stata guardata con grande sospetto, ma il modo in cui i cinesi toscani hanno gestito l’epidemia si è rivelato vincente e il virus non ha fatto breccia, neppure tra i circa 2.500 cittadini rientrati in Italia dopo le vacanze per il capodanno cinese trascorso in madre patria.

Un sospetto che “non solo ha causato episodi di discriminazione – racconta all’AGI Marco Wong, consigliere italo-cinese al Comune di Prato – ma ha contribuito a far sottovalutare il problema, e il rischio che veniva da altre parti, dato che i primi contagiati erano persone non cinesi. Purtroppo il focalizzarsi su questo ha fatto sì che l’attenzione fosse distolta”.

Il Covid 19 non ha colpito la comunità cinese in Toscana, grazie a norme rispettate scrupolosamente ancora prima che diventassero obbligo in Italia, con la quarantena autoimposta e una ferrea organizzazione per la spesa e tutte le necessità.

“Tante misure prese dai cittadini hanno anticipato quelle che sono state le decisioni del Governo – ha spiegato Wong – come la decisione di non mandare i figli a scuola, un fatto che inizialmente non ha mancato di suscitare l’interesse delle autorità. Ma è stata una decisione spontanea, nella direzione giusta”.

Importante secondo il consigliere anche “la chiusura delle aziende, decisa settimane prima del lockdown”. Le imprese cinesi sono una realtà importantissima in Toscana, 4.830 solo a Prato, secondo i dati dell’Istituto di programmazione economica della Toscana (Irpet), “e molte ancora sono chiuse – ha aggiunto – spesso anche quelle che potrebbero restare aperte, come quelle alimentari e chi decide di restare aperto già da prima degli obblighi ha invitato tutti a rispettare le norme di sicurezza, con mascherine e gel disinfettanti, per addetti, clienti e fornitori”.

Fonte : Agi