L’ultimo saluto negato alle famiglie delle vittime del coronavirus

21 marzo 2020 11:59

Di Angelo Amante, Hayoung Choi, Parisa Hafezi

Alfredo Visioli è morto per il nuovo coronavirus a 83 anni. La sua lunga vita si è conclusa con una breve cerimonia in un cimitero vicino a Cremona, la sua città natale. “Lo hanno seppellito così, senza un funerale, senza i suoi cari, solo con la benedizione di un prete”, racconta la nipote Marta Manfredi, che non ha potuto partecipare alla cerimonia. Come gran parte della famiglia di Visioli e del resto d’Italia, Marta deve restare chiusa in casa. “Quando tutto questo sarà finito organizzeremo un vero funerale”, promette.

In tutte le aree colpite dall’epidemia, senza distinzioni di cultura o religione, i riti per rendere omaggio ai defunti e per offrire sollievo alle persone che gli erano vicine sono stati ridotti all’essenziale o addirittura vietati per paura che si diffonda il contagio.

Il virus, oltre ad aver già causato diecimila vittime in tutto il mondo, sta cambiando molti aspetti della morte, da come vengono trattati i cadaveri a come vengono gestiti i bisogni spirituali ed emotivi di chi gli sopravvive.

In Irlanda le autorità sanitarie consigliano agli addetti alle onoranze funebri di mettere delle mascherine sul volto dei cadaveri per eliminare anche il minimo rischio di contagio. In Italia un’agenzia di pompe funebri crea dei collegamenti video per permettere ai familiari in quarantena di assistere alla benedizione dei defunti. In Corea del Sud la paura del virus ha colpito duramente il settore.

Un dolore ancora più grande
Nelle città più colpite dal virus, come Bergamo, non c’è più tempo per i funerali. Gli obitori sono pieni e i forni crematori lavorano senza sosta, spiega Giacomo Angeloni, l’assessore responsabile dei servizi cimiteriali.

Bergamo ha circa 120mila abitanti e secondo Angeloni il numero di decessi è attualmente cinque o sei volte superiore alla norma. Il 18 marzo cinquanta soldati e quindici mezzi pesanti dell’esercito sono stati mandati in città per prelevare le salme da cremare e trasportarle in altre province italiane meno colpite dall’epidemia.

Il divieto di riunirsi ha cancellato alcuni dei rituali che ci servono a elaborare il lutto, osserva Andy Langford, capo di Cruse bereavement care, un’associazione britannica che fornisce assistenza gratuita e servizi di ascolto per le persone in lutto. “I funerali permettono a una comunità di riunirsi, di esprimere delle emozioni, di ricordare una persona scomparsa e dirle ufficialmente addio. Quando una persona sente di non avere più il controllo su come affrontare un lutto e sul modo in cui trascorrere gli ultimi momenti vicino a una persona cara, il dolore diventa ancora più grande”.

Anche in Iran, un altro paese duramente colpito dall’epidemia, gli ospedali e le agenzie funebri devono gestire un grande numero di salme. Le vittime sono già più di 1.400. Un responsabile del cimitero Behesht-e Zahra, a Teheran, riferisce che le autorità hanno assunto nuovi operai per scavare le fosse: “Lavoriamo giorno e notte. Non ho mai assistito a una situazione così triste. Non si fanno più funerali”.

Spesso per le vittime di Covid-19 si indica come causa della morte un infarto o un’infezione polmonare

Quasi tutti i cadaveri arrivano a bordo di camion e vengono sepolti senza il lavaggio rituale previsto dalla religione islamica, rivela il funzionario. Alcuni iraniani sospettano che tutta questa fretta derivi non tanto dalla volontà delle autorità di prevenire i contagi ma da quella di nascondere la reale portata dell’epidemia. Un operatore sanitario di Kashan, una città che dista tre ore di auto da Teheran, racconta che spesso per le vittime di Covid-19 si indica come causa della morte un infarto o un’infezione polmonare.

“Le autorità stanno mentendo sul numero delle vittime”, accusa l’operatore. “Negli ultimi giorni ho visto decine di cadaveri, ma ci hanno detto di non parlarne”. Anche due infermieri che lavorano negli ospedali iraniani sono convinti che il bilancio delle vittime sia superiore a quello ufficiale. Le autorità iraniane respingono le accuse.

In diversi paesi i funerali hanno favorito la diffusione del virus. In Corea del Sud, dove hanno perso la vita un centinaio di persone, il governo ha invitato le famiglie delle vittime a cremare i corpi prima di celebrare il funerale. Nel paese asiatico i riti funebri si svolgono solitamente negli ospedali e prevedono tre giorni di preghiere e banchetti. I primi casi registrati nel paese era legati in gran parte a una chiesa della città di Daegu e a un’ospedale nelle vicinanze. A febbraio alcuni esponenti della chiesa Shincheonji avevano partecipato al funerale del fratello del fondatore della congregazione all’interno di quell’ospedale.

Secondo Choi Min-ho, segretario generale dell’Associazione funeraria coreana, dopo lo scoppio dell’epidemia il numero dei partecipanti alle cerimonie si è ridotto del 90 per cento indipendentemente dalla causa di morte. “La cultura dei funerali è cambiata radicalmente”, spiega Choi. “Oggi un piccolo gruppo di persone si riunisce per scambiarsi le condoglianze e si disperde rapidamente. Non si mangia più insieme per paura del contagio”. Il denaro che tradizionalmente veniva inviato come forma di partecipazione al lutto, un tempo consegnato a mano in contanti, oggi viene mandato con un bonifico.

Fonti di contagio
Le autorità della città cinese di Wuhan, epicentro dell’epidemia dove è stato registrato il maggior numero di decessi nel paese, hanno subito identificato le cerimonie funebri come potenziale fonte di contagio. Alla fine di gennaio le autorità locali hanno ordinato che tutti i funerali delle vittime di Covid-19 fossero celebrati in una struttura del distretto di Hankou. Le cerimonie funebri, che in Cina sono eventi sociali piuttosto vivaci, sono state limitate, come tutte le altre forme di raduno. Le restrizioni sono ancora in vigore e le famiglie dei defunti non hanno nemmeno la possibilità di vedere i corpi dei loro cari.

In Cina le ceneri dei defunti sono tradizionalmente conservate nelle agenzie funebri prima di essere trasferite in un appezzamento di terreno appartenente alla famiglia, di solito durante ricorrenze come la festa del Qingming (o festa della pulizia delle tombe). Quest’anno l’evento, che era previsto per aprile, è stato cancellato.

In Spagna un funerale organizzato alla fine di febbraio nella città settentrionale di Vitoria ha generato un alto numero di contagi. Secondo i resoconti dei mezzi d’informazione locali, almeno sessanta partecipanti alla cerimonia sono risultati positivi al test. Oggi la Spagna è il secondo paese più colpito in Europa, dopo l’Italia.

In Irlanda è ancora permessa la partecipazione ai funerali purché non si superino le cento persone. Tuttavia la maggior parte delle famiglie ormai preferisce una cerimonia ridotta e privata, invitando i conoscenti a fare le condoglianze online attraverso siti come RIP.ie, dove vengono publicati i necrologi.

Le linee guida pubblicate dalle autorità irlandesi vietano i funerali con la bara aperta per le vittime del virus e si invitano le famiglie a evitare di baciare i defunti. Secondo gli esperti il rischio di contrarre il nuovo coronavirus da un cadavere è limitato, ma alcuni paesi stanno comunque adottando misure restrittive.

Israele non ha ancora registrato vittime del nuovo coronavirus, ma il ministero della salute ha ordinato che gli eventuali defunti siano avvolti in un doppio strato di plastica impermeabile. Il lavaggio rituale e i riti funebri saranno eseguiti da persone con indosso tute protettive, prima che il corpo venga nuovamente avvolto nella plastica per la sepoltura. Di solito i defunti di fede ebraica vengono avvolti in un sudario di tessuto.

Le linee guida irlandesi invitano gli operatori delle pompe funebri ad apporre mascherine protettive sul volto delle salme prima di trasportarle, nell’eventualità che “escano una minima quantità d’aria e goccioline dai polmoni”.

Scenari possibili
Nel Regno Unito, dove l’epidemia è ancora in fase embrionale, si diffondono i timori di un alto numero di vittime. Londra ha adottato tardivamente restrizioni simili a quelle degli altri paesi europei. Secondo gli esperti il numero complessivo delle vittime sarà nell’ordine delle centinaia, se non delle migliaia.

Un decreto d’emergenza per affrontare il virus, che al momento ha ucciso 103 persone, comprende una serie di misure che secondo il governo “ottimizzeranno il processo di gestione dei defunti”. I provvedimenti includono la possibilità per i direttori delle pompe funebri di registrare i decessi per conto dei familiari in auto-isolamento.

Deborah Smith, portavoce dell’Associazione nazionale dei direttori dei servizi funebri, è convinta che il decreto aiuterà i professionisti a “garantire la dignità del defunto e ad aiutare i familiari, anche se non sarà possibile organizzare il funerale desiderato”. Smith non vuole fare previsioni sul numero delle vittime ma ammette che “i direttori dei servizi funebri si stanno preparando a diversi scenari”.

pubblicità

Uno di questi scenari si è già realizzato a Wuhan.

Il mese scorso un dipendente di un’agenzia di pompe funebri del distretto di Hankou, che si è identificato solo come Huang, ha scritto un resoconto che ha rapidamente fatto il giro dei social network. Secondo Huang gli operatori funebri sono stati travolti dall’emergenza al pari dei medici, ma non hanno ricevuto la stessa attenzione. Huang riferiva che alcuni colleghi lavoravano senza sosta dall’inizio dell’epidemia. “Alcuni hanno smesso di bere acqua per non dover andare in bagno e togliersi l’attrezzatura protettiva”, scriveva.

A Bergamo si combatte una battaglia simile. “È come essere in guerra contro un nemico invisibile”, spiega Roberta Caprini, del Centro funerario bergamasco. “Lavoriamo senza sosta da due settimane, dormendo al massimo quattro ore a notte, quando possiamo. Come tutte le persone che vivono in quest’area, anche noi abbiamo perso qualcuno o conosciamo qualcuno che è malato e segregato in casa”.

La chiesa di Ognissanti di Bergamo è stata trasformata in una camera mortuaria. Le panche sono state rimosse per far posto ai corpi. Il 17 marzo Caprini ha contato almeno sessanta bare. La “vera tortura” per le famiglie, sottolinea, è non aver più visto i loro cari dopo che sono stati portati in ospedale. Il Centro funerario bergamasco ha predisposto dei collegamenti video per permettere alle famiglie di assistere alla benedizione dei defunti.

A volte, racconta Caprini, il carro funebre passa vicino alla casa dei familiari: “Almeno così possono affacciarsi e dire una preghiera”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è apparso sul sito della Reuters.

Fonte : Internazionale