Guido Morselli, lo scrittore che aveva previsto tutto

Nei giorni di chiusura totale, c’è un autore da riscoprire per capire l’inimmaginabile presente: Guido Morselli, con i suoi romanzi distopici di umanità compromessa, tra sesta estinzione e ideologie in crisi. Scritti oltre 50 anni fa

I molti giorni già passati di quarantena ci permettono di guardare le cose da una certa distanza. Sono così emerse alcune delle ragioni per le quali stiamo vivendo l’attuale epidemia del coronavirus, e perché così violentemente in alcune zone del Nord Italia. Sicuramente ci sono fattori antropici (la globale ed eccessiva interazione tra uomini e animali, spesso selvaggi, già spiegata da David Quammen in Spillover) ed ambientali (in particolare l’inquinamento atmosferico, forte nella Pianura padana) mentre altri ancora imputano la diffusione del virus in Italia alla mancanza del rispetto delle regole, ma nessuno ha la certezza di nulla, al momento. 

Andando a scorrere le infauste notizie di questi giorni, a tornare in mente è uno scrittore: Guido Morselli. E chi è, diranno alcuni di voi. È un autore leggendario, Morselli, dimenticato per decenni e più volte riesumato come caso unico nel Novecento italiano. Era tra l’altro il figlio di uno dei più importanti dirigenti della farmaceutica Carlo Erba, che all’inizio del Novecento fece la storia dell’industrialismo italiano. La famiglia Morselli fu poi una di quelle colpite dalla febbre spagnola: la madre morì nel 1924 per gli effetti di quell’epidemia del 1918. Studente svogliato, Morselli Jr. disattese le aspettative del padre, che lo voleva dirigente. Si dedicò alla scrittura, sia giornalistica che di finzione, anche grazie alla disponibilità economica della famiglia. Passò molta della sua vita nella oggi mitica Casina Rosa di Gavirate, suo eremo prediletto sul Lago di Varese. E, da autore, la stessa vita fu funestata da una serie inenarrabile di rifiuti editoriali, alcuni anche prestigiosi (come quello celebre di Italo Calvino). Un giorno d’estate del 1974 Guido decise l’indecidibile: si dette la morte con una pistola Browning, che lui stesso definì nei suoi diari “la ragazza dall’occhio nero”. Ma sono i libri di Morselli, tutti postumi e pubblicati quasi tutti da Adelphi edizioni, che ci raccontano il presente che stiamo vivendo.

Partiamo dal suo libro più conosciuto e di culto: Dissipatio H.G. Un romanzo che racconta della sparizione dell’umanità che noi viviamo oggi nelle strade, e che nel libro è un evento inaspettato per il protagonista. Il quale, abbandonata la città iperindustriale di Crisopoli (che i critici hanno individuato in Zurigo, ma che noi oggi potremmo paragonare alla cara e funestata Milano), ha deciso di salire in montagna per suicidarsi. E che alla fine scopre di essere lui l’unico sopravvissuto di un’umanità evaporata (l’H.G. del titolo sta infatti per humani generis). Chi rimane a fare da testimone di questa sua esperienza, che lo riporterà presto a ritornare in città alla ricerca di una risposta definitiva? Sono le macchine che girano a vuoto nelle industrie, e sono soprattutto gli animali indisturbati che lui incontra nel cammino (e che definisce un “evento traumatizzante”) mentre si interroga sul perché di questa silenziosa apocalisse, attraversando hotel e aeroporti inquietantemente vuoti. Al di là del forte sostrato filosofico del romanzo-confessione dell’ultimo uomo sulla terra, è una lettura ideale in tempi in cui va di moda la letteratura apocalittica, ma soprattutto in cui i delfini tornano al porto di Cagliari e le acque di Venezia divengono di nuovo chiare… Un romanzo visionario pieno di frasi sibilline come questa: “O genti, volevate lottare contro l’inquinamento? Semplice: bastava eliminare la razza inquinante”. 

Un altro gioiello morselliano oggi attuale è sicuramente quello che è stato definito un felicissimo romanzo di anticipazione teologica. Parliamo di Roma senza Papa. Qui Sorrentino dimostra di non aver inventato niente: è un libro ironico e scanzonato questo, narrato da Don Walter, un immaginario prete svizzero che visita un Vaticano ormai impazzito di fine Ventesimo secolo, in cui il Papa si auto-esilia in un complesso di motel a Zagarolo, e dove si confrontano e combattono differenti teologie – alcune più coerenti, altre palesemente bislacche – tutte accettate, e pronunciate da sacerdoti che masticano il romanesco così come l’inglese, mentre il celibato per i sacerdoti è stato abolito. Ispirato al fermento nato attorno al Concilio Vaticano II, pare proprio essere di fronte ad un disegno alla Young Pope anticipato di parecchi anni. Come in Sorrentino, oltre all’estrema qualità filosofica dei ragionamenti teologici, colpiscono soprattutto le descrizioni degli alti prelati, e ovviamente del Papa, Giovanni XXIV, un irlandese taciturno che “si compiace di tenere nei suoi giardini gabbie con cobra, serpenti a sonagli e rettili congeneri” che una volta abbandonata Roma manda in crisi la stessa città che vive della propria icona turistica: “Roma senza papa, è una rovina. Monsignore. Una femmina senza marito”. Le nostre città abbandonate a sé stesse e private del turismo non godono certo oggi di migliore fortuna. 

Questa pandemia sta cambiando la nostra narrazione storica recente, stravolgendo persino le logiche future della storia. Sul fronte distopico rimane anche il romanzo Contro-passato prossimo. Avete presente il romanzo La svastica sul sole di Philip Dick – recentemente adattato a serie tv con The Man in the High Castle – dove s’immagina l’America se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale? Ecco, in questo romanzo che è però anche un saggio letterario, scritto pochi anni dopo quello di Dick, l’autore si immagina di dover spiegare un’ucronia recente: durante la Prima guerra i grandi Stati imperiali dell’Europa invadono con successo l’Italia grazie all’operazione Edelweiss, che consiste nell’invasione strategia attraverso un tunnel costruito sulle Alpi e senza bisogno delle sanguinose trincee che abbiamo vissuto. Successivamente, attraverso la maniacale descrizione di “una galleria di feluche, galloni, spalline, decorazioni” ovvero di funzionari, burocratici, personaggi come Lenin, e scienziati divenuti personaggi storici come Max Planck e Albert Einstein, si instaurerà una sorta di Unione Europea Democratica a trazione germanica, in grado di evitare una Seconda guerra mondiale e anche la nascita di nefasti nazionalismi. Con uno sguardo ironico e un’attenzione maniacale al dettaglio verosimile, il romanzo-saggio di Morselli è una mirabile cavalcata storica per contrastare “il timore reverenziale con cui la Storia è trattata dall’Invenzione”, scriveva nei suoi Diari, criticando il Manzoni che in questi giorni di pestilenza spesso ahinoi citiamo. 

Il comunista è invece una lettura che ci si sentirebbe di suggerire in un momento in cui l’epidemia attuale pone in seria questione la sicurezza sul lavoro di tanti lavoratrici e lavoratori italiani – e chissà, influenzerà anche futuri posizionamenti politici. Il romanzo è il ritratto intimo di Walter Ferranini, dirigente del fiorente e tentacolare Partito comunista degli anni Sessanta, e si occupa proprio a Botteghe Oscure di sicurezza sul lavoro. Ferranini è un comunista vecchio stampo, che vive in modo austero nonostante che per ragioni di partito debba fare i conti con il vivere in una Roma caotica e viziosa, con quella che lui chiamerà la casta. La moralità tutta di un pezzo del protagonista, venuto dalla Kiev d’Italia – cioè Reggio – è corrotta da vari fattori, un’amante, una ex-moglie americana che inseguirà negli States fino ad ammalarsi, l’attrazione per le frange più estreme e alternative all’interno del Partito. Outsider prima e outsider alla fine del romanzo, attraverso la sua epopea stanca vediamo raffigurata la complessità di uno dei protagonisti della vecchia politica, il Pci, che conteneva in sé già in germi di quella nuova, tra attrazione autoritarie e corruzione che zampillano qua e là pure oggi che l’emergenza pare invisibile e pare comune.  

Come già anticipato, Morselli, fortemente intriso di pessimismo ma anche di visione, non scrisse solo romanzi. Un libro su tutti che li raccoglie è La felicità non è un lusso, pubblicato sempre da Adelphi. Ma ci sentiamo a chiusura di consigliare il non semplicissimo Diario, ricca summa di riflessioni varie, dal quale si potrebbe estrarre una definizione di vita che, seppur pessimista e quindi poca adatta a questi tempi, ci aiuterebbe ad affrontarli: “La vita è moto. Un moto, però, circolare… un moto talmente circoscritto che, in ultima analisi, assomiglia a un piétiner sur place, ovvero un battere i piedi sul posto. Ognuno chiuso nel proprio appartamento, si direbbe. 

Fonte : Wired