Se il coronavirus è davvero una guerra, possiamo fidarci dei nostri generali?

Priorità sballate, antiscientismo e isolazionismo hanno sottratto ogni autorevolezza ai leader mondiali, mettendoci più soli che mai di fronte all’epidemia: è tempo di raccogliere i cocci del populismo

Donald Trump che, dopo sei settimane di negazionismo, sbaglia più volte a leggere un semplice discorso di pochi minuti sul gobbo elettronico e annuncia fischi per fiaschi dallo Studio Ovale della Casa Bianca; Boris Johnson che, da Downing Street, prima mette in conto, “Molte famiglie perderanno i loro cari”, poi fa marcia indietro sulla folle strategia dell’immunità di gregge, suggerendo di “evitare contatti e raduni”, consigliando il lavoro da casa e ricordando di evitare tutti i viaggi non necessari. Ma tenendo comunque aperte le scuole; Emmanuel Macron, il profeta della quarta via a cui avevamo assegnato a scatola chiusa lo scettro del messia d’Europa, conferma le elezioni municipali transalpine, ma poco più che un minuto dopo blinda la Francia con 100mila poliziotti ai posti di blocco. Perfino la Germania che si adegua a “misure straordinarie”, sempre con una certa lentezza. Gli altri serrano le frontiere, bloccano attrezzature sanitarie acquistate dall’Italia o da altri paesi falcidiati dal coronavirus agli scali doganali nel tentativo di sequestrarle, si adeguano al modello italiano che pure è scattato per primo ma in ritardo, per mano di un avvocato civilista ritrovatosi in neanche due anni nella più grave crisi sanitaria dell’epoca recente.

Se c’è una guerra contro il coronavirus, ed evidentemente i numeri e l’intensità ci confermano che di questo si tratta – anche per l’incognita della durata che è un elemento chiave dei conflitti – chi sono i generali che la stanno guidando? E, soprattutto, ci fidiamo di loro? Fuori di metafora, come si chiede anche l’autore di bestseller israeliano Yuval Noah Harari su Time, non sarà che stiamo incassando, proprio nel momento peggiore, le conseguenze di una devastante mancanza di fiducia su diversi livelli e su vasta scala?

Si tratta dell’eredità più inquietante dell’ultimo quinquennio di turbopopulismo internazionale. Un breve ma profondo lasso di tempo in cui diversi fenomeni si sono incrociati, partorendo il quadro deprimente che ci troviamo di fronte. La prima conseguenza è la totale diffidenza non solo verso i vertici internazionali – che, come abbiamo visto in queste settimane di emergenza, danno d’altronde prove sempre più sconvolgenti di impreparazione – ma in generale verso gli esperti, gli scienziati, le autorità pubbliche. Tutto questo sotto la pressione martellante dei complottismi, dell’intossicazione del dibattito pubblico e soprattutto della definizione di agende di priorità nazionali e globali artefatte. Lo stato della sanità pubblica in molti paesi colpiti, per dirne una, ne restituisce una prova limpida: dal 2011 quella italiana ha perso per strada 37 miliardi di euro. Per non parlare del confronto con i paesi in via di sviluppo.

Il secondo fenomeno ruota intorno alle politiche isolazioniste degli Stati Uniti e di molti altri paesi, alla ricerca solitaria di nuove alleanze d’interessi. E dunque alla rinuncia, da parte degli Usa, al ruolo di guida internazionale nei quadranti più complicati del pianeta e nelle emergenze di questo tipo. Basti pensare alla risposta nei confronti di ebola, nel 2014, e al recente taglio del sostegno a organizzazioni come l’Organizzazione mondiale della sanità. A questi vuoti si stanno sostituendo altri equilibri e altre leadership, come quella russa in Medio Oriente e quella cinese, che tuttavia hanno un dna troppo diverso da quello occidentale per potersi imporre su scala globale senza mettere ulteriormente in crisi le liberaldemocrazie. Almeno per il momento.

Un fenomeno, quello dell’isolazionismo, che i suoi sostenitori oggi rivendicano, mettendo sotto accusa per la pandemia proprio la globalizzazione. Ma davvero? Le epidemie si diffondevano rapidamente anche nel Medioevo, e una protezione reale arriva anzitutto dalla condivisione di informazioni scientifiche affidabili e dalla solidarietà che travalica i confini egli stati. Che significa anche efficacia delle misure di quarantena uniformi su territori ben più vasti delle singole nazioni e sostegno ai paesi più colpiti, che devono essere tenuti dentro la rete internazionale di commerci e rifornimenti, specialmente se mancano di materie prime e industrie da riconvertire rapidamente alla nuova economia di guerra. Altro che tagliare i ponti: tagliando i ponti, l’abbiamo visto, si fanno i conti col dramma, per cui facciamo fatica pure a trovare 100 respiratori sui mercati internazionali.

Insomma, la crisi che viviamo non è esclusivamente sanitaria. È una crisi di fiducia: recuperando la metafora bellica, perché purtroppo non sembra siamo in grado di usarne altre, ci ritroviamo al vertice generali impreparati di cui non abbiamo stima. Perché pagano le loro irresponsabilità recenti e passate, i loro atteggiamenti antiscientifici, le loro politiche di respiro cortissimo, quasi quotidiano: solo una settimana fa – una settimana – Trump spiegava che il coronavirus “è solo un’influenza” e, pochi giorni prima e nel nostro piccolo, assistevamo a sconsiderati aperitivi sui navigli milanesi, oggi giustamente deserti.

Ma allargando lo sguardo le vedevamo già prima, le radici di quella sfiducia. In un puzzle di nazioni divise, in cui neanche l’Unione Europea riusciva a generare fiducia nei cittadini dei paesi membri. Da questa emergenza l’Ue potrebbe trovare, finalmente, una leadership fondata sulla cooperazione e la solidarietà. Eppure procede ancora a rilento: un sondaggio Dire-Tecné spiegava pochi giorni fa che secondo il 67% degli italiani – dal 47% di un anno e mezzo fa – fare parte dell’Unione Europea in questo momento è uno svantaggio per l’Italia. E soprattutto l’88% ritiene che Bruxelles non stia aiutando il nostro paese contro Covid-19.

Per sconfiggere la pandemia avremmo bisogno dell’esatto contrario: di una scala di valori e di fiducia che parta dai rapporti fra i paesi e arrivi fino alle persone, ai singoli cittadini, nel rispetto delle indicazioni minimali di vita quotidiana per questo periodo di quarantena. In assenza di leader ispiranti in grado di coordinare una risposta globale in virtù della loro autorevolezza, e senz’altro con un occhio alla Cina e alla disciplina dei vicini asiatici, dovremo arrangiarci da soli. Recuperando dentro la crisi tutto il tempo che abbiamo perso.

Fonte : Wired