La Rappresentante di Lista: “Nella musica italiana la parità di genere non è ancora la normalità”

È la band siciliana che, all’ultimo Sanremo, ha cantato con Rancore (e Dardust) la cover di Luce di Elisa. L’album Go Go Diva è un successo nel circuito più alternativo. In attesa di chiudere il tour, Veronica e Dario pensano al tempo e alla solitudine di cui avranno bisogno

(Foto: Manuela Di Pisa)

Per una band galleggiare nel mare magnum del pop alternativo è davvero difficile. Il rischio di uniformarsi a stilemi ormai indistruttibili è quasi quotidiano, annullare le proprie sfumature è una variabile molto frequente. Il gruppo siciliano La Rappresentante di Lista (RDL) ci fa capire, per fortuna, che non è sempre così. Sul finire del 2018, con l’uscita dell’album Go Go Diva (via Woodworm), Veronica  Lucchesi (voce) e Dario Mangiaracina (chitarra e tanti altri strumenti) hanno trovato un equilibrio tra vocalità, parole e suono-che-spesso-guarda-oltre-confine: il che li ha portati vicino a un pubblico sempre più ampio, senza concedere il fianco alle banalità e senza abdicare alla teatralità (che fa parte del background della band, in particolare di lei). Negli ultimi mesi, poi, hanno scoperto il palco di Sanremo come ospiti di Rancore nella serata delle cover e, ancora più recentemente, in attesa che riparta il tour dopo le sospensioni da coronavirus, Veronica è apparsa in televisione nel cast della seconda stagione della serie Il Cacciatore, interpretando il ruolo di Maria, una cantante punk nella Palermo del 1996. Ci siamo fatti raccontare la loro storia di costanza e forza mentale, e come andrà a finire. 

Partiamo dal Festival 2020: con Rancore e Dardust per la cover di Elisa, Luce (tramonti a nord est).

Dario: “Veronica ha ricevuto la telefonata di Tarek [Rancore, ndr] in cui si diceva colpito della sua modalità interpretativa e di volerla applicare alla rilettura del pezzo di Elisa. Ci abbiamo riflettuto su e ci siamo resi conto che Luce fa parte della nostra generazione e che molti coetanei ne sono legati”.

In che modo avete contribuito all’arrangiamento?

D: “Quando siamo arrivati, era praticamente fatto. Però, io ho aggiunto una chitarra. E poi, è stata questione di sinergie per trasformare una produzione musicale in uno show all’altezza dell’Ariston. Il bello di Sanremo sono anche i costumi, i movimenti scenici: tutto fa quadrato.

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Veronica, come sei riuscita a inserirti nel pezzo?

V: “In studio a Roma abbiamo fatto parecchi tentativi per cercare, prima di ogni cosa, di rimanere fedeli all’interpretazione originale di Elisa, nonostante l’evidente differenza tra la mia e la sua voce. Quindi, abbiamo dovuto scegliere: per esempio, in che modo mettere l’inflessione o meno su alcune parole. Infine, abbiamo trovato la quadra. Certo, l’energia del luogo e del testo che è stato riscritto da Tarek incide moltissimo sul ritornello”.

La vostra è stata la cover più “giovane”!

V: “Sì, lo stesso Tarek, all’inizio,  aveva preso in considerazione canzoni più datate e legate al cantautorato. Poi, invece, ha pensato bene di preferirne una della sua, e della nostra, generazione”.

Eravate già passati da Sanremo: lo scorso anno, per un evento di  Rai Radio 2. Che tipo di ritorno è stato?

D: “Un ritorno che ci ha fatto molto piacere. Abbiamo conosciuto un pezzo di musica italiana, visto all’opera le maestranze che fanno sì che tutto funzioni… Vogliamo ringraziarle ancora adesso per l’enorme lavoro in teatro”.

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E voi, con il teatro, avete un legame stretto, perché è da lì che arrivate. Come si coniuga questa passione con l’altra, la musica?

V: “Stanno in equilibrio, un equilibrio automatico, che viene da dentro. Il teatro è come una lingua che impari da piccolo ed esce fuori in alcuni contesti: ti salva, ti aiuta a esprimere un concetto che altrimenti non riusciresti, ti fa utilizzare in un certo modo il diaframma, la gestualità e il corpo. È anche cura del dettaglio, che applichi ad altre discipline, in una commistione speciale”.
D: “Per tanto tempo ci siamo arrabbiati quando nelle recensioni ci definivano il duo teatrale o la coppia di attori. Negli ultimi mesi abbiamo fatto pace con quelle definizioni e abbiamo deciso di valorizzare sempre di più questa nostra peculiarità”.

(Foto: Manuela Di Pisa)

Ecco, non c’è il rischio che il pubblico percepisca soprattutto questo di voi, la teatralità, la finzione…?

V: “E invece, magari, non la nota nessuno: la nostra resta una drammaturgia nascosta, perché è la musica a guidare tutto. È utile a noi avere quel tipo di struttura e di schema lì, che paradossalmente ci dà libertà”.
D: “La finzione in teatro serve per portare una verità”.

È vero o no che, a livello strumentale, sperimentate tanto?

D: “Per un musicista la ricerca degli strumenti può essere anche un gioco: ogni volta che ho davanti un nuovo synth, passo le ore a muovere le manopoline, a sperimentare e a esercitare l’immaginazione. Quando ti metti al clavicembalo, all’organo o al pianoforte, la tua mente e le tue mani suoneranno qualcosa di completamente diverso: il primo è tutto attacco e non ha sustain [la proprietà di uno strumento musicale di mantenere il suono nel tempo dopo essere stato suonato, ndr]; il secono è tutto sustain e non ha attacco; mentre il pianoforte miscela queste due caratteristiche”.

Veronica, la tua voce è cambiata in questi anni?

V: “Si è evoluta completamente e lo noto parecchio se riascolto il primo disco [Via di casa, ndr]. Non è stato un processo facile. Non avevo idea di che cosa volesse dire trovarsi di fronte a uno strumento musicale, perché la voce È uno strumento musicale, percussivo o ritmico, a seconda di come la si utilizzi, a seconda delle canzoni. Abbiamo anche provato a trasformarla con degli effetti. E adesso sto studiando lirica”.

Altri progetti?

D: “Un tour in cui approfondire ancora per un po’ l’ultimo disco, Go Go Diva, per poi salutarlo definitivamente e chiudere un cerchio. Abbiamo parecchie idee e tante parole in testa: mediterraneomeraviglia, matriarcato… tutte che iniziano con la lettera “m”. E poi, ci servirà del tempo, che sarà sicuramente meno di quello che ci vorremo prendere”.
V: “Non c’è nessuna fretta. Quando si vuole affondare le mani in un nuovo lavoro, serve tempo certo, ma pure spazio e solitudine, per poi rincontrarsi. Sono fasi che bisogna cercare di rispettare, se desideri arrivare a raccontare la tua piccola verità oppure il tuo piccolo dubbio”.

Nella musica italiana c’è stata una reale evoluzione inclusiva e culturale? A che punto siamo, in concreto, con la parità di genere?

V: “Con grave ritardo, ma qualcuno si sta ponendo il problema. È che sopravvive una forma mentis difficile da scardinare per cercare di rendere la parità di genere assoluta normalità. È terribile dover parlare ancora di quote rosa!”.
D: “L’anno scorso si è sollevata la questione del numero ridotto di artiste al concerto del Primo Maggio, come è accaduto all’ultimo Sanremo. Io aggiungo che la voce femminile, oggi, dovrebbe semplicemente raccontare le paure e l’amore di questo momento storico: avrebbe comunque una valenza politica”. 

Fonte : Wired