Come non leggere i libri avuti in prestito

16 marzo 2020 18:33

Gentile bibliopatologo,
necessitiamo di una sua consulenza. Si tratta della spinosa situazione del ricevere in prestito libri che non sono stati richiesti e che non si ha alcun interesse a leggere. Da più di un anno entrambe abbiamo diversi volumi, sequestrati in cima alla mensola dei libri da leggere, che puntualmente vengono scartati in quanto personae non gratae_. Quali sono le condizioni per liberare questi prigionieri? Riconsegnarli negletti e impolverati ai legittimi proprietari non pare un’opzione percorribile. Come faremo a confessare che no, non abbiamo neanche fatto un tentativo di leggere il tuo libro preferito, e che lo abbiamo sempre ignorato con pregiudizio? Tanto vale macchiarsi del peccato più grave, quello di coloro che non riconsegnano i libri ricevuti in prestito. Ma come convivere poi con il senso di colpa che ci assale ogni volta che si deve attingere dalla mensola o con l’angoscia provocata dalla temuta domanda se ci sia piaciuto il diabolico volumetto?_

-Anonime Collegiali

Care Anonime Collegiali,
potrei consigliarvi, banalmente, di far finta di aver letto il diabolico volumetto. Non è difficile, non richiede sforzi particolari e ci sono già due manuali che insegnano come farlo. Il primo, e più noto, è Comment parler des livres que l’on n’a pas lus (2007) di Pierre Bayard; il secondo, Who’s afraid of Jane Austen? How to really talk about books you haven’t read (2008) di Henry Hitchings, è nato in risposta al primo. Hitchings rimprovera a Bayard di affrontare la questione in modo troppo teorico, e preferisce seguire la via del pragmatismo anglosassone. I suoi consigli di non lettura vi porterebbero a vincere l’angoscia della tanto temuta domanda e a tacitare il senso di colpa (verso il prestatore; quanto al senso di colpa verso il libro e il suo autore, è tutta un’altra faccenda).

Oltretutto, l’espediente è eticamente inattaccabile e risponde a criteri di cortesia che in altri ambiti applichiamo senza remore: non appendiamo forse in fretta e furia quel poster orribile con il tramonto e i gabbiani cinque minuti prima che salga l’amico che ce l’ha regalato? E non indossiamo il maglione patchwork a rombi color senape, dono della zia o della suocera, per compiacerla al pranzo di Natale? E perché non dovremmo usare la gentile ipocrisia di fingere di aver letto un libro che non fa per noi, ma a cui un’altra persona sembra tener tanto? È una pia fraus, un’impostura mossa da buoni sentimenti.

Equilibrio della deterrenza
Ma un consiglio del genere implicherebbe l’accettazione delle vostre premesse – il senso di colpa, l’angoscia, la soggezione imbarazzata di chi si sa in difetto. E invece tenterò di convincervi che sono premesse sbagliate, usando un argomento teorico alla Bayard e un argomento pragmatico alla Hitchings.

Primo: chi vi presta a cuor leggero un libro vi sta in realtà chiedendo in prestito, anzi in dono (perché non si può dare indietro) qualcosa di molto più prezioso, il vostro tempo e la vostra attenzione. Se proprio qualcuno deve sentirsi in colpa e in difetto, è lui, non voi. Da questo ribaltamento concettuale, che porta con sé anche una redistribuzione dei rapporti di forza, discende il mio consiglio pratico: per ogni libro che vi prestano, prestatene un altro che siete certi che il destinatario non ha la minima intenzione di leggere.

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Quando entrambi, voi e l’amico, avrete in mano un ostaggio, si creerà un equilibrio basato sulla deterrenza, o una di quelle situazioni da teoria dei giochi come il famoso dilemma del prigioniero. Se l’amico sceglierà di leggere il libro (o fingere di averlo letto: non cambia), usate pure i trucchetti di Hitchings e sarete a posto. Ma qualcosa mi dice che di quei due libri, nei successivi decenni di amicizia, non si farà menzione. Fino alla tomba.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it

Fonte : Internazionale