Flashmob sì o no, l’Italia che condivide le sue ansie dal palcoscenico della finestra

Applausi per medici e infermieri, canzoni, fracasso, luci, chiacchiere a distanza: gli appuntamenti quotidiani sono ormai fissi. A molti non piacciono ma lo stress non può uscire solo dalle videochiamate in chat

(Foto: Christian Minelli/NurPhoto via Getty Images)

Da Rino Gaetano all’inno di Mameli passando per i propri talenti: chi suona il violino, chi spara le casse fuori dalla finestra, chi canta a cappella, chi fa un po’ di fracasso nelle città ammutolite con mestolo e coperchio. Chi coglie l’occasione per scambiare due chiacchiere, tirarsi un sorriso stanco. E ancora, i lunghi, lunghissimi applausi per chi è impegnato al fronte, in ospedale e nei laboratori, per curare i malati e contrastare la diffusione del coronavirus. Domenica ce ne sono stati addirittura due, di flashmob, anche uno serale, alle 21: tutti alle finestre con torce, candele e smartphone. Le iniziative nascono spesso a caso o in chiave locale o addirittura iperlocale, poi circolano in chat e sui social network, “scalano” e diventano nazionali. Oppure restano al quartiere.

Per la settimana appena iniziata c’è addirittura una specie di calendario, almeno a Roma: alle 12 di ogni giorno l’applauso ai medici, alle 18 Volare di Domenico Modugno. Martedì Tanto pe’ canta’ di Ettore Petrolini, portata al successo dall’interpretazione di Nino Manfredi. In altre città appuntamenti ricorrenti, come a Firenze la classica ogni domenica e giovedì, ciascuno strumentista suonerà per sé e gli altri. E così via, chissà quali altre idee ci verranno in mente su quei piccoli palcoscenici che abbiamo tutti, in casa. Non serve neanche un balcone o una terrazza: basta una finestra per partecipare alla più ampia rappresentazione collettiva che abbiamo mai vissuto in tempi recenti. Più delle manifestazioni, più dei raduni o dei concertoni. Ognuno recita la sua parte e non c’è copione ma solo un canovaccio. In quel canovaccio c’è scritto che l’enorme stress che stiamo accumulando in questo semi-isolamento da virus dovrà pure uscire da qualche parte. Non può affidarsi solo alle videochiamate, alle dirette streaming, ai post su Instagram, alle slavine di storie dal divano.

Sono momenti di solidarietà collettiva. Certo, la solidarietà si fa soprattutto seguendo le istruzioni sanitarie e donando agli enti in prima linea, ma anche la psiche vuol la sua parte. Stare in casa è un sacrificio più che fattibile ma non dobbiamo neanche cadere nel tranello opposto: non possiamo raccontarci che è “bello” in senso assoluto, non può esserlo quando non è una scelta. Semmai è una tollerabile situazione di cattività da cui dobbiamo trarre il massimo sia in chiave sociale, cioè contenere i contagi, che individuale, ciascuno secondo le sue sensibilità. Altrimenti rischiamo di autoingannarci e aggiungere allo stress delle vite ribaltate anche quello di una condizione che non stiamo davvero vivendo come ci sembra.

Eppure a molti non sembrano piacere troppo, quei flashmob. Sui social si leggono i distinguo puntuti, le noie, le critiche a un baraccone troppo trash, le prese in giro che dall’apprezzamento bonario sfociano in autentiche mancanze di rispetto. Il cinismo condito di sconforto è l’altro lato, comprensibile, di un paese bloccato a cui servirà ben più che una canzoncina dalla finestra per ripartire. Tutto prevedibile, nonostante l’emergenza.

D’altronde, e questo è fuori dubbio, ognuno ha il sacrosanto diritto di affrontare questa fase surreale nel modo che preferisce. I rompiscatole non ci servono a niente: ognuno faccia come e quel che vuole, nel rispetto delle regole straordinarie. Affacciandosi alla finestra o chiudendola a dovere.

Eppure una domanda rimane da farsela, davvero senza polemica: il violento frastuono quotidiano delle nostre città, volatilizzatosi da una settimana all’altra per lasciare spazio a poco altro che sirene spiegate e altoparlanti per sinistri avvisi pubblici, fino a ieri non ci dava il minimo fastidio. Adesso dieci minuti di applausi, canzoni e di sano baccano, certo così italiani ma così caldi e confortanti per molti che forse ci stanno ritrovando dentro anche un senso di comunità ucciso da anni di cattivismo, improvvisamente ci irritano?

Fonte : Wired