La distinzione tra morti “per” e “con” il coronavirus non ha senso

Questa ipotetica dicotomia tra le vittime della Covid-19, ricorrente persino nella comunicazione istituzionale, è discutibile scientificamente e irrealizzabile nella pratica

(illustrazione: Getty Images)

Ormai è diventato uno dei mantra più ricorrenti dell’emergenza sanitaria, almeno nella sua versione all’italiana: le persone decedute in questi giorni dopo essere risultate positive al coronavirus non sarebbero tutte morte per la Covid-19, ma più semplicemente con la malattia. Intendendo dire che, almeno idealmente, esisterebbe una marcata differenza tra le persone (in larga maggioranza) che hanno visto degenerare un quadro clinico già compromesso e quelle (poche) in cui il coronavirus ha determinato un exitus del tutto inaspettato.

Anche se in astratto questo concetto risulta piuttosto chiaro, credere di poter stabilire una netta distinzione tra i due casi – e dunque di poter avere una statistica chiara che conta i per e i con separatamente – è quantomeno illusorio. Tutti, esperti nostrani e non solo, sono d’accordo che l’infezione virale risulti fatale prevalentemente a persone anziane e con molte patologie pregresse, e che invece i decessi di persone molto giovani (diciamo under 50) e che erano in buona salute siano rari o addirittura eccezionali, nell’ordine dell’1% del totale. Ma da qui a poter dire che ci sono decessi di tipo 1 e decessi di tipo 2 ce ne passa.

Quadri clinici, surrealismi sanitari e cause di morte

Quando le funzioni vitali di una persona sono irreversibilmente interrotte, diciamo che quella persona è morta. Nella pratica, o il cuore smette di battere, o il sangue non raggiunge più il cervello, o negli alveoli polmonari gli scambi di ossigeno e anidride carbonica non avvengono più, oppure si verifica qualche altra condizione fatale. Di solito a determinare il decesso è un evento traumatico oppure una serie di concause che si sommano destabilizzando in modo irrimediabile le funzioni biologiche dell’organismo. In quest’ultimo caso è difficile, però, definire univocamente una causa del decesso: per convenzione si può stabilire di indicare l’ultima significativa concausa che si è aggiunta (in ordine cronologico, ossia la goccia che ha fatto traboccare il vaso), oppure di scegliere quella più rilevante in assoluto nella destabilizzazione del quadro clinico, o ancora di indicarle tutte quante.

Siamo però nell’ambito delle convenzioni: non c’è dubbio, infatti, che a portare all’exitus sia stata la sovrapposizione di un insieme di patologie, e solo un’analisi molto approfondita da parte degli specialisti potrebbe – semmai – arrivare a definire esattamente con precisione quale sia stata l’importanza relativa di ciascuna delle condizioni. Ma resta da chiedersi quanto poi l’esito di queste valutazioni faccia davvero la differenza.

Ritornando al coronavirus, non c’è dubbio che in molti casi abbia avuto un ruolo di complicatore o di aggravatore del quadro clinico preesistente. Ne è la prova il fatto che tantissime persone in pochissimi giorni siano passate dal vivere nella propria casa a essere ricoverate in ospedale o in terapia intensiva, e in una certa percentuale non siano nemmeno sopravvissute alla polmonite interstiziale e alla cascata infiammatoria provocata dalla Covid-19. Al che la distinzione tra morti per e morti con il coronavirus rischia di sembrare più un trucco retorico che una questione scientificamente rilevante. Non a caso l’Istituto superiore di sanità, nelle statistiche ufficiali, si è limitato a suddividere le persone non sopravvissute in fasce sulla base del numero di patologie pregresse.

Ma se anche una persona era ipertesa, affetta da cardiopatia ischemica, con il diabete e pure malata di tumore, ciò non significa che oggi sarebbe già morta se non avesse contratto la Covid-19. Che poi la si chiami acceleratore, spintarella aggiunta, si tratta di un lessico più o meno felice per dire sempre la stessa cosa. Ossia ribadire che nelle persone che godono di ottima salute la Covid-19 è in quasi tutti i casi un’infezione superabile, e allo stesso tempo riconoscere che nelle fatalità il coronavirus ha senz’altro giocato un ruolo non trascurabile nel determinare la fine di una vita umana.

La statistica che non arriva

Di fronte alla distinzione, proposta anche dalle istituzioni e dagli esperti stessi, tra morti per e morti con, è ovvio che poi da più parti si sia fatta sempre più pressante la richiesta di avere una quantificazione numerica di questa suddivisione in categorie. È però sempre più chiaro che queste fantomatiche percentuali, che ritornano quasi ogni giorno nelle domande dei giornalisti alla conferenza stampa delle 18:00, non ci sono e forse non ci saranno mai.

Al di là dei ritardi nella raccolta centralizzata delle cartelle cliniche, anche per quelle già esaminate di fatto non si è mai ottenuta alcuna risposta, se non il ribadire che la quasi totalità dei deceduti aveva altre patologie precedenti. A meno che non si decida per convenzione di dichiarare come morte per coronavirus solo le persone che prima di contrarre la Covid-19 erano in perfetta salute e giovani (allora sarebbe un numero piccolissimo, a oggi certamente inferiore al 3% e forse anche all’1%), in tutti gli altri casi la situazione è senz’altro più sfumata e non si presta a questa netta suddivisione.

Pure il confronto rispetto agli altri paesi non è particolarmente sensato. Se all’inizio l’Italia ha dimostrato grande dedizione nell’andare alla ricerca proattiva di pazienti positivi al coronavirus, e quindi potrebbero essere state conteggiate tra i casi ufficiali anche persone con sintomatologia lieve o assente, già da alcune settimane di fatto il tampone viene eseguito solo su donne e uomini evidentemente sintomatici. E allora se immaginiamo una persona (anziana e malconcia quanto vogliamo) che presenta forti e nuove difficoltà respiratorie e per questo viene tamponata, se poi l’esito del test è positivo diventa molto difficile sostenere che la Covid-19 sia irrilevante nel quadro clinico complessivo.

Fonte : Wired