Cosa può dire la scienza sul nuovo coronavirus in Italia

Dai dati epidemiologici al (poco sensato) confronto con l’influenza stagionale, e passando per aggiornamenti buoni e meno buoni, ecco quali sono le novità importanti dal punto di vista scientifico su ciò che sta accadendo nel nostro Paese. Lasciando da parte, per un momento, la cronaca

(immagine: Getty Images)

Negli ultimi giorni, da quando è stato ufficializzato il primo caso di Covid-19 su un paziente che si è infettato nel nostro Paese, gli sviluppi e gli aggiornamenti sul nuovo coronavirus si susseguono di ora in ora. Cronaca, provvedimenti per il contenimento del contagio e bollettini delle autorità fanno da padroni sulla scena mediatica, determinando anche un certo caos informativo: ma che cosa possiamo dire dal punto di vista scientifico su ciò che sta accadendo? Abbiamo raccolto qui alcuni appunti scientificamente rilevanti sulle novità di questo fine settimana, validi sia per la specificità della situazione italiana sia in senso più generale.

I dati epidemiologici sull’infezione da coronavirus

Secondo le informazioni più aggiornate a disposizione nel momento in cui scriviamo, basate su alcune decine di migliaia di persone contagiate, la grande maggioranza di infetti presenta un quadro clinico tutt’altro che preoccupante. In particolare, almeno l’80% dei contagiati (ma secondo altre stime si sfiora il 90%) presenta sintomi lievissimi, lievi o al più paragonabili a quelli della normale influenza. I casi ritenuti più gravi corrispondono al 10-15% del totale, e lo sviluppo di una polmonite virale tale da richiedere una ospedalizzazione o addirittura il ricovero in terapia intensiva riguarda circa il 4-5% dei casi.

Per quanto riguarda la letalità, un conto banale sui casi finora registrati farebbe stimare un 3%, ma in realtà tutti gli esperti sono concordi che si tratti di una decisa sovrastima. Includendo nel computo anche i casi lievi che non sono stati individuati, e tenendo conto di ciò che sta avvenendo al di fuori del mega-focolaio di Wuhan, la letalità è stimato che possa ridursi fino a rientrare in un range compreso tra lo 0,1% e lo 0,3%. Anche se non si tratta affatto di una regola assoluta, come dimostrano alcuni contro-esempi di cronaca, la maggior parte delle complicanze si manifesta in persone anziane, con patologie pregresse o forme di deficit immunitario.

Ma quindi è più o meno di un’influenza?

Il problema qui sta nella domanda stessa, troppo generica per poter ammettere una risposta semplice e univoca, almeno dal punto di vista scientifico. Dire che la Covid-19 dovuta al coronavirus Sars-Cov-2 è meglio o peggio, che è più o meno, o magari che è proprio come l’influenza stagionale crea soprattutto confusione, anche perché a seconda di quello che si vuole intendere può valere tanto una risposta quanto l’altra.

Che il numero di casi di influenza in Italia (e nel mondo) sia enormemente superiore a quello registrato per il coronavirus è un’ovvietà, e di conseguenza lo è pure che il numero di decessi sia superiore. L’anno scorso, solo per l’Italia, sono state contate circa 800 vittime da influenza. Viceversa, però, la letalità dell’influenza solitamente si attesta al di sotto dell’uno per mille, dunque inferiore a quella di Covid-19 anche secondo le stime più ottimiste.

Ma non è solo una questione numerica: al di là dei semplici maggiore-minore, dovremmo tenere conto che per Covid-19 non abbiamo a disposizione né una cura né un vaccino, e che dunque non si può immaginare di adottare strategie di prevenzione sanitaria analoghe a quelle ogni anno proposte per il contenimento influenzale, a partire dalle campagne di vaccinazione per anziani e soggetti esposti al contagio. Va ricordato, poi, che il coronavirus di Wuhan è un patogeno di cui sappiamo ancora relativamente poco, e perciò è molto difficile fare previsioni su come la situazione evolverà (una su tutte, l’influenza tende ad arrestare la propria diffusione con l’arrivo della stagione calda, mentre per il coronavirus lo si può al più ipotizzare per analogia, ma senza evidenze scientifiche solide).

Non va dimenticato, infine, che in una visione generale il più o meno non riguarda solo le questioni strettamente cliniche e sanitarie, ma anche quelle economiche e sociali, e in questo senso la reazione del nostro sistema Paese e delle nostre istituzioni davanti a Covid-19 (eccessiva o meno che la si giudichi) è certamente superiore a quella dell’influenza stagionale. Esattamente come per la Cina e per altri Paesi.

I tanti casi possono essere una buona notizia

La posizione dell’Italia come primo Stato europeo nella triste classifica dei contagi è certamente una notizia di per sé cattiva, ma che può sottintendere un senso positivo. Avere contezza della dimensione e della distribuzione geografica del contagio significa che il monitoraggio della situazione sta avvenendo. In fondo i molti casi emersi nelle ultime ore di fatto erano già presenti anche giovedì scorso (quando ancora la situazione era in un limbo di attesa), e semplicemente ora ne siamo consapevoli. Il numero molto maggiore di casi in Italia rispetto ai Paesi vicini può essere spiegato, in parte, anche con l’aver cercato di più e con maggiore zelo le persone potenzialmente contagiate, ed è plausibile che il conteggio dei contagiati continui a incrementarsi nelle prossime ore per effetto dei test (tampone faringeo) che vengono svolti su nuove persone entrate in contatto con i casi accertati.

Certo tutti auspichiamo che non si trovino altre persone infettate, ma monitorare con precisione numero e posizione dei casi è necessario per attivare misure di contenimento che possano avere una qualche efficacia.

Di tutti i numeri, quello che conta è lo zero

L’aspetto forse più preoccupante dell’attuale situazione italiana, ribadito a più riprese da medici e istituzioni (poco fa anche dal Commissario straordinario per l’emergenza coronavirus Angelo Borrelli), è che non sia ancora stato trovato il cosiddetto paziente zero, ossia la persona che avrebbe dato origine alla catena di contagio nel nostro Paese. Finora tutte le piste percorse dai sanitari si sono rivelate un nulla di fatto (i potenziali paziente zero sono risultati tutti negativi ai test), e questo brancolare nel buio significa che non è ancora possibile ricostruire dal principio il sistema del contact tracing. Ciò rende complicato stabilire, tra le altre cose, se il focolaio lombardo e quello veneto abbiano avuto origine da una stessa fonte di contagio, o se si tratti di due canali indipendenti.

In questo scenario di incertezza, ha poco senso discutere sui media delle ipotesi in campo sui possibili paziente zero, perché proprio come per i casi sospetti (e non confermati) di contagio si rischia di diffondere informazioni confondenti o che addirittura alimentano tensioni sociali.

Anche da noi, come ovunque, molti casi sono lievi

Concludiamo con una ovvia, ma doverosa, nota positiva. Come facilmente immaginabile, non tutti i casi registrati per l’Italia corrispondono a condizioni cliniche gravi o critiche. Secondo le ultime stime al 23 febbraio, quando i contagi hanno da poco raggiunto quota 150, oltre alle tre persone decedute ci sarebbero circa una ventina di pazienti ricoverati in terapia intensiva, e dunque la grande maggioranza presenterebbe un quadro clinico meno serio. Addirittura, a quanto riportano fonti giornalistiche, alcune persone contagiate sarebbero rimaste in isolamento domiciliare, visto che il quadro dei sintomi è così lieve da non richiedere alcun ricovero ospedaliero.

Fonte : Wired