Shaolin Soccer e la fenomenologia del guilty pleasure

Tra le tante leggi non scritte del cinema ce n’è una che resiste: fare un bel film sul calcio è praticamente impossibile. Sì, ci si può arrivare di straforo con Il maledetto United o Sognando Beckham, ma quando la macchina da presa entra in campo tutto diventa fangoso, come se si volesse spettacolarizzare qualcosa che già di per sé è gladiatorio. Eppure c’è un film perfetto sul calcio, un gioiello intramontabile, un concentrato di tecnica e allenamento filmico. Un prodotto di cui spesso ci si dimentica quando la tragica questione viene fuori. Oppure, di cui ci si vuole dimenticare.
Perché l’abbiamo adorato, e non riusciamo ad ammetterlo. Pubblico in visibilio, urla dagli spalti e gambe d’acciaio pronte a spazzare via ogni avversario: Shaolin Soccer è tutto ciò di cui si ha bisogno quando si cerca un guilty pleasure. Tutto, e per noi italiani pure un po’ di più. Riscopriamo assieme perché.

Goal da centrocampo

Tra quelli che adorano dare calci a un pallone ci sono due tipi di persone: chi ha sempre sognato di fare un goal da centrocampo e chi mente. Shaolin Soccer ci riesce, gonfiando la rete mentre noi restiamo a bocca spalancata. Ecco perché un qualsiasi ragazzino che si annoda gli scarpini infangati sente subito un luccichio davanti agli occhi. Quel film sta parlando della sua versione di calciatore supereroe, idealizzando un “potere” che almeno una volta nella vita abbiamo tutti sognato: il tiro più forte di tutti, quello che spinge il portiere tra i pali perché non riesce a trattenere la palla. Immaginate un bambino di undici anni che sta crescendo a Dragon Ball, Holly & Benji e supertizi assortiti. Si siede in sala e vede gente che vola con un pallone tra i piedi, tigri e dragoni pronti a esultare per un goal. Vuole essere come loro. Vuole palleggiare con un uovo senza romperlo. Magari, tornato a casa, ci proverà anche. Tanto le scarpe avevano bisogno di una pulita. Ma c’è una cosa che capisce, perché Shaolin Soccer taglia la sua dose con l’arma più importante di tutte: l’ironia.

Sport sopra le righe

Non c’è mai un singolo istante in cui Shaolin Soccer si renda credibile. Sopra le righe in ogni situazione, il film parla a quel senso di sogno consapevolmente inafferrabile insito in ogni calciatore. E lo fa esagerando, tra voli pindarici figurati e letterali, mentre bisogna allenarsi colpendo ripetutamente un muro di cemento con la palla. Il muro si rompe, la palla no. Cosa vogliamo di più? Già l’assunto di base fa capire tutto: mescolare kung-fu al calcio per creare la squadra dalla tecnica perfetta. Stephen Chow, folle e geniale regista-sceneggiatore, si cala nei panni del protagonista: tiro formidabile, precisione minima. E si spunta anche la casella dell’underdog dal potenziale infinito ma incapace di sfruttarlo. Assieme al grande allenatore caduto in rovina. Chow sbrana tutti i cliché del genere, falciandoli a più riprese e usando una comicità allucinata e allucinante per renderli credibili. Per ridargli vita. Per creare esattamente quel tipo di prodotto lì, quel mondo in cui sa come vincere: demenzialità con una punta di sentimento, follia assoluta spruzzata di amore.

Bisogna rimettere assieme la squadra

Shaolin Soccer vince anche grazie ai suoi personaggi. Perché a un certo punto del film si deve creare una squadra, fatta di maestri del kung-fu ormai caduti in disgrazia. Ognuno con una sua peculiarità, una tecnica marziale in grado di applicarsi, nel più matto dei parallelismi, a una dote calcistica precisa. Ecco che allora comincia la quest di ricerca, in un reclutamento alla Ocean’s Eleven che solletica le papille gustative dello spettatore.

Chi sarà il prossimo, quale apparentemente “sfigato” nasconderà un potere immenso? Chi ci farà sbellicare con il suo mix improbabile e, quindi, plausibilissimo? Tutto si mescola in questa follia ragionatissima, dove ogni parto della mente di Stephen Chow prende vita: come se avesse letteralmente masticato Holly & Benji e digerito Shaolin Soccer. Ma c’è un elemento senza il quale il film, almeno in Italia, non sarebbe potuto diventare un trattato sulla quintessenza del guilty pleasure: il doppiaggio.

Arbitri, rigori e filosofia zen

L’orrido sottotitolo italiano apre la porta a mondi altrimenti inarrivabili. Perché c’era soltanto un modo per rendere appetibile al grande pubblico nostrano un film come Shaolin Soccer. Una tecnica già sperimentata, con successo, dai Simpson: il doppiaggio regionale. Ogni personaggio ha una cadenza dialettale precisa e splendidamente stereotipata. Un’idiosincrasia perfetta per un film ambientato in Cina. Romanesco, napoletano, sardo, calabrese, toscano, tutti in bocca a chi di cognome fa Zhao o Chung. Una bestemmia per i puristi della lingua originale, ma che permette a Shaolin Soccer di entrare definitivamente nel cuore del pubblico italiano. Perché quei personaggi così lontani da noi, anche per il loro essere sopra le righe, diventano riconoscibili. Perché i dialoghi adattati vanno ad aggiungere ancora più follia, mandando la palla del guilty pleasure all’incrocio dei pali.
Però chi fa la rovesciata? Perché era tutto perfetto, mancava il gesto atletico da figurina Panini. Detto, fatto. A doppiare gran parte dei personaggi sono calciatori della Serie A: Damiano Tommasi, Sinisa Mihajlovic, Vincent Candela, Pippo Pancaro, Marco Delvecchio, Angelo Peruzzi, fino alla voce narrante di Carlo Vanzina.
Il quid in più, l’unico possibile per l’Olimpo del guilty pleasure. Voci implausibili, amatoriali, che sottolineano una volta per tutte quanto Shaolin Soccer sia costruito sulle solide basi della follia consapevole. Quella che spesso fa storcere il naso, ma che permette ai nostri calciatori di devolvere in beneficenza tutto il loro compenso.

Fonte : Everyeye