Portuali

Le vie della pace passano da Genova. Lunedì i lavoratori del porto hanno cercato d’impedire l’attracco della Bahri Yanbu, un cargo della compagnia statale di trasporti saudita. Ogni venti giorni sei navi della Bahri prendono armi e materiale bellico in Nordamerica e da lì, passando per diversi porti europei, arrivano in Medio Oriente, dove scaricano il materiale che poi raggiunge zone di guerra come lo Yemen, il confine tra Turchia e Siria, il Kashmir.

Una scia di mobilitazioni accompagna di solito le tappe europee delle navi della Bahri: Le Havre, Marsiglia e Cherbourg in Francia, Tilbury e Sheernes nel Regno Unito, Bremerhaven in Germania, Bilbao in Spagna e Anversa, in Belgio, dove recentemente alla Bahri Yanbu è stato impedito d’attraccare.

Nel maggio del 2019 la protesta dei camalli, come si chiamano i lavoratori del porto di Genova, insieme ai movimenti pacifisti, ai sindacati, al Calp, il Collettivo autonomo lavoratori portuali, e a organizzazioni come Weapon watch e Amnesty international, aveva impedito che sulla Bahri Yanbu fossero caricati due generatori elettrici destinati ad alimentare i droni usati per bombardare lo Yemen. È una battaglia difficile, per la presenza in Liguria di molti stabilimenti che producono armi, e in un paese, l’Italia, che nel 2018 ha esportato 2,5 miliardi di euro di armamenti.

“Non vogliamo sottrarre lavoro alla città. E non lo facciamo solo per ragioni etiche, ma anche di sicurezza, per noi e per tutti i genovesi”, hanno spiegato due portuali del Calp in un’intervista pubblicata in Italia dal giornale online Fivedabliu e negli Stati Uniti da Jacobin. “Però non possiamo sentirci tranquilli con la nostra coscienza quando carichiamo navi con materiale che viene usato nelle guerre in giro per il mondo. E così abbiamo detto basta. Ovviamente non ci battiamo solo contro il commercio di armamenti, ma anche per i diritti dei lavoratori, che devono essere partecipi, devono rendersi conto di quello che fanno”.

Fonte : Internazionale