Carcere e droga: il governo “copia” la destra e dimostra di non aver imparato nulla dalla storia

Dietro le sbarre anche i pusher che spacciano modica quantità. Fa discutere la nuova norma annunciata dalla ministra Lamorgese

Da qualche tempo, il Matteo Salvini un tempo favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere è diventato uno dei paladini italiani del proibizionismo. Tra citofonate, appelli mediatici e spam social di video e articoli, il leader della Lega ha fatto della lotta alla droga un pilastro della sua dialettica politica. Visto il grande consenso che il Capitano riscuote tra la popolazione, dal governo giallorosso devono avere pensato di seguire le sue orme quando nelle scorse ore la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha annunciato una nuova stretta sulle sostanze stupefacenti. “Misure cautelari in carcere per chi spaccia sostanze stupefacenti indipendentemente dalla quantità ceduta”, la linea che si vuole seguire.

L’approccio ricorda quello della legge Bossi-Fini, l’esempio per eccellenza del proibizionismo made in Italy. Essa non prevedeva alcuna distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti e un inasprimento delle pene per chi si macchiava di reati connessi alle sostanze stupefacenti. Negli anni, questa legge ha riempito le carceri di piccoli spacciatori e consumatori – i cosiddetti “pesci piccoli” – senza che chi sta dietro al commercio della droga in Italia, la criminalità organizzata, venisse minimamente toccato. Il proibizionismo si è rivelato dunque doppiamente problematico: ha pesato notevolmente sulle casse dello stato, visto il costo di ogni nuovo detenuto, mentre nel contempo non è stato in grado di assestare un colpo a chi il business lo tiene in piedi. “Il proibizionismo ha fallito”, ha dichiarato in una relazione la Direzione Nazionale Antimafia, suggerendo di fatto la strada della depenalizzazione, come avvenuto in altri paesi del mondo. In Portogallo, dopo che si è deciso di depenalizzare tutte le droghe, in un solo colpo sono diminuiti il consumo, le overdose e i casi di Hiv. La legalizzazione delle droghe leggere in altri paesi come il Colorado ha invece messo in difficoltà la criminalità organizzata che gestiva il traffico di stupefacenti, dal momento che la cannabis di stato si è impossessata di una fetta importante di mercato.

Eppure, in Italia si continua ad andare nella direzione opposta, disinteressandosi delle opinioni degli addetti al settore – medici, giuristi, procure e quant’altro. Una linea che non ci stupisce se seguita dal Salvini o dalla Meloni di turno, essendo quello della lotta alle droghe un tema populista e facilmente strumentalizzabile a fini propagandistici. È più facile far passare il messaggio che la droga è un tabù e va criminalizzata senza se e senza ma, ignorando i fallimenti passati di questa linea politica, piuttosto che riconoscere pubblicamente l’opportunità della depenalizzazione. E anche dal centrosinistra hanno scelto di seguire questa via narrativamente più facile, quella salviniana appunto, in quella che suona come l’ennesima operazione di una sinistra che fa la destra per allargare le maglie del suo elettorato.

Il problema è che come nelle altre crociate rubate alle destra su decoro urbano, sicurezza e simili, il fac simile funzionerà sempre meno dell’originale e l’elettorato continuerà a preferire quest’ultimo. Perché lasciarsi ammaliare dalla nuova inversione a U in salsa proibizionista del centrosinistra sul tema droghe, quando c’è chi già da tempo batte il chiodo sul tema e ne fa un proprio pilastro programmatico?
Riempire le carceri italiane di piccoli spacciatori di piazza non è il modo in cui si riuscirà a incidere sulla guerra alle droghe. A fine 2018, il 35,3% dei detenuti era in carcere per un reato connesso agli stupefacenti e di questi, circa il 70% erano cosiddetti “pesci piccoli”, con i detenuti per reati più macro in posizione nettamente minoritaria.

Continuare con le politiche repressive nei confronti delle ultime ruote del carro nazionale della droga funzionerà forse a livello di facciata, ma la storia ci insegna come non sia un’azione efficace. Tra una politica di contrasto alla droga più impopolare ma che funziona e una fallimentare ma maggiormente spendibile nei comizi di piazza, il governo giallorosso sembra aver scelto la seconda. E allora, anche su questo tema, viene da chiedersi dove sia la discontinuità col vecchio esecutivo.

Fonte : Wired