Colt 45, la recensione del film di Fabrice du Welz

Il ventenne Vincent, orfano di genitori, è nelle fila della polizia francese, dove viene considerato un vero e proprio talento dal comandante Christian Chavez, che lo ha preso sotto la sua ala protettiva. Dopo aver vinto i mondiali di tiro dinamico, il ragazzo è contattato da un corpo speciale segreto del governo francese che gli propone di entrare a far parte di una selezionata squadra di agenti impegnati in missioni top-secret per l’antiterrorismo. Vincent rifiuta l’offerta e torna ai suoi abituali incarichi, fino a quando incontra al poligono il misterioso Milo, un collega che eccelle anch’egli per mira e velocità di esecuzione.
Il giovane si fida del più esperto partner, ignaro che questi sia pronto a ricattarlo non appena scopre che Vincent ha progettato dei rivoluzionari, e letali, modelli di proiettili. Costretto a cedere alle richieste sempre più pressanti di Milo, che lo ha messo in una situazione scomoda, il protagonista scoprirà come la sua ingenuità stia per condurre a tragiche conseguenze che sconvolgeranno l’intera città.

Bersaglio mancato

Il regista belga Fabrice du Welz aveva sorpreso/scioccato il pubblico ai tempi del suo esordio con il brutale horror Calvaire (2004), salvo poi perdersi nel corso della carriera, mai più alle vette precedenti. Recentemente il cineasta ha realizzato il suo primo lavoro in lingua inglese, il discreto Message from the King (2016) disponibile in esclusiva nel catalogo di Netflix, mentre due anni prima aveva firmato proprio questo Colt 45. Un polar che guarda per influenze e ispirazioni a grandi classici del filone d’Oltralpe, con agenti corrotti e intrighi sempre più difficili da districare nel corso dei turbinosi eventi, ma che non riesce a eguagliare prototipi d’eccellenza per via di un’eccessiva linearità sia in fase narrativa che di messa in scena.
Sin da subito la fotografia fredda, su tonalità cupe e spente, ci trasporta in una storia nella quale tutti nascondono qualcosa. Il marciume morale è ben trasposto anche in fase estetica; lo stesso protagonista, pur vittima degli eventi, non può dirsi del tutto innocente e per via dei suoi sbagli ed errori altri innocenti pagheranno con la vita.

Action e poco altro

Tra frasi fatte improbabili e stereotipate (“si regna all’inferno, non si serve in paradiso” e “tutti hanno un prezzo“, tra le tante) e dinamiche relazionali poco plausibili atte esclusivamente a ricreare qualche slancio empatico, gli 80 minuti scarsi di visione trovano i momenti migliori in una manciata di sequenze action ad alta tensione. In particolare la resa dei conti finale permeata dalla giusta brutalità e una volta tanto non in linea con il politically correct più tipicamente hollywoodiano.
Il cast, tolti il sempre carismatico Gérard Lanvin e la bella Alice Taglioni in due ruoli secondari, non convince pienamente a cominciare proprio dai due personaggi principali, con il giovane Ymanol Perset anonimo nei panni di Vincent e il cantante rap JoeyStarr troppo gigione in quelli della diabolica nemesi.

Fonte : Everyeye