The Outsider è un’ottima miniserie sul dolore che fonde crime e paranormale

Tratta dal romanzo di Stephen King, la miniserie Hbo supera e sublima i generi per offrire allo spettatore una storia avvincente e che inchioda a temi universali come lutto e senso di colpa

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Che The Outsider avesse tutte le carte in regola per essere un prodotto eccellente della cosiddetta prestige television americana era presto detto. La miniserie Hbo che ha debuttato su Sky Atlantic e Now Tv dal 17 febbraio è innanzitutto tratta dall’omonimo recente romanzo di Stephen King, che il Maestro del brivido in prima persona ha definito come “uno dei migliori adattamenti dalle mie opere“. Poi c’è lo showrunner Richard Price che forte di un curriculum che vanta sceneggiature per The Wire, The Night of e The Deuce ha avuto qui l’arduo compito di trasporre una storia dalle mille sfumature. E ancora un cast di attori di gran talento: da Ben Mendelsohn alla rivelazione degli scorsi Oscar Cynthia Erivo, da Bill Camp (anche lui in The Night of) a Jason Bateman, che qui dirige anche i primi episodi.

Non sempre però ingredienti così di qualità danno un risultato all’altezza delle aspettative. Per fortuna invece The Outsider riesce a trovare un mix vincente, risultando un impasto ben omogeneo di storia avvincente, atmosfere sempre tese, intensità attoriale, pathos doloroso. La cosa interessante è che questa serie riesce, nel corso dei dieci episodi, a cambiare faccia in continuazione, giocando non solo sulle aspettative degli spettatori ma anche sui cliché degli stessi generi televisivi, che vengono fusi e sfumati in un impianto narrativo che, al di là di verosomiglianza o finzione, punta tutto sulla vibrazione di sentimenti forti e universali. Tutto parte da quella che potrebbe essere una premessa alla True Detective, il ritrovamento di un bimbo di 11 anni dilaniato in un bosco, ma il crime pian piano lascia spazio a qualcosa di più misterioso, intricato e indecifrabile.

Il protagonista Ralph Anderson (Mendelsohn), poliziotto provato da una lunga carriera e dalla perdita di un figlio anni prima, riesce già nei primi 10 minuti del primo episodio ad arrestare un indiziato, l’allenatore della squadra giovane di baseball Terry Maitland (Bateman): le prove contro di lui sono schiaccianti, soprattutto testimoni oculari e impronte, eppure altre prove ancora, come il video di un tv locale, lo mostrano a chilometri di distanza negli stessi momenti in cui avveniva l’efferato omicidio, dandogli un alibi di ferro. Quella che dunque sembrava un’indagine ordinaria diventa un mistero inestricabile: ad assistere nelle indagini viene chiamata Holly Gibney, un’investigatrice privata – nonché personaggio ricorrente in alcune storie di King, anche se qui viene resa di colore per poter ospitare un’attrice straordinaria come Erivo – che grazie ai suoi tic e alle sue ossessioni riesce a vedere connessioni e ad avere intuizioni che ad altri sfuggirebbero.

Proprio l’intervento di Gibney è fondamentale per svelare che qualcosa non quadra e che la semplice razionalità non può spiegare il caso che sta seguendo Ralph, ma anche altri che sembrano collegati. Pian piano emerge la consapevolezza che c’entri qualcosa di totalmente fuori dell’ordinario, magari connesso a una figura incappucciata che si intravede marginalmente in più scene. Ma The Outsider non scivola neanche mai neanche nel terreno del paranormale più puro: anzi, tutti i cliché dei generi vengono sublimati in una storia che parla di lutto, di perdita, di senso di colpa. Mendelsohn è magistrale nel modulare le espressioni minime ma potenti del suo dolore, quello della perdita del figlio adolescente trasferito nel caso del giovane ucciso; allo stesso modo anche Glory (Julianne Nicholson), la moglie di Maitland, è un’altra maschera di coraggio e dramma, soprattutto quando deve difendere sé stessa e le piccole figlie da pregiudizi e cattiverie altrui.

In un meccanismo tanto calibrato, stupisce un po’ che (come spesso succede in tante serie recenti) gli episodi centrali arranchino leggermente nel dilungare la storia, anche se certi elementi, come tutta la vicenda del riottoso collega di Ralph, Jack (Marc Menchaca), in qualche modo contagiato da una entità non ben precisata, contribuisce a tenere sempre viva la curiosità di cosa accadrà in seguito. L’impronta di King qui è evidente e fondamentale, soprattutto nello sforzo già presente nel romanzo di partenza di superare i generi e renderli quasi un pretesto per raccontare qualcosa di fin troppo reale, di drammi quotidiani a cui si vorrebbe dare una motivazione altra, fittizia e che invece ci inchiodano all’ordinarietà universale del dolore. Allo stesso modo The Outsider è una serie che non lascia scampo e inchioda lo spettatore.

Fonte : Wired