A un miglio da te, la recensione del film con Graham Rogers

Da Running – Il vincitore (1979) a Race – Il colore della vittoria (2016) i film sul mondo dell’atletica si portano sempre, insieme alla carica agonistica, un significato più profondo dietro le motivazioni che spingono il protagonista a mettere tutto se stesso nella corsa. A un miglio da te, adattamento del romanzo del 2002 Life at These Speeds di Jeremy Jackson, non fa naturalmente eccezione, rivolgendosi a un target composto prevalentemente da spettatori adolescenziali, più propensi a identificarsi con un personaggio loro coetaneo e a giustificare le dinamiche romantiche del film.
Ma la pellicola non è una classica commedia sentimentale, bensì una riflessione sul superamento del lutto e dei propri demoni personali che, fin dall’inizio, si tinge di tonalità più affini alla tragedia strappalacrime.

A un miglio da te

La storia ha come protagonista il giovane Kevin, considerato un vero e proprio talento della corsa, tanto da riuscire a primeggiare su tutti i suoi compagni. Un giorno il pullman sul quale gli altri studenti stavano viaggiando, inclusi la fidanzata di Kevin, Ellie, e il suo migliore amico, è vittima di un incidente e tutti i passeggeri perdono la vita sul colpo. Il ragazzo viene trasferito in un nuovo istituto ma per lui non è facile affrontare il trauma subito, con i ricordi di Ellie e della sua vita passata che lo tormentano ogni giorno.
Le capacità atletiche di Kevin vengono notate dal coach Jared, che punta su di lui per le imminenti competizioni regionali, mentre la bella Henny tenta di farlo uscire dal guscio in cui si è rinchiuso dopo essersene innamorata a prima vista. Ma la strada per la vittoria in ambito sportivo e per ritrovare una serenità relazionale sarà dura e irta di ostacoli.

Senza carattere

L’abnegazione e il sacrificio per ricominciare a vivere, con l’amore come elemento secondario ma infine fondamentale per uscire dall’inferno psicologico e riscoprire le cose belle della vita. A un miglio da te non nasconde sin dai primi istanti le proprie coordinate narrative, con tanto di prime parole pronunciate – corri, corri – a ergersi come diktat imperante dell’intero racconto. Ed effettivamente per gran parte del film si assiste esclusivamente alle rabbiose e catartiche corse del protagonista, intento a ripercorrere il proprio passato tra un chilometro e l’altro e a trasformare il dolore in una nuova speranza. Il regista Leif Tilden, che torna dietro la macchina da presa a sedici anni dall’esordio con Reunion (2001), insiste troppo sugli sforzi fisici di Kevin, che non esita a mettere la salute in secondo piano rispetto al suo obiettivo primario.
La monotonia di eventi e situazioni fa ben presto capolino, con il sottotesto adolescenziale-romantico in secondo piano nella nascente relazione con la bella Henny. Un altro rapporto chiave, più marcato in fase di minutaggio, è chiaramente quello con l’allenatore che cerca di far maturare il protagonista sia dal punto di vista della disciplina che caratterialmente.

La colonna sonora usa ballate country-folk e altre più smaccatamente pop per sottolineare i turbamenti emotivi e la messa in scena non offre troppe sorprese anche nei passaggi più intensi, con le riprese delle gare prive del necessario pathos per risultare effettivamente coinvolgenti.
Un peccato, perché il cast, a cominciare da Graham Rogers nel ruolo principale fino al coach di Billy Crudup e a camei d’eccellenza come quello di Tim Roth, si offre con discreta dedizione ai rispettivi alter-ego, finendo però in balia di una messa in scena troppo anonima e retorica per risultare verosimile.

Fonte : Everyeye