Niente da fare: all’estero Matteo Salvini non sfonda

Da Liverpool a Maiorca, e dall’Europa agli Stati Uniti, piccola storia delle trasferte oltreconfine di Matteo Salvini, il leader che vuole essere internazionale ma piace quasi solo agli italiani

A nove mesi di distanza dalla tornata elettorale che avrebbe dovuto decretarne il definitivo sdoganamento internazionale, la carriera politica di Matteo Salvini stenta a decollare oltre i confini della penisola. E se nei piani del segretario leghista la prematura fine del primo governo Conte rappresenta poco più che una battuta d’arresto temporanea, la sua caratura da leader europeo è un affare ancora tutto da definire.

“La gente di qui saprà spiegargli cosa pensa dei fascisti come lui”, ha tuonato nei giorni scorsi il sindaco di Liverpool Steve Rotheram, riferendosi a quella che in un primo momento era stata presentata come un mini tour di Salvini in terra albionica. A fargli eco era arrivato a stretto giro anche il collega londinese Sadiq Khan, che dai suoi account social aveva messo in guardia l’ex ministro dell’Interno italiano, descrivendo la capitale inglese come un “baluardo contro il populismo di estrema destra”.

Smentite a parte, l’opinione pubblica britannica non ha accolto di buon grado l’improvvisa intensificazione delle attività leghiste nel Regno Unito e le sezioni locali di Unite Against Fascism e Stand Up to Racism hanno organizzato due manifestazioni di protesta “in stile sardine” (28 febbraio e 3 marzo prossimi) per dire no a quello che viene definito, senza mezzi termini, un esponente di estrema destra.

Il senso di Matteo Salvini per l’Europa

I rapporti tra Matteo Salvini e l’Europa non sono mai stati particolarmente distesi, come testimonia la girandola di dichiarazioni che in queste ore lo vede contrapposto a Giancarlo Giorgetti nel tentativo di definire la posizione ufficiale della Lega sul tema.

In attesa di capire se il primo partito italiano abbia voglia di “cambiare l’Europa dall’interno” o di uscirne, per “fare come gli inglesi”, vale la pena sottolineare un punto: l’antipatia tra le parti è assolutamente reciproca. O almeno, lo è diventata a partire dal 2018, l’anno in cui le tensioni latenti sono sfociate nella lite tra Salvini e Jean Asselborn, ministro dell’Interno lussemburghese che lo accusò di utilizzare “metodi e toni dei fascisti degli anni Trenta”.

All’estate di quell’anno risale anche il primo screzio tra Matteo Salvini e la Spagna, con il Consiglio comunale di Maiorca compattamente schierato contro la proposta del ministro dell’Interno italiano di fare un censimento dei rom, al punto da dichiararlo “persona non grata” sull’isola. Ne seguiranno altri, rispettivamente contro la sindaca di Barcellona Ada Colau e contro il consiglio comunale di Valencia, in occasione del caso Aquarius.

Le contestazioni popolari

Ma se per il sovranista Matteo Salvini le difficoltà fuori casa sono un rischio calcolato, la situazione si complica quando le manifestazioni di dissenso diventano popolari. È il caso della visita ufficiale in Polonia del gennaio 2019, quando l’accusa di eccessiva vicinanza al presidente Vladimir Putin esplose a due passi dalla tomba del milite ignoto e dall’omologo Joachim Brudzinski. Di certo Salvini non avrà gradito nemmeno la presa di distanza dei gilets jaunes, che più o meno in contemporanea lo paragonarono a Benito Mussolini.

Il rapporto tra Salvini e la Francia continua a vivere ancora oggi di alti e bassi e se proprio da Parigi nel 2019 è arrivato il via libera di Marine LePen per la formazione di Identità e Democrazia, la formazione sovranista appena diventata quarta nella classifica dei gruppi nell’Europarlamento, il feeling con la gauche non è mai stato peggiore. Con tanto di boicottaggio in edicola.

A tutto questo va aggiunta l’ultima grande ondata di mobilitazioni anti-Salvini, quella generata dalle sardine. Lo scorso 3 dicembre il movimento battezzato in piazza Maggiore ha dato vita a flash mob nelle città di Parigi, Berlino, Londra, Bruxelles e New York, sfociando nella partecipata contestazione di Anversa.

Le ambizioni internazionali di Matteo Salvini non passeranno unicamente dalla sua popolarità, ma anche e soprattutto dalla capacità di intessere relazioni. Per questo nei prossimi giorni il leader leghista volerà negli Stati Uniti, consigliato dal neo responsabile degli Esteri Giancarlo Giorgetti, per smarcarsi dall’ombra russa e togliersi di dosso la patina di far-right che lo accompagna nella stampa internazionale: le contestazioni di piazza possono attendere, la priorità è diventata distinguersi da Fratelli d’Italia, che intanto scalpita con la doppia cifra nei sondaggi. Se consideriamo che Donald Trump è stato il primo a congratularsi con “Giuseppi” Conte dopo la spericolata manovra salviniana d’agosto, anche qui la strada, seppure migliore che altrove, appare in salita.

Fonte : Wired