Parasite ricorda il cinema italiano quando aveva il coraggio di essere cinico e veritiero

Anche noi, proprio come il film di Bong Joon-ho, abbiamo raccontato le disuguaglianze di classe con toni tra la denuncia e il grottesco. Ecco alcuni titoli verso cui il capolavoro coreano potrebbe essere debitore

Calzini appesi ad asciugare. Un seminterrato buio, fetido, in cui la luce filtra solo attraverso una grata, che tra l’altro dà su un vicoletto in cui si è soliti liberarsi dalla sbornia della serata. Il fetore in Parasite si sente, sembra di essere lì dentro con i protagonisti a cercare un improbabile tacca di wifi sul gabinetto o a ragionare su come si possa riuscire ad arrivare, più che a fine mese, a fine giornata. Non occorre essere cinefili scatenati, è qualcosa che lo spettatore medio italiano non può che avvertire molto familiare. Qualcosa che fa parte del nostro dna cinematografico da sempre e che abbiamo saputo insegnare al mondo: raccontare la miseria in tutta la sua dignità, ma anche quella voglia di riscatto intrisa di furbizia e scaltrezza.

Il regista sudcoreano Bong Joon-ho ha appena portato a casa quattro Oscar per aver fatto tesoro della grande lezione del neorealismo italiano, contestualizzando la sua storia (che, certo, nella seconda metà del film assume una piega totalmente diversa e decisamente coreana, tra esplosioni di violenza cieca e punte splatter/horror) nell’inedita Seul. Ma la famiglia che si muove in quel sottoscala, quei Ki-taek così poveri, sporchi, disoccupati, ci ricordano tanto e da vicino quei memorabili Brutti, sporchi e cattivi raccontati da Ettore Scola. Era il 1976, allora ai cineasti italiani stava a cuore raccontare – mai senza ironia, anche questa chiave vincente di Parasite – la realtà di chi per sopravvivere era costretto a ricorrere a qualsiasi mezzo ed escogitare stratagemmi. Lo abbiamo imparato da film come Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, ma pensiamo anche al cinema di Mario Monicelli intento a trasformare in risata dissacrante le miserie degli italiani, oppure ai film di Dino Risi come, su tutti, Una vita difficile, con tanto di schiaffo liberatorio di Sordi in pieno viso all’arrogante “cuménda” Gora. Senza contare i musicarelli, quelli che hanno contribuito a lanciare la carriera di Gianni Morandi – lo stesso che Bong Joon-ho cita apertamente, utilizzandone la canzone In ginocchio da te – spesso improntati su ingenui quanto leggeri confronti di classe tra ricchi e poveri, con la voglia di questi ultimi di riscattarsi per lo meno sul versante sentimentale.

La domanda sorge spontanea: perché i cineasti italiani hanno smesso di raccontare tutto questo? Perché nei nostri film le case risultano finte nelle loro mille stanze da miliardari anche quando si tratta di raccontare il ceto medio? Perché i personaggi sanno tutti di lacca e piega appena fatta? Perché i cineasti hanno messo da parte l’ironia e la voglia di raccontare gli ultimi o la sete di riscatto di un Paese in ginocchio oggi come ieri? Perché, in altre parole, i nostri film hanno smesso di essere più veri del vero? Mentre ragioniamo sulle risposte, la HBO ha acquistato i diritti di Parasite per farlo diventare una miniserie evento che non vediamo l’ora di guardare.

Fonte : Wired