Il caso Patrick Zaky ci ricorda che con il regime egiziano non esistono mezze misure

Lo studente dell’università di Bologna detenuto da cinque giorni in Egitto evidenzia tutte le contraddizioni dei nostri governi nei rapporti con l’Egitto: sui diritti umani non esistono compromessi

(Photo di Antonio Masiello/Getty Images)

La storia di Patrick Zaky, lo studente dell’università di Bologna arrestato in Egitto a causa del suo attivismo per i diritti civili, rappresenta uno dei rari casi in cui tutte le istituzioni coinvolte hanno fornito una reazione all’altezza delle aspettative. Ha fatto il suo dovere l’ateneo bolognese, innanzitutto, che in tempo zero ha approntato una task force in contatto diretto con il ministero dell’Università per chiedere la liberazione del suo “studente d’Europa”, come lo ha definito il prorettore Mirko Degli Esposti. E “bene ha fatto” anche la Farnesina – questa volta davvero – che ha attivato immediatamente il meccanismo di monitoraggio per consentire ai funzionari delle ambasciate europee di partecipare alle udienze del processo. Tutto fin qui ha funzionato alla perfezione, eppure questo non basta a espiare le colpe dei nostri governi.

Nel solo 2018 l’export militare italiano verso Il Cairo è salito a 69 milioni di euro, dieci volte quello del 2016, l’anno in cui il governo di Al-Sisi ha inaugurato la lunga serie di depistaggi seguiti all’uccisione di Giulio Regeni. Al totale, presto si aggiungerà anche la commessa di due fregate del valore complessivo di 1,5 miliardi di euro, navi vendute da Fincantieri e acquistate dalla Difesa egiziana anche grazie a prestiti concessi da Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia), secondo l’Egypt Defence Review.

Non solo l’Italia continua a vendere armi a un regime noto per le ripetute violazioni dei diritti umani e che da 4 anni intralcia le indagini sulla morte di un suo cittadino, dunque, ma ha persino aumentato il suo giro d’affari, verso quello che nel frattempo è diventato il paese che ostacola la soluzione della comunità internazionale nello scenario libico, schierato sul fronte opposto a quello italiano.

In tutto questo si inserisce il mondo accademico, che non ha mai veramente sospeso i rapporti con l’Egitto. E se è vero che molti programmi di scambio sono di pertinenza europea (come l’Erasmus+) e che i progetti transnazionali rappresentano una risorsa inestimabile per gli studenti che vivono dall’altra parte del Mediterraneo, è difficile immaginare come l’università italiana possa oggi assicurare l’incolumità dei suoi ricercatori inviati al Cairo. O quella degli studenti egiziani in Italia, visto il sospetto avanzato da Amnesty International che Patrick Zaky possa essere stato seguito a Bologna.

Per finire nel mirino del regime non è necessario essere inquadrati come dissidenti. I bersagli quotidiani del governo al-Sisi sono operatori umanitari, omosessuali e persone curiose di approfondire la realtà, come ci ha insegnato la storia di Giulio Regeni. I nostri atenei non hanno il diritto di indagare l’orientamento sessuale dei propri iscritti – per fortuna – e non dovrebbero avere la facoltà di affidarli nelle mani di chi in base a quel dettaglio li punirebbe con il carcere.

Per questo l’Italia deve oggi scegliere che paese vuole essere. Può e deve lottare fino alla fine per riportare a casa Patrick Zaky, suo figlio adottivo e cittadino del mondo, ma il tempo dei compromessi con Al-Sisi è ampiamente scaduto. Perché i diritti umani non sono una scala: ci sono oppure no. E armare un regime che utilizza la tortura sistematica come strumento di governo vuol dire semplicemente essere dalla parte sbagliata della storia.

Fonte : Wired