Cose da leggere su virus e contagi, per non trasformarli in psicosi

Oltre l’allarmismo da coronovirus, segnaliamo alcuni libri che parlano della presenza dei virus nella storia dell’umanità: un fatto molto più “normale” di quel che potremmo pensare

L’allarmismo e le precauzioni di questi giorni di fronte al cosiddetto coronavirus o 2019-nCov che sta allertando il mondo intero sono anche uno spunto per ragionare sul ruolo che virus, epidemie e pandemie hanno assunto nella storia umanai. In particolare, alcuni saggi servono a raccontare questa presenza così ingombrante, che ridefinisce non solo il nostro concetto di salute e sicurezza pubblica, ma soprattutto, relativizzandola, la nostra relazione con gli altri animali. Se la storia ha affrontato una quantità indescrivibile di pesti celeberrime (Ebola, Sars, etc.), oggi le pandemie ci dicono qualcosa sul nostro essere umani in un mondo che abbiamo profondamente modificato e portato quasi all’estinzione di massa la realtà viva che ci circonda.

Il primo libro che viene sicuramente in mente è l’avvincente e terribile Spillover di David Quammen, pubblicato in Italia da Adelphi. Bestseller sul tema, viaggia in compagnia di veri e propri cacciatori di virus alla scoperta di animali (gorilla, pipistrelli, ratti, uccelli, zanzare…) che potrebbero diffondere nuove pandemie come Ebola o Sars, tra il Congo, la Malesia. Partendo dallo studio dello spillover (ovvero il momento di traboccamento o di passaggio dall’animale a un’altra specie, tra i quali l’uomo) di Hendra – un virus che attaccò i cavalli australiani e poi l’uomo – l’autore ci porta piacevolmente alla scoperta di altri casi e aneddoti, settime piaghe e pesti in piccola scala, alcune veramente straordinarie e avvincenti. Il saggio di Quammen più che alimentare una paranoia informata sul possibile contagio da e verso ogni specie dichiara due cose apparentemente banali, ma illuminanti: primo, che nell’esperienza del contagio noi umani riscopriamo il nostro essere animali – ovvero anche l’essere possibili agenti patogeni, non solo venirne colpiti – secondo, che anche per colpa della nostra azione di devastazione ambientale (che non è certo cosa recente) favoriamo la diffusione di nuovi virus in maniera esponenziale.

I virus, i batteri killer e altri organismi ed elementi dentro e fuori di noi accompagnano così la nostra storia, e anche le nostre storie. Sembra quello che ci suggerisce anche un particolare libro, un saggio narrativo e storico ben scritto, uscito tempo fa, ad opera del saggista americano D. T. Max – noto da noi soprattutto per la sua bella biografia dedicata a David Foster Wallace. Il titolo enigmatico The Family That Couldn’t Sleep (Penguin) ci introduce in quello che è definito già nel sottotitolo un vero e proprio mistero medico da svelare: quello del prione, una proteina alterata dell’uomo e di tutti i mammiferi che provoca varie malattie tra le quali encefalopatia spongiforme bovina (la nota mucca pazza di qualche anno fa). Il libro parte dall’Italia, dalla Venezia del 1700, dove la storia di un’intera famiglia viene colpita per generazioni dagli effetti allucinanti dei prioni, con un’insonnia persistente e letale. A seguire, in modo investigativo ma anche da horror quasi alla Stephen King, Max spiega come la diffusione della proteina impazzata sia ancora una volta legata, come in Spillover, alle malversazioni umane: dall’abuso di cervelli umani mangiati in Papa Guinea, che provocò un’epidemia di riso incontrollato, all’ambizioso e pazzesco progetto del chimico Justus von Liebig, che rese il bestiame più in carne dandogli da mangiare resti di altre mucche.

Seguendo sempre una velata linea storico-antropologica, ma spingendola di più dal punto di vista più scientifico, un libro che tenta di eliminare moralismi o pregiudizi di sorta nella storia dei virus e del nostro rapporto con essi è anche quello recente del virologo Guido Silvestri, Il virus buono. Perché il nemico della salute può diventare il nostro miglior alleato, uscito a metà del 2019 per Rizzoli. Facile dire che i virus sono una cosa naturale (anche perché noi stessi conteniamo nel Dna i cosiddetti retrovirus) più difficile spiegarlo, come però fa Silvestri. “Quando veniamo sfidati, in che modo possiamo stabilire se la risposta più adeguata sia lottare oppure venire a patti con il nemico?”. L’autore del libro cerca infatti di parlare di convivenza piuttosto che di attacco di un nemico (il virus), “partendo dal rapporto talvolta armonioso e conviviale, talvolta bellicoso e terribile, che l’uomo intrattiene con i suoi nemici più subdoli e minacciosi” . La coesistenza pacifica è una delle parole chiave che usa fin dall’inizio, che può sembrare paradossale, ma certo utile a ridimensionare i casi – sappiamo ad esempio che i casi mortali sono solo una minima parte del contagio? – o meglio metterli in prospettiva tra l’uomo e gli altri patogeni.

Avere pregiudizi sulla storia delle epidemie è però certamente normale. Pensiamo ad esempio alla quantità di date storiche che ci vengono inculcate nella scuola dell’obbligo, e alle pagine dei libri di testo dedicate ad anni orribili in cui la popolazione umana è stata decimata. Uno di questi è stato, anche paradossalmente, il 1918, anno di chiusura della Prima guerra mondiale, ma anche anno in cui milioni di persone hanno perso la vita per via della febbre spagnola. Due libri recenti se ne sono occupati, partendo da quell’annus horribilis. L’uno, 1918: la grande epidemia. Quindici storie della febbre spagnola di Riccardo Chiaberge, fin dal sottotitolo chiaramente interessato a raccontare le vite di personaggi pop o illustri (Walt Disney, Apollinaire, Scheile, Roosvelt) che furono toccate (e alcune falcidiate) dall’esplosione della febbre. La spagnola – chiamata così per errore perché in realtà proveniente dagli Stati Uniti – diviene nel libro di Chiaberge un vettore di destini possibili da immaginare: come sarebbe stata diversa la storia contemporanea se alcuni dei suoi personaggi chiave, come i presenti e futuri presidenti degli Stati Uniti Wilson e Roosevelt, fossero periti in quella battaglia?

Se volessimo invece seguire una mappa più scientifica del mito della spagnola del 1918 un libro in parallelo a quello di Chiaberge è quello di Laura Spinney, L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio), che ha un titolo simile al precedente solo nell’edizione italiana, perché in inglese possedeva il più poetico (e sinceramente migliore) Il cavaliere pallido (forse un omaggio al già citato DFW?). La Spinney piuttosto che interrogarsi sui possibili dimostra come la spagnola abbia realmente influenzato il corso della storia, e non solo toccato celebrità come Weber, Kafka, etc., ma spingendo ad esempio l’India all’indipendenza, la Svizzera quasi ad una guerra civile… seguendo il diffondersi dell’epidemia in lungo e in largo per il globo, dal Brasile fino all’Ucraina, in quella che definisce una “biografia della febbre”, abilmente orchestrata tra virologia, storia ed economia.

Chiudiamo questo excursus sulla virologia come forma di racconto dell’umanità tra minaccia e condivisione, richiamando due titoli di autori “mito” che in passato sono stati attratti dall’esperienza della “peste”. Tralasciando i notori Tucidide, Boccaccio, Camus, Manzoni e compagnia cantante, ci permettiamo di segnalare due chicche: l’uno è sicuramente il distopico La peste scarlatta di Jack London (sempre Adelphi), scritto nel 1912 e che racconta di un mondo del 2013 dove la razza umana è estinta e la natura pare aver ripopolato la terra in modo selvaggio, e solo alcuni sopravvissuti si raccontano della terribile epidemia che in pochi giorni ha decimato l’uomo. La peste in London è lì però solo un pretesto per raccontare la violenza con la quale l’uomo civilizzato, l’uomo della polvere da sparo e della tecnologia, abbia, con la sopraffazione in realtà favorito la stessa epidemia.

L’altro titolo da ripescare è sicuramente La peste di Londra di Daniel Defoe, libro minore ma considerato rilevante anche ad esempio da Elio Vittorini. Scritto alla fine del 1700 e basato su fonti orali e scritte accurate, è il diario falso in prima persona di un sellaio che si aggira per la Londra del 1665 e ne raccoglie gli orrori in un anno. In tempi di autofiction e memoir contraffatti, sarebbe interessante veder misurare qualche nostro autore contemporaneo nel campo delle moderne epidemie al modo di Defoe, magari come Defoe stesso, da una certa distanza di sicurezza…

Fonte : Wired