La lunga storia dell’opposizione ai vaccini

Le ultime bufale su coronavirus e vaccini sono l’occasione per ricordare che l’opposizione alle vaccinazioni non è un fenomeno moderno. Anche per l’Italia studiare i casi del passato può aiutarci a dare un senso a quello che osserviamo

La cartella riservata ai moduli per rifiutare i vaccini fotografata a novembre 2019 nello studio di un pediatra a San Ramon, California (Usa) (foto: Smith Collection/Gado/Getty Images)

Alla fine del 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha celebrato un traguardo storico: sono passati 40 anni da quando il vaiolo è stato dichiarato eradicato dal pianeta. Questo successo è stato possibile grazie alle caratteristiche della malattia (che non ha un serbatoio animale), alla cooperazione internazionale, e ovviamente ai vaccini.

Nello stesso anno, l’Oms aveva anche inserito l’esitazione vaccinale tra i 10 maggiori rischi globali. E proprio in queste ore, nel fiume di notizie sulla la pandemia di coronavirus, sono arrivate puntuali le ipotesi si complotto, secondo cui il virus sarebbe stato creato in laboratorio allo scopo di costringerci a comprare vaccini. Accostare l’eradicazione del vaiolo all’ultimo esempio di disinformazione diffusa da chi si oppone alle vaccinazioni (fenomeno di cui in Italia sappiamo qualcosa) può sembrare desolante. Molti potrebbero chiedersi cosa sia successo, in quarant’anni, per raggiungere certi livelli di recessione intellettuale.

Un lavoro (anche) per gli storici

Ma, proprio come quando accusiamo i social o il web per le fake news, stiamo semplificando un tema complesso, dimenticandoci della storia. L’opposizione ai vaccini non nasce, infatti, con lo studio del 1998 (ritirato) del medico (radiato) Andrew Wakefield. Il truffatore che ha inventato il legame, inesistente, tra autismo e vaccini è probabilmente uno dei principali protagonisti dell’ultimo ventennio. Ma questo  è solo l’ultimo strato di una storia lunga almeno due secoli, da quando esistono le vaccinazioni propriamente dette (ma potremmo spingerci anche più lontano). Conoscerla è importante, perché, nonostante le differenze di epoca e contesto, è possibile riconoscere fenomeni ricorrenti, comprese psicosi e leggende metropolitane, del tutto simili a quelli che osserviamo ora.

Lo studio dell’opposizione ai vaccini da una prospettiva storica è ancora un campo in gran parte inesplorato. Per l’Italia è uscito nel 2018 una interessante monografia della rivista di storia contemporanea Venetica. Il volume Vaccini e paure – Salute pubblica e resistenze popolari curato da Elena Iorio e Cristina Munno contiene, oltre a una riflessione della giurista Marta Tomasi sul complicato rapporto tra giurisprudenza e vaccinile analisi di quattro casi studio sulla resistenza alla vaccinazione in Italia, e nel Veneto in particolare. Leggere i contributi di questi storici potrebbe essere un vaccino contro nostre granitiche certezze riguardo ai cosiddetti no-vax: proprio perché il fenomeno è preoccupante, dovremmo evitare di appiattirlo a un’ipotetica lotta scienza contro pseudoscienza.

La resistenza alla vaccinazione nell’800

Vaccini e paure comincia raccontando della lotta al vaiolo in Italia, e in particolare nel Veneto, nel ‘700 e nell’800. Edward Jenner descrisse il primo vaccino, derivato dal vaiolo bovino, nel 1798. Ma la malattia era già combattuta, anche in Italia, attraverso pratiche come la variolizzazione. Il principio era simile, ma in questo caso il vaiolo era quello umano (quindi il procedimento era più rischioso). Nel testo Cristina Munno ripercorre l’evoluzione delle pratiche antivaiolose in Veneto riconoscendo tre fasi. Nel 1700 c’è una fase sperimentale, che continua a provare strategie di variolizzazione fino all’introduzione del vaccino di Jenner. Poi, fino a metà ‘800 prenderà il via la vaccinazione di massa, su base volontaria. Gli sforzi si concentreranno nel tempo e nello spazio in risposta e epidemie, per esempio nell’esercito. La terza fase, dall’unità d’Italia vede l’introduzione dell’obbligo e la vaccinazione gratuita per tutti, con altissime coperture vaccinali.

In quei secoli la resistenza ai vaccini (e pratiche simili) è stata molto più stratificata di quanto non sia oggi. Allora era soprattutto il popolo ad avere paura, mentre i ricchi aristocratici erano molto aperti a quelle che (allora) erano novità. I medici stessi, malgrado lo scetticismo e la mancanza di informazioni (non c’era ancora la teoria dei germi), preferivano sperimentare. Oggi intorno all’esitazione vaccinale c’è invece un movimento molto eterogeneo culturalmente, socialmente e ideologicamente. Ma già allora succedevano episodi che risuonano con l’oggi, come un panico di massa avvenuto a Verona, nell’estate del 1807, dovuto alla morte di alcune persone dopo una campagna di vaccinazione. Come oggi, bastò la vicinanza tra i due eventi per stabilire intuitivamente un legame causa-effetto.

La fake news (e l’importanza del contesto)

Il contributo firmato da Alessandro Casellato parla invece degli effetti di una fake news, solo che siamo nel 1928. Qualcuno, si diceva, rapiva i bambini per estrarre loro il sangue e marchiarli con l’effige di Mussolini. Alcuni erano morti dopo un’iniezione, e si favoleggiava di terribili operazioni chirurgiche. Il risultato fu che per alcuni giorni, nei paesi delle campagne e della pedemontana veneta, le scuole rimasero vuote. La voce, a quanto sembra dalle cronache giornalistiche, sarebbe stata innescata da un fatto reale, cioè delle visite sanitarie nelle scuole del padovano. Anche se non riguarda esplicitamente una vaccinazione, questa falsa notizia è interessante perché mostra la reazione una pratica medica, qualunque sia stata, percepita come imposta. L’analisi di Casellato è molto approfondita, e soprattutto analizza l’evento nel suo contesto. Ci si dovrebbe infatti sempre chiedere perché un certo tipo di voce si diffonde, non solo se è falsa.

Siamo in pieno fascismo, cioè dittatura. Il Potere però non riesce a comunicare bene con le popolazioni rurali. E allora le mosse dall’alto sono interpretate attraverso la mentalità locale: “[l]a falsa notizia del 1928” attingeva – scrive Casellato – “probabilmente a un’antica diffidenza verso lo Stato, la scuola pubblica e il ‘mondo moderno’ che aveva radici nella cultura clerico-intransigente messa a dimora a fine Ottocento”, non indenne da influssi antigiudaici nutriti con storie relative all’“accusa del sangue”, a Trento e a Feltre (e quindi a leggende su bambini che sarebbero stati rapiti e dissanguati). Era poi da poco finita la Grande Guerra, con le sue giovani vittime: e già allora erano circolate voci su iniezioni letali.

Dalla malasanità alla leggenda

I casi di malasanità non sono fake news, ma possono generare leggende la cui eco è sentita anche a molti decenni di distanza, specialmente se manca la trasparenza. È il caso dei bambini di Gruaro, cioè 28 bambini uccisi nel ’33 da una partita di vaccino antidifterico risultata difettosa. Paolo Riccardo Oliva spiega nel suo contributo che tragedie come queste si sedimentano nella memoria, alimentando nelle popolazioni rancore e risentimento verso lo Stato, le autorità, e gli esperti. La vaccinazione venne ordinata dal prefetto. Non era obbligatoria, per cui medici, preti e insegnanti furono reclutati per convincere le famiglie a portare i bambini all’ambulatorio comunale. Dal 20 al 28 marzo furono vaccinati 254 bambini (1-9 anni). I sintomi cominciarono a manifestarsi poco dopo, i decessi si concentrarono tra aprile e maggio.

Quasi subito si sviluppò la convinzione che quanto accaduto fosse stato un esperimento con cavie umane inconsapevoli. L’esperimento avrebbe riguardato anche un’altra città, Cavarzere, dove però il vaccino sperimentale sarebbe stato meno forte, causando quindi meno vittime. Questa narrazione, però, non sembra avere basi. Il vaccino difettoso colpì diversi altri comuni, pur causando meno decessi. L’errore di preparazione venne riconosciuto da più parti.

Ma nei vent’anni successivi i medici faticarono a vaccinare nella zona. La popolazione non si fidava né del vaccino contro la difterite, né degli altri vaccini. La stessa popolazione a lungo non ha potuto condividere la memoria dell’esperienza, se non nelle storie famigliari. Anche dopo il fascismo, infatti, non c’è mai stata una commemorazione ufficiale. Solo di recente un libro e uno spettacolo teatrale hanno istituzionalizzato il ricordo. Osserva Oliva:

“Possiamo osservare tutte queste paure e distorsioni come il frutto dell’ignoranza e del pregiudizio che allignano tra le masse. Però questa vicenda, osservata da vicino, rivela che anche quando sono sbagliate, queste percezioni contengono un nucleo duro di verità. Che non è solo la verità soggettiva di coloro che – appunto – la credono vera, e quindi si comportano conseguentemente. Ma è anche una verità storica, che ha a che fare con l’esperienza – reiterata e interiorizzata – di essere stati oggetto di scelte altrui, che a volte sono state scelte pesantemente sbagliate, per le quali nessuno ha chiesto scusa o ha sostanzialmente pagato”.

L’antivaccisnismo mediatico

Con l’ultimo caso studio di Vaccini e paure ci avviciniamo all’oggi. Silvia Garofalo racconta la storia dei fratelli Tremante, che in Italia lanciò il moderno movimento di opposizione ai vaccini, pochi anni prima che, con il caso Wakefield, si globalizzasse. Due dei quattro figli di Giorgio Tremante, nati tra il 1966 e il 1976, sono morti dopo pochi anni dalla nascita. Un terzo è sopravvissuto ma con invalidità permanente. L’ipotesi più probabile è che il vaccino anti-polio abbia aggravato una malattia genetica non diagnosticata, e allora non se ne sapeva abbastanza per sconsigliarlo. È stato, come sottolinea Garofalo, uno dei particolarissimi casi in cui le condizioni possono rendere il vaccino controindicato. Il che non toglie nulla alla sicurezza dei vaccini in generale, che rimangono tra i farmaci più sicuri ed efficaci.

Negli anni Ottanta il padre, convinto che invece il vaccino avesse causato la malattia stessa, avrebbe cominciato una battaglia mediatica e legale che portò alla nascita della prima associazione no-vax, e con essa le raccolte firme, gli scioperi e le manifestazioni per veder riconosciuto il diritto a opporsi alle vaccinazioni. Era il 1990, e di lì a poco anche Tangentopoli avrebbe gettato benzina sul fuoco, con la rivelazione che il ministro De Lorenzo, proponendo l’obbligatorietà del vaccino antiepatite B, aveva anche ricevuto una tangente da una casa farmaceutica. Questo avrebbe permesso al neonato movimento di cominciare a ripetere il noto adagio: i vaccini esistono solo per fare un favore a Big Pharma.

Come commenta Elena Iorio nell’introduzione:

“Che alcune di queste obiezioni alle vaccinazioni siano state prodotte da cattiva informazione è piuttosto evidente, anche se […] non ne sono l’unica causa. Ma il modo in cui intervenire per rimediare al problema non è per nulla evidente […]. Studi come quello di Quattrociocchi, per esempio, dimostrano come […] lo ‘sbufalamento’, il cosiddetto debunking, non sembra essere efficace se non accompagnato da altri strumenti, anzi, talvolta è addirittura controproducente e rischia di far sì che le persone si arrocchino nelle loro convinzioni, per quanto sbagliate, perché si sentono aggredite e leggono la reazione come una conferma della giustezza delle loro idee”.

Fonte : Wired