Il Diritto di Opporsi, recensione del film con Michael B. Jordan

Bryan Stevenson è un giovane avvocato, intraprendente e brillante, uscito da Harvard con i voti migliori. Avrebbe tutto il potenziale di diventare una personalità di spicco, ricco e acclamato presso i più importanti studi di New York. Il suo colore della pelle però non è bianco, motivo per cui sente di avere una missione da compiere. Decide così, anziché cedere agli agi e al prestigio della East Coast, di trasferirsi in Alabama negli anni ’80, là dove chiunque è pronto a guardarlo con sospetto; decide di mettere in pericolo la sua stessa incolumità pur di difendere i condannati a morte di colore che sembrano non avere alcun diritto e nessuno dalla loro parte.
In Alabama infatti basta avere le pelle più scura, essere di origine afroamericana per risultare agli occhi dell’opinione pubblica e della legge una persona potenzialmente pericolosa. Basta uno sguardo fuori posto, un starnuto nel momento sbagliato per essere accusato dei crimini peggiori.

Ogni Braccio della Morte dello Stato è pieno di uomini di colore, non tutti colpevoli come potrebbe sembrare, questo però interessa poco i media, i giudici, i cittadini americani. Ciò che davvero importa è avere un mostro da sbattere in prima pagina, credere e far credere a chiunque che la giustizia prevalga sempre, in ogni occasione, anche quando un particolare caso di cronaca appare come irrisolvibile. È il sogno americano che marcia accanto al progresso e alla prosperità, solo al contrario, distorto e corrotto. È l’incubo che Bryan Stevenson vuole contrastare con forza e Il Diritto di Opporsi racconta proprio la sua storia.

Il valore della verità

Con lui c’è l’avvocatessa locale Eva Ansley, ma soprattutto c’è Walter McMillian, condannato a morte per l’omicidio di una ragazza di 18 anni. Il suo caso, uno dei primi affrontati da Stevenson e sicuramente il più emblematico, sembra di facile risoluzione, a più livelli però la società del tempo in Alabama è cieca e ingiusta, come ci si accorgerà presto nel corso della visione. Contro di lui pochissimi elementi, anzi uno soltanto: l’accusa di un altro prigioniero bianco a cui i federali potrebbero aver promesso mari e monti, in cambio di un colpevole credibile per l’omicidio di una ragazza innocente – che l’opinione pubblica non vedere l’ora di avere in pugno. Ha inizio così una battaglia contro i mulini a vento, un’appassionata ricerca di giustizia in grado di tenere il pubblico inchiodato alla poltrona per 130 minuti. Pur non avendo un carattere forte, o una regia particolarmente originale, Il Diritto di Opporsi (negli USA chiamato più semplicemente Just Mercy) sa esattamente dove vuole arrivare con la sua narrazione, cosa raccontare al suo pubblico, e lo fa nel modo più lineare e diretto possibile.

Tecnicamente ci troviamo di fronte a un legal drama come ne esistono tanti altri nella storia recente, la nuova fatica di Destin Daniel Cretton ha almeno due valori aggiunti su cui contare. Innanzitutto una storia incredibile, rigorosamente vera, che ci catapulta in un incubo a occhi aperti; in secondo luogo un cast di attori eccezionali che prende i punti chiave della vicenda, li spruzza di profonda empatia e li riconsegna al pubblico su grande schermo, amplificando emozioni e sensazioni.

La passione del giovane Bryan Stevenson è palpabile, non getta mai nello sconforto, al contrario fa venir voglia di combattere anche fra le sedie del cinema; persino l’empatia con il personaggio di McMillian è quasi immediata, del resto le prove della sua innocenza risultano insindacabili dopo poco tempo dalla sua entrata in scena. Elementi che rendono la grande corsa a ostacoli de Il Diritto di Opporsi pregna di significato e attualità.

Il diritto di opporsi

Più che ricercare la verità, i personaggi del film lottano senza sosta per dare un valore e un senso alla verità stessa, che nelle aule di tribunale dell’epoca sembra talvolta un optional, qualcosa di scarsa importanza – cosa che oggi ci farebbe spalancare la bocca, portare le mani fra i capelli. A dare un perfetto respiro ai vari protagonisti troviamo un Michael B. Jordan perfettamente in parte, attento a tinteggiare con orgoglio e profondo onore un giovane Bryan Stevenson battagliero e fiero, senza paura. Panni sensibilmente differenti da quelli che ci eravamo abituati a vedere in Creed o in Black Panther della Marvel: qui Jordan appare più maturo rispetto al passato, porta a termine ogni scena con grande cuore e contribuisce a dare un senso di “iperrealtà” alla vicenda. A dargli una mano, seppur con un minutaggio ridotto, un’altra eroina del MCU, Brie Larson, che qui torna ad atmosfere più vicine a quelle di Room dal punto di vista della recitazione, chiaramente più drammatica rispetto a un qualsiasi cinecomic. Nota d’onore anche per un ottimo Jamie Foxx, un condannato a morte statuario, tutto fuorché patetico o retorico.

Il suo personaggio affronta svariati stati d’animo, dai più disperati ai più spensierati, mantenendo sempre una grande integrità morale e un pizzico di ambiguità che nel contesto del lungometraggio non guasta affatto (“Tutti ti ripetono così tante volte che sei colpevole che alla fine finisci per crederci, senza sapere più chi sei” parafrasiamo da un intenso monologo di McMillian).
Come non citare poi Tim Blake Nelson, visto di recente nell’ironico ruolo di Buster Scruggs al servizio dei fratelli Coen: il suo volto sfigurato, appartenente al criminale Ralph Myers, incarna molte delle anomalie dell’America (anni ’80 come odierna), il furbetto che in un modo o nell’altro la fa franca, ha credito e può spadroneggiare senza timore. Interpretazione eccezionale la sua, anche se più breve in termini di minutaggio rispetto ai colleghi (purtroppo).

Fonte : Everyeye