I temi caldi della “fase due” del governo Conte

Archiviati i risultati delle urne, finisce anche la tregua nel governo. Partito democratico e Movimento 5 stelle tornano a litigare, ma i rapporti di forza si sono invertiti: e i dossier sul tavolo ne risentiranno

(foto: Antonio Masiello/Getty Images)

L’atteso momento delle conseguenze sulla politica nazionale è infine arrivato, ma non somiglia a nessuno degli scenari immaginati alla vigilia. Archiviato il doppio appuntamento elettorale in Calabria ed Emilia-Romagna, i leader dei principali schieramenti dovranno ora fare i conti con la fotografia uscita dalle urne regionali: un’immagine del paese polarizzata ed estremamente parziale, ma che restituisce in ogni caso vinti e vincitori.

La delicata operazione di riequilibrio delle forze in campo interessa soprattutto la maggioranza, da tempo divisa su alcuni temi centrali nell’agenda di governo e reduce da una tregua elettorale ormai agli sgoccioli. Il segretario del Partito democratico Nicola Zingaretti ha provato a sintetizzare il momento nella formula fase due” – un’idea che però non entusiasma il Movimento 5 stelle, sull’attenti per un possibile rimpasto di governo.

Cosa succede ora nel governo?

Nei piani del segretario Pd c’è l’accelerazione della crisi interna al M5s, alle prese con la travagliata organizzazione dei suoi stati generali, la prossima assemblea di partito, che al momento non ha una data (doveva essere 15 marzo, ma è già stata cassata).

In palio c’è ben più che il nome del successore di Vito Crimi, leader pro tempore, ma l’anima stessa del movimento fondato da Beppe Grillo, che nell’assise deciderà se restare sulla linea intransigente di Di Maio e Di Battista o entrare definitivamente nell’alveo dell’area riformista, come proposto in questi giorni dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, esponente molto vicino al presidente della Camera Roberto Fico.

Da parte sua, Zingaretti tifa nemmeno troppo velatamente per un patto per le Regionali di primavera, ma intanto prova a far valere l’ottimo risultato ottenuto in Emilia-Romagna, con il sogno inconfessabile di un ritorno al bipolarismo. “È giusto che oggi si usi questo risultato per modificare l’asse politico del governo su molte questioni” ha dichiarato il vice-segretario del Pd Andrea Orlando ai microfoni di Circo Massimo.

Il riferimento è ai dossier caldi sul tavolo della maggioranza, prima tra tutti la riforma del processo penale che vede in prima linea il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, figura profondamente identitaria per il Movimento 5 stelle e tra i pochi superstiti del governo gialloverde. In questo senso, la “fase due” auspicata da Zingaretti suona come l’estremo tentativo di prendere le distanze dalla precedente esperienza governativa.

I temi che dividono la maggioranza

Nei primi cinque mesi di governo, i rapporti tra Partito democratico e Movimento 5 stelle non sono sempre stati idilliaci, ma i temi in grado di pregiudicare la tenuta della maggioranza sono oggi principalmente tre.

Il primo e più divisivo è quello della riforma della prescrizione, storico cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle. La norma, che prevede lo stop dopo il primo grado di giudizio – ma che in futuro potrebbe valere solo per i condannati, come conseguenza del cosiddetto lodo Conte – rischia di essere disinnescata dalla proposta di legge del forzista Enrico Costa, attualmente al vaglio del parlamento e sposata in toto da Italia Viva.

Il Partito democratico si oppone alla linea Bonafede ma prende tempo. Il voto decisivo ha rimandato il testo in Commissione e sull’esito finale pesa il ritorno in aula della norma, fissato per il 24 febbraio. In ballo c’è sempre il lodo Annibaliemendamento di Italia Viva al decreto cosiddetto Milleproroghe, che rimanderebbe al 2021 l’entrata in vigore della riforma.

Il secondo oggetto del contendere è rappresentato dalla possibile revoca della concessione ad Autostrade per l’Italia, che vede ancora una volta su fronti opposti Movimento 5 stelle e Italia Viva. Secondo Matteo Renzi è su questo tema che “si giocherà l’egemonia culturale” del governo Conte bis; una presa di posizione netta, che però non sembra aver convinto particolarmente il Partito democratico, diviso sul da farsi e non intenzionato a rompere l’alleanza su questo punto.

A salvare le apparenze potrebbe giungere questa volta la ragion di stato, con il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri preoccupato per le ripercussioni di una simile decisione sulla finanza pubblica e dallo spettro di una lunga battaglia giuridica. Una posizione che non è necessariamente quella maggioritaria nel partito, ma che viene comunque percepita come la più autorevole, al punto da rassicurare gli investitori.

L’ultimo nodo interno alla maggioranza è quello legato ai decreti sicurezza. A spingere sul tema, in queste ore, è soprattutto il capogruppo Pd alla Camera Graziano Del Rio, che non chiede agli alleati “abiure o pentimenti”, ma una “riflessione profonda”. Le basi da cui partire sono i rilievi formulati dal presidente della Repubblica al momento della firma, un progetto di modifica radicale – e non di abrogazione, dunque – che sarebbe già pronto sulla scrivania di Luciana Lamorgese.

Appena cinque mesi fa il Movimento 5 stelle aveva escluso categoricamente la possibilità di rivedere i provvedimenti-simbolo dell’era Salvini, ma il tonfo emiliano-romagnolo ha trasformato quella convinzione in un sacrificio necessario. La base da cui far partire le trattative per la “fase due” del governo Conte bis.

Fonte : Wired