5 cose che il Pd deve fare subito

Il Movimento 5 stelle è in crisi nera, la vittoria in Emilia-Romagna dà l’occasione ai dem per dare un’anima al Conte Bis: dai decreti sicurezza allo ius culturae, cosa serve per provare a rialzarsi dopo lo scontro con Salvini

(foto: Adriana Sapone/LaPresse)

La crisi del Movimento 5 stelle appare ogni giorno più profonda. Se lo è chiesto anche il ministro dello Sport Vincenzo Spadafora in tv: “riusciamo a mettere in campo una serie di cose per dire che siamo ancora vivi?”. Gli Stati generali in programma per metà marzo starebbero per slittare ancora, anche perché non si capisce di cosa si debba parlare e come ci si debba organizzare. Il confronto fra i portatori sani di “terza via” e i governisti sta diventando surreale, visto che il Movimento al governo già ci sta, non si capisce quale terza via voglia imboccare. E ci sta col Partito democratico, rinfrancato dal voto in Emilia-Romagna, in realtà salvato da sardine e grillini pentiti, ma anch’esso impegnato in un prossimo congresso, ancora da fissare, quello dell’“apertura”, della rifondazione, della società civile e dei non iscritti. Il rischio, insomma, è uno: che il governo Conte Bis rimanga vuoto di provvedimenti, ancor più di prima senza una missione, abbandonato da soci di maggioranza impegnati a ritrovare un’anima, il proprio dna, o almeno qualcosa da dire dopo la dispendiosa campagna contro la Lega e contro Salvini, che ha guidato ogni strategia. E che riprenderà a breve.

Questo è insomma il momento di fare cascina, di portare a casa qualcosa per il proprio elettorato, per chi vorrebbe ma non se la sente, per andare a riprendersi chi gira senza bussola. In fondo per il Partito democratico non sarebbe così difficile individuare alcuni punti intorno ai quali, prima della nuova apnea da legge di bilancio dell’autunno e delle prossime battaglie elettorali per le elezioni regionali, far girare una nuova fase dell’esecutivo. Anche considerando come sono evidentemente cambiati i rapporti di forza e che la latitanza del Movimento 5 stelle lascia spazio a manovre più ambiziose. Servono provvedimenti, o almeno proposte, che da un lato portino avanti il modello Emilia-Romagna e dall’altra convincano la base, erosa negli anni, sfiancata dal vuoto assoluto, che la vittoria di Stefano Bonaccini può essere anche una vittoria per il Pd.

Si parte ovviamente dai decreti sicurezza: occorre non solo accogliere i rilievi del presidente della Repubblica ma anche annullare le multe per i capitani e le ong che prestano soccorso in mare e reintrodurre il permesso di soggiorno per motivi umanitari, diabolico strumento di produzione di immigrazione irregolare che ha buttato in strada decine di migliaia di persone. Oltre 60mila, secondo le stime di OpenPolis. Sul Post il bilancio fallimentare dei due decreti dell’ex ministro dell’Interno, che hanno smantellato (o comunque ridotto ai minimi termini) il sistema di accoglienza diffusa Sprar. Questa è la battaglia numero uno.

Va modificato anche il reddito di cittadinanza: come abbiamo visto in più occasioni, semplicemente non funziona sotto alcun punto di vista. Men che meno sul lato delle politiche attive: una parte irrisoria di chi lo percepisce ha trovato un impiego grazie ai “navigator”, una gran fetta non è in grado di lavorare (e forse avrebbe dovuto ricevere sostegni di tipo diverso) e non pare che il guru Domenico Parisi, catapultato alla guida dell’Anpal da Luigi Di Maio, se la stia cavando come in Massachusetts. Problemi di database ed enti che non si parlano ma soprattutto di logica: purtroppo il lavoro non lo creano i “navigator” ma gli investimenti e le politiche fiscali, oltre alla formazione specializzata.

C’è poi il fronte della prescrizione, che al momento è bloccata dopo la sentenza di primo grado. Dunque nessun processo, fra quelli avviati dal primo gennaio, andrà in prescrizione dopo quella fase. Un mostro giuridico senza capo né coda che rischia di dare il colpo finale e fatale al sistema giudiziario italiano, come abbiamo spiegato nel dettaglio in questa occasione. Il Pd deve trovare una soluzione e sebbene una riforma complessiva della macchina penale sarebbe sacrosanta, basterebbe individuare una via di mezzo con un numero congruo di anni di stop. Ma evitando il raggelante “fine processo mai”.

Gli ultimi due punti sono (o almeno dovrebbero essere) storiche battaglie di entrambi i partiti al governo: il salario minimo e lo ius culturae. Il secondo farebbe giustizia per oltre 800mila nuovi giovani italiani che sono nati qui da genitori stranieri o da noi sono arrivati da piccoli, hanno studiato e completato uno o più cicli scolastici. Che lo vogliano o meno gli invasati xenofobi, anche quella è la nuova Italia. Fine. Il primo punto, invece, è da intendersi come tappa di partenza per una ristrutturazione più ampia non solo del lavoro dipendente ma di tutte le forme di lavoro precario che ormai rappresentano la quotidianità per milioni di persone.

Fonte : Wired