Diamanti grezzi, la recensione del film Netflix con Adam Sandler

Anche l’abisso scruterà dentro di te. Così termina una delle massime più inflazionate di Nietzsche. Ma cosa succede se quell’abisso non ti limiti a scandagliarlo, e ti ci infili dentro come uno speleologo di fallimenti, incapace di puntellare le pareti della tua vita, mentre cerchi di tenere in piedi il castello di sabbia in cui hai deciso di vivere? Tutto si sgretola, tutto si spezza al passaggio di mani affamate di soldi e scommesse, che continuano a spingere il resto del corpo dentro quel pozzo nero, convinte che alla fine ci sia un barlume caleidoscopico pronto a stravolgere tutto.
Così Diamanti grezzi scalpella Adam Sandler in Howard Ratner, ebreo newyorkese, gioielliere. Così Josh e Benny Safdie, al loro secondo film dopo lo stroboscopico Good Time, ci chiudono in un sistema di porte a specchio, soffocanti, ansiogene, dove possiamo soltanto sperare che quel “buzz”, così cacofonico, funzioni e ci liberi, una volta per tutte. Malamente snobbato agli Oscar, Diamanti grezzi arriva in Italia su Netflix, dopo l’incetta di premi e candidature. Scopriamo assieme quanto riluce quest’opale.

Diamanti grezzi

Howard è in fibrillazione continua. Fornitori, clienti, malavitosi, sportivi. Chiunque passa attraverso le doppie porte del suo negozio. Ma è l’opale nero etiope a eruttare colori sui suoi occhi. Contiene tutto l’universo, il DNA del mondo, le brame delle persone. La gente muore perché lui possa sfregarlo tra le mani. Howard, però, è frastagliato, una vita dissipata tra moglie, figli, amante, creditori, debitori e… scommesse. Non resiste. Mai. Adam Sandler riesce a tratteggiare il suo Howard semplicemente aprendo la bocca: folle avarizia che fugge tra i denti bianchi, come un moderno Fagin che, invece di orfani, colleziona debiti e pietre preziose. Ogni sua azione schizza impazzita da un brillante all’altro, incuneandosi per banchi dei pegni, centri scommesse, appartamenti lussuosi e una vita privata alla quale ha portato via troppi pezzi. Howard non si ferma mai, non riesce a incasellare la sua vita dentro contenitori precisi. Tutto è avviluppato allo sbaglio precedente, con l’errore successivo utile soltanto a tamponare l’emorragia interna usando un cerotto.

Gli occhi dei gatti

La commistione tra sceneggiatura e regia è totale. Josh e Benny Safdie confermano la raffinata tecnica di Good Time, inscatolandoci dentro il diktat visivo scelto per Diamanti grezzi: claustrofobia. Inquadrature strette che ci costringono, schiacciandoci addosso a Howard e a tutti i suoi errori. Così come le doppie porte di vetro antiproiettile che separano il suo negozio dal resto del mondo. Il sudore inizia a scendere, noi bloccati lì in mezzo esattamente come lui è incapace di muoversi verso una luce, vera e salvifica, in fondo al suo tunnel. Non possiamo fare altro che guardarlo mentre piccona ogni scheggiata opportunità che la vita gli offre. Siamo bloccati dal montaggio frenetico, costretti dallo sguardo caleidoscopico dei Safdie che sanno esattamente come renderci spettatori inermi della tragedia. Incatenati, schiacciati da una frana di eventi che lasciano soltanto i nostri occhi liberi di scrutare. Vorremmo chiuderli, ma non è più possibile.
Siamo esattamente come Arno (interpretato da un Eric Bogosian chirurgico), uno dei tanti creditori (e non solo) di Howard: attraverso i suoi occhi passa tutto Diamanti grezzi. C’è un senso di pietà ancestrale, c’è rigetto, flebile speranza e triste rassegnazione di fronte alla tragedia in atto. E gli occhi di Arno, come i nostri, dovranno rimanere aperti fino alla fine.

Frammenti neri

Diamanti grezzi non smette mai di aprire il suo sorriso tirato. Scorre rimbalzando sulla voce roca di Howard, che palleggia la sua vita da equilibrista fallito, convinto che il cesto sia sempre lì ad aspettarlo, a braccia aperte. In questa inesausta ricerca del baratro si concentra tutta la poetica visiva dei Safdie. Pezzi di esistenza luminosi, pronti a cambiare colore a ogni fremito della pupilla, incastrati tra sabbia e vetro, tra carati e orologi.

C’è una contrapposizione continua, che stride piacevolmente tra la sicurezza con cui Howard procede verso l’abisso e la bellezza universale dell’opale nero. Una pietra in grado di far vacillare qualsiasi certezza, che raccoglie ambizioni primitive, come se fosse il talismano perfetto per fare un tiro da tre punti nel canestro dell’esistenza. Basta questo per convincere Howard di potercela fare davvero. Non perde mai la rugginosa speranza che la sua vita sia pronta a cambiare. Sbraita, gesticola, azzanna. Perché nella sua testa nessuno potrà metterlo in un angolo. Perché alla fine sarà lui a vincere l’ultima scommessa.

Inclusione

Diamanti grezzi ci modella lo sguardo, abituandolo alla viscerale interpretazione di Adam Sandler (in uno dei suoi ruoli migliori). Come un agente atmosferico leviga i nostri occhi, fino a costringerci dentro il suo (micro)universo. In quella malavita newyorkese che si insinua in ogni ambito, capace di far volare i soldi come coriandoli. Qui Howard si trova inaspettatamente a suo agio, schiacciato come un brillante dentro una pietra preziosa. I fratelli Safdie scelgono quindi una strada precisa e netta, trascinandoci senza appello verso un finale claustrofobico, asfissiante, capace di farci gelare la spina dorsale. Tutto si sta compiendo come una danza chirurgica davanti a noi, che vorremmo soltanto poter espirare, liberi, senza le mani soffocanti del film. Ma non c’è niente da fare, alla fine l’abisso si apre sul nostro volto, e se qualcuno vuole provare a rivedere le stelle, beh, ci si deve infilare dentro.

Fonte : Everyeye