Il calcio è un argomento sessista e va bandito dalle conversazioni in ufficio?

È l’idea poco praticabile suggerita da Ann Francke, esperta in management. Ma anche controproducente alla causa: se tutto è potenzialmente discriminatorio, niente finisce con l’esserlo per davvero

Parlare di calcio sul posto di lavoro può diventare un’azione sessista, discriminatoria, addirittura molesta? Se ne sta discutendo molto in rete e non solo, a seguito dell’affermazione della manager
britannica Ann Francke, presidente del Chartered Management Institute, secondo la quale “molte donne si sentono tagliate fuori da queste conversazioni. Non seguono questi sport e non amano sentirsi forzate a parlarne o escluse“. Consiglia quindi caldamente di evitare simili argomenti sul posto di lavoro, proprio per non dare adito a discriminazioni o momenti di imbarazzo, in quanto, sostiene lei, “è molto facile passare da certi argomenti alla pacca sulla spalla reciproca per le conquiste del weekend“.

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Naturalmente tali affermazioni non sono passate inosservate ed è curioso che oltre alla grande quantità di sportivi e filosportivi che sui social la insultano prendendola per pazza, per usare un eufemismo, siano proprio le donne a insorgere a riguardo. Dalla giornalista sportiva Jacqui Oatley, secondo cui proibire discorsi sul calcio equivale a dividere le persone nell’ambito della comunicazione, fino all’ex ministro dello Sport Tracey Crouch, che senza mezzi termini ha bollato quelle della Francke come “un mucchio di cazzate“. Comunque la pensiate, chi scrive appena ha letto la notizia ha pensato a un articolo di Lercio in inglese. Perché è fin troppo banale sottolineare come non sia mai l’argomento il problema, quanto l’atteggiamento di ciascuno al riguardo. E quanto “proibire” non sia quasi mai una soluzione per risolvere.

Non so voi, ma personalmente, da italiana e collaboratrice del più importante quotidiano sportivo del Paese, non mi sono mai sentita discriminata quando i colleghi – ma anche gli amici, i fidanzati, i parenti, i condomini, i baristi, tutti – parlavano tra di loro di calcio, argomento che desta in me interesse pari al colore di unghie top dell’anno. Anche quelli – manicure, capelli, tacchi – sono argomenti tacciabili di sessismo, di certo le discriminazioni sul posto di lavoro non si combattono limitando la libertà personale, quel diritto sacrosanto di alzarsi la mattina e commentare qualsivoglia evento prima di iniziare una lunga giornata di lavoro, senza ovviamente insultare nessuno. Trovo più discriminatorio trattare le donne da esseri non senzienti e incapaci di (re)agire, come se avere di fronte un uomo che parla di calcio ci facesse di colpo sentire sole, indifese, ignoranti, escluse. Ma scherziamo?

Conosco donne così appassionate di calcio da saper zittire qualunque esperto di pallone, altre tanto disinteressate all’argomento da ascoltarne gli accesi dibattiti pensando gioiosamente a tutt’altro. Al netto dell’argomento trattato, la preoccupazione reale è che, insistendo con la tendenza del “tutto è discriminatorio”, pur con la nobile intenzione di tutelare le donne (neanche fossimo in estinzione come i panda), si finisca con il “nulla è più discriminatorio”. Meglio occuparsi, dunque, di combattere le vere e pesanti discriminazioni sui posti di lavoro: non una crociata sugli argomenti trattati, ma una seria messa al bando bando degli atteggiamenti che rivelano abusi di potere. Una revisione degli stipendi, tanto per cominciare, mai pari tra uomini e donne. Una riflessione attenta su come la maternità sia tuttora lo spettro che minaccia di far perdere il posto di lavoro, anche quando non hai alcun contratto e da freelance ti chiedono ugualmente se sei incinta, per non ‘compromettere il rapporto collaborativo’. E mille altre questioni, importanti e urgenti ben più di un dibattito sulla partita di calcio, che attendono solo di essere affrontate.

Fonte : Wired