Unit 7, la recensione del film di Alberto Rodríguez

Poliziotto buono – poliziotto cattivo è una delle dicotomie usate più spesso dal cinema di genere, ma cosa succede quando nessuno dei tutori della legge interpreta il primo ruolo e tutti aderiscono al classico motto “il fine giustifica i mezzi“? A mostrarci una deriva della violenza autoritaria messa in pratica dalle forze dell’ordine è lo spagnolo Alberto Rodriguez che, nel 2012, dirige un film dove il prototipo dell’eroe viene completamente annullato in favore di una rappresentazione più cruda e parzialmente verosimile, se applicata al contesto di riferimento.
La sceneggiatura di Unit 7 prende spunto da due situazioni realmente accadute in Spagna a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, con le città di Siviglia (luogo in cui è ambientata effettivamente la storia) e Barcellona, entrambe attese da due grandi eventi, sociali e sportivi, nel 1992. Parliamo rispettivamente dell’Expo e delle Olimpiadi, che hanno originato una sorta di “pulizia” delle zone periferiche e della piccola e grande criminalità, così da offrire al mondo intero un ritratto all’apparenza impeccabile delle due città.

Quattro contro tutti

La trama si svolge nella capitale dell’Andalusia e si concentra sul lavoro di quattro agenti della rinomata Unità 7, una squadra di polizia che ha il compito di liberare le strade dallo spaccio. Il team, guidato dall’esperto Rafael e dal giovane Angel, fresco di promozione, affronta ogni giorno una realtà pericolosa, rischiando la vita in più occasioni nei continui inseguimenti di delinquenti e trafficanti. Ma l’Unità 7 decide di rispondere alla violenza con altra violenza, estorcendo confessioni con la forza pur di ottenere promozioni sul campo e il plauso da parte dell’opinione pubblica. Gli agenti diventano sempre più affamati e ingordi, tanto che cedono al lato oscuro e finiscono per nascondere gran parte dei vari “bottini” di droga scoperti durante le loro missioni, rivendendola per guadagni personali.
Il doppio-gioco rischia però di compromettere le loro vite private, con l’anticorruzione alle loro calcagna e messaggi minatori che diventano sempre più inquietanti. Rafael ed Angel, i due carismatici leader della squadra, iniziano a vederla in maniera diversa su come continuare il loro incarico…

Una messa in scena cruda e senza sconti

Si respira un’atmosfera torrida e sottilmente febbrile nel corso dei novanta minuti di visione, sorretti da una tensione costante e da spunti psicologici non banali nella gestione dei protagonisti, con lo script che si concentra principalmente sulle figure di Rafael ed Angel, ognuno alle prese con derive personali che offrono campo libero a interessanti e drammatici spunti di riflessione. Unit 7 evita una spettacolarizzazione fine a se stessa e propende per un’esposizione action dura e pura, tra corse sui tetti dei palazzi di periferia e rocamboleschi inseguimenti automobilistici, restando sempre attaccato e concentrato sui personaggi.
Non vi è dubbio che tra le fonti di ispirazione di Rodriguez, conosciuto dal pubblico italiano per il successivo – distribuito nelle nostre sale – La isla minima (2014), vi siano grandi classici a tema come Training Day (2001) e Il braccio violento della legge (1971), ma il cineasta spagnolo rilegge gli archetipi del genere con uno stile roccioso e graffiante, in magistrale equilibrio tra dinamiche poliziesche di marca crime-thriller e divagazioni drammatiche di una certa profondità, trovando un’alchimia di rara efficacia.

A tratti si ha l’impressione che la narrazione sia troppo accelerata, e il salto in avanti di anno in anno nel periodo precedente l’Expo rischia di lasciare qualche elemento in sospeso, ma la vicenda riesce ad essere comunque appassionante. Tutto ciò grazie a scene madri e a rese dei conti dalla suspense esasperata, tramite le magnetiche interpretazioni del cast, le star nazionali Antonio de la Torre e Mario Casas, alla prese con due alter-ego opposti e complementari.

Fonte : Everyeye