Come il coronavirus sta alimentando il razzismo contro i cinesi

La sinofobia è in aumento in tutto il mondo col diffondersi del patogeno letale. Alcuni episodi – dall’Italia al Regno Unito – lo dimostrano, e ci dicono quanti pregiudizi ci sono ancora nei confronti di un paese diverso e variegato

(foto: Anita Pouchard Serra/Getty Images)

Non solo la paura per le proprie famiglie a casa: i cinesi che vivono all’estero, adesso, devono affrontare anche una crescente ondata di diffidenza nei loro confronti, legata in qualche modo alla paura per il coronavirus, l’epidemia che sta dilagando in tutto il mondo. Tutto questo ha un nome: sinofobia. L’essere costretti a guardare alla Cina come una grande potenza non ha impedito a molti di esternare pregiudizi e odio razziale contro le persone di etnia cinese, e la diffusione del virus non ha fatto che peggiorare la situazione. Dall’Italia all’Australia, passando dal Regno Unito, sono molti gli episodi che iniziano ad essere segnalati in tal senso. Anche se, secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) il rischio globale derivante dal coronavirus cinese è passato da “moderato” a “elevato”, è opportuno non cadere in tutte le bufale che sono circolate online, e soprattutto tenere a mente l’ovvio, che però forse a questo punto vale la pena ripetere: il contagio non ha nulla a che vedere con l’etnia delle persone, seppur si sia originato nella città di Wuhan, metropoli da 11 milioni di abitanti e capoluogo della provincia di Hubei (in Cina). Allo stato delle cose, evitare i cinesi, i ristoranti cinesi o i quartieri cinesi all’estero è solo un atto inutile (quando non direttamente odioso).

In Italia l’ultimo episodio di intolleranza in ordine temporale è stato segnalato da Lala Hu, docente di marketing all’università Cattolica di Milano (e, peraltro, collaboratrice di Wired). Hu ha raccontato su Twitter che mentre si trovava su un treno ha subito vessazioni verbali da parte di due passeggeri che si lasciavano andare a commenti sinofobi, pensando che lei non potesse capire. È stata sempre lei a denunciare pubblicamente altri episodi, come quello in Alto Polesine, dove due fratellini non possono andare a scuola nonostante siano risultati sani perché i genitori dei compagni “non vogliono bambini cinesi”. “Non sono preoccupata per me o altri che hanno sviluppato anticorpi al razzismo” – ha scritto Hu – “ma per chi non ha strumenti per difendersi”. In Italia ci sono state anche aggressioni: è successo a Venezia, dove una gang di giovanissimi ha insultato e sputato a una coppia di cinesi in vacanza, e si ipotizza che l’episodio possa essere collegato in modo razzista alla diffusione del coronavirus.

Spostandoci dall’altro lato del globo la situazione non migliora. In Australia, ad esempio, un parlamentare del Queensland ha parlato della diffusione di un falso comunicato a tema coronavirus da parte del Dipartimento della Salute, che ordinava alle persone di stare lontano dalle aree con un’alta percentuale di cinesi. La fake news razzista si è comunque diffusa e ha fatto passare il messaggio di evitare questa popolazione. Il post aveva infatti sconsigliato di dirigersi verso la periferia di Sunnybank, dove si trovano “aree popolate da cinesi con rapporto da di uno su tre australiani”.

Non va meglio nel Regno Unito. Sam Phan, studente cinese all’università di Manchester, ha raccontato sul Guardian come sono cambiate le cose dall’inizio dell’epidemia. Dagli sguardi circospetti delle persone, fino a chi si alza quando un cinese si siede a un tavolo in biblioteca. “Facciamo più attenzione a come le persone interagiscono con noi” scrive. “Non è il loro timore sul virus che ci preoccupa come comunità, ma lo stereotipo che tutti gli asiatici siano visti come un rischio”. Phan nel suo articolo fa inoltre chiarezza in merito alle accuse sull’alimentazione del Regno di mezzo, dopo la diffusione di video dove persone cinesi consumano carne di pipistrello (ritenuto inizialmente responsabile del virus). “Queste rappresentazioni offensive non riflettono affatto la realtà di essere cinesi e incoraggiano la percezione sbagliata di oltre un miliardo di persone” – chiosa Sam – “facendoci sembrare un gruppo monolitico e singolare in cui tutti parlano e agiscono allo stesso modo. In realtà, c’è un’enorme diversità”.

Il ruolo dei media

Grande responsabilità, in tutto questo, deriva certamente anche dal mondo dell’informazione, e dal modo in cui sta trattando l’epidemia sui media. Si è creato quasi un caso diplomatico in Danimarca, dove l’ambasciata cinese ha chiesto le scuse ufficiali del quotidiano Jyllands-Posten, che ha pubblicato una vignetta, intitolata “Coronavirus”, raffigurante la bandiera cinese, con una modifica: le cinque stelle sono state sostituite da cinque immagini del patogeno mortale. L’artista danese Niels Bo Bojesen, autore del disegno, secondo l’ambasciata dovrebbe scusarsi con il popolo cinese.

Episodi simili sono avvenuti anche in Inghilterra, dove il direttore del Evening Standard ha twittato con orgoglio una vignetta del suo giornale di un topo con una maschera per commemorare il nuovo anno lunare cinese.

Oltre a episodi che possono alimentare il razzismo, gli organi di stampa potrebbero prestare particolare attenzione a tutte le notizie non corrette che vengono raccontate, così come alle sfumature e ai tagli dei loro servizi. La soluzione è cercare di non incoraggiare una retorica che impaurisca ad avvicinarsi ai luoghi cinesi, inducendo nei lettori o ascoltatori il dubbio se sia sicuro o meno mangiare in un qualsiasi ristorante cinese, ad esempio. E certamente non seguire il pessimo esempio di chi fa disinformazione e titola, riferendosi alle persone di etnia cinese, “Mangiano i serpenti e poi crepano” in prima pagina.

Fonte : Wired